Chiacchierata con Emanuele Nannucci, proprietario del Manhattan Firenze.
di Elettra Spepi
-Elettra: Prima di affrontare il discorso più specifico delle sub-culture, parliamo un po del negozio…
-E.N: Nasce nel 1995, io ero un pischello appassionato al genere british; per quanto riguarda lo scooterismo poi, avendo visto Quadrophenia: sono stato Londra e, a Carnaby Street ho avuto un brivido, da quel movimento mi sono appassionato. Nell ’86 sono entrato come commesso in un negozio e quando poi l’ho rilevato, ho improntato tutto sulla mia passione. Non è stato assolutamente semplice, partendo da zero tante marche importanti non mi prendevano in considerazione, non possedevo abbastanza credenziali, in 5-6 anni ho portato il negozio a quello che è adesso. Anche se il processo non è ancora finito. Lavoravo con le marche a più basso impatto economico e più facilmente reperibili, come Lonsdale, Lambretta e la Merc Clothin poi si sono inseriti altri brand, come Ben Sherman, Pringle etc…
-E le italiane? Molte ditte italiane sono un Must per entrambi i movimenti…
-Ci sono difficoltà in alcune marche italiane, non perché servono negozi monomarca ma perché sono disorganizzati a livello di distribuzione e di comunicazione, anche se sono molto vendibili. Forse sono interessati a distribuire in punti vendita molto gradi che hanno grandi ordini; in questo modo però il marchio non si espande a livello sub-culturale. Le clientele sono clientele diverse. Attraverso la grande distribuzione non si arriva al ragazzo che vuole vestire Mod o Casual ma solo al cliente che compra senza conoscere la storia dietro al marchio.
-Il nome per il tuo negozio?
-Semplicemente perchè il negozio al mercato di S. Lorenzo dove lavoravo si chiamava Manhattan. Ero molto conosciuto, giocavo al calcio in costume, andavo allo stadio e facevo la sicurezza nei locali. Quando ho aperto volevo rimanere legato al nome ed a rapporti già costruiti con alcuni clienti.
-Il rapporto col cliente com’è, in un negozio come questo che serve specifiche sub-culture?
-É fondamentale, qui non ci viene una persona che cerca una camicia a scacchi ci viene uno che cerca Ben Sherman. Il negozio è un punto di rifermento, non solo un luogo dove comprare abbigliamento. La mia clientela spazia molto, tanti vengono da fuori Firenze: Genova, Bologna, Siena… ho un rapporto di strettissima fidelizzazione con un gruppo di Bari, ci sentiamo continuamente ci scambiamo foto dello stadio, mando loro la merce, sono anni che abbiamo un rapporto di amicizia. Va bene rischiare per un rapporto di fratellanza casual, anche se io tifo Fiorentina e lui Bari, il credo ci unisce.
-Negli anni 90 il casual, sopratutto per quanto riguarda molti marchi identificativi è andato a confondersi con la cultura Raver, come è visto secondo te questo rapporto ed è possibile che una subcultura come quella Raver, molti distante per vari aspetti, la soppianti totalmente?
-Il casual è un tipo di abbigliamento che i ragazzi hanno adottato per andare allo stadio in maniera non identificabile, in particolari occasioni se tu ti presenti, faccio un esempio: con i pantaloni militari con tutte le tasche e gli stemmi di una squadra. Tu sei uno schema. Mentre se ti mostri in impermeabilino e camicia a quadretti hai un’immagine diversa. Non ti fila nessuno.
Andare ad un rave non c’entra nulla, il ragazzino che si veste, o meglio, accozza un po di stile Casual e Skin, non ha un appartenenza forte, va li per altre ragioni, ti dico cosi perché ho fatto la sicurezza in un locale molto in voga per il movimento Raver. Mi ricordo con precisione il momento di incontro. Dopo i primi anni novanta, a Firenze, si vestiva principalmente Diesel in quegli ambienti, spesso capitava che venissero alcuni ragazzi da Roma e/o da Genova, loro, erano vestiti Lonsdale. Portavano quelle felpe vecchie con la scritta gialla in cinemascope e la maglietta con il leoncino, ecco, quelli sono i primi capi british nel giro electro. Lì è stato il boom del mio negozio. In quegli anni avevo la fila di persone per comprare Lonsdale, che impazzivano! Volevano solo Lonsdale. Pensa che, quando avevo gli arrivi nuovi io mandavo i messaggi personalmente ai ragazzi avvisandoli.
-Ma questo rapporto è rimasto, vedo dalla pagina facebook che ancora c’è un filo diretto con la clientela
-Per quanto riguarda la subcultura Mod: il rapporto con Vespa? É ancora segno di identità?
-La vespa è la vespa. Negli anni 80 quando ho preso il mio cinquantino special, c’era solo quella, era il motorino più delicato, ti dava uno stile italico, particolare e poi puoi andare ovunque su una vespa. Oggi ci sono raduni e ritrovi, alcuni sono anche ragazzi giovani, sui vent’anni, nuovi. Molti di loro perché trascinati dai “vecchi”, ad esempio io 2-3 ragazzi che vestono casual, vengono allo stadio, li ho portati. Spesso sono anche interessati, è una bella situazione, si trovano immersi in questo rumore particolare circondati da vespe degli anni 40 fino a quelle più moderne. Si coinvolgono, ovviamente. Oppure può capitare che ci sia un interesse personale per una determinata subcultura in se, perché affascinato da musica, film e libri quindi compri la vespa, la lambretta, per essere più partecipe, anche se non sei iscritto a nessuno scooter club, l’iniziativa ovviamente può essere anche personale.
-Il prodotto che vendi di più?
-Ora, la ditta che si stravende, pur avendo perso i suoi connotati iniziali è Fred Perry, è un must, un marchio che veste tutti. Ad una serata mod su 100 persone 80 hanno una polo o una camicia Fred Perry, allo stadio: 400 persone, 100 hanno un articolo di questa marca dalla sciarpa al cappellino, le scarpe…
-Ma non è anche quello da un certo punto di vista più svenduto?
-Quando lo vendi tanto, lo svendi tanto. Fino a che rimane di nicchia, rimane un’icona subculturale che vedi solo addosso a loro, la rappresenti solo con loro. Col tempo più si vede in giro qualcosa, sopratutto di abbigliamento e se realizzato bene, il passaggio alla massa è facile. Il barista che non sa niente di sottocultura vede un capo bello, va la domenica con la moglie al centro commerciale vede il logo, si ricorda, decide di comprarla, anche senza sapere niente di tutto ciò che rappresenta. Il rapporto con il prezzo rimane il disincentivo più grande all’acquisto.
-E di Prodotti nuovi?
-Adesso, i clienti un po più “avanti” mi stanno chiedendo Lyle & Scott, soprattuto nel ambiente casual, un altro marchio molto richiesto è Henry Lloyd pur essendo da sempre uno storico brand. Ad esempio il ragazzo che è appena uscito ha comprato una giacca estiva H.L, perché tra 15-20 giorni quando cambia il tempo, allo stadio mette la giacca nuova. Essere casual è anche questo, pensare che tra un mese, le prime domeniche di sole lui ha già il capo. Il capo si pubblicizza da solo, perché è una nicchia di appartenenza.
-Infatti quando una subcultura inizia ad essere percepita come parte integrante di una cultura perde molte sue caratteristiche.
-Si ma, chi l’ha vissuta o la interpreta come stile di vita vero e proprio non lo fa per moda, non si atteggia a Mod o a Casual. Vestire nell’abbigliamento è spesso dipendente dall’umore o dall’occasione, lo stile di vita è una scelta. Una subcultura non si esaurisce nello stile ma è legata anche ad altro. Quadrophenia, per esempio, è fatto nel periodo dei Mod, è fatto da Mod, tutti venivano da quel mondo. Ciò che è casual lo è sempre, ciò che è mod lo sarà sempre, dipende anche come ti senti nel momento puoi variare ma dentro la persona, dentro, lo stile della subcultura c’è sempre, soprattutto per queste due che hanno una loro storia. Io sono così, non perché vendo queste cose, è venuto dopo, le vendo perché sono cosi.
-La cultura Casual ha, forse meno riferimenti culturali precisi.
-Per quanto riguarda i film “Febbre da novanta”anche se l’unico che ha trattato bene il fenomeno, pur con troppi rifermenti al momento del calcio, che poi, è solo un’aspetto (il passatempo della domenica), è “Hooligans”.
-In questo momento storico, quali pensi saranno le evoluzioni, o involuzioni di questi due aspetti del british style?
-Il casual ha ancora un grande attaccamento verso quello che è il movimento dello stadio, anche se in crisi per i vari scandali al suo interno. Questo lo rende sì, meno radicato al territorio, ma ciò ha incoraggiato da un lato le nuove generazioni ad una maggiore partecipazione, si può riformare dalle sue ceneri. Il mod, al contrario, non ha più quella base musicale forte che aveva negli anni ’60, la maggiore distribuzione ha reso possibile il diffondersi di molti più generi, il fulcro del Mod richiede un’educazione musicale fondamentale per capirne e intraprendere lo stile di vita, i ragazzi ai raduni sono pochi, proprio perché manca una cultura musicale adeguata a guidarli verso questo tipo di stile. É un peccato perché è un movimento importante, uno tra i primi in quanto a subcultura urbane giovanili.









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