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12 anni schiavo – Il dolore della memoria

Creato il 20 febbraio 2014 da Oggialcinemanet @oggialcinema

commento di Antonio Valerio Spera

Summary:    

Nove nomination ai prossimi premi Oscar, un Golden Globe come miglior film drammatico già in tasca e un’altra montagna di premi conquistati in tutto il mondo, primo fra tutti il premio del pubblico del Toronto Film Festival. Si presenta con questo curriculum nelle sale italiane l’attesissimo 12 Years a Slave (12 anni schiavo), terza pellicola dell’acclamato regista Steve McQueen. Un regista che aveva già fatto notare il suo enorme talento visivo e narrativo, fatto di crudo realismo e di intensa introspezione psicologica, con il suo esordio Hunger, vincitore della Camera d’Or a Cannes nel 2008, e che con il successivo, conturbante, Shame sconvolse e convinse la platea della Mostra veneziana nel 2011.

Due film questi, incentrati sulle figure di uomini costretti ad affrontare una reclusione, il primo in un carcere violento dell’Irlanda del Nord, il secondo nella sua stessa dipendenza e ossessione sessuale. E nonostante con 12 anni schiavo McQueen, legato solo dall’omonimia al celebre divo americano del passato, si spinga verso un panorama narrativo completamente diverso, immergendosi nel diciannovesimo secolo americano, anche con questo nuovo intenso e doloroso lavoro prosegue il suo personale viaggio nella “reclusione”. Ispirandosi all’omonima autobiografia di Solomon Northup, il film porta sullo schermo la vera storia di un talentuoso violinista di colore, un uomo libero, che lascia la sua normale vita di artista, di marito e di padre per andare a lavorare per due falsi agenti di spettacolo, i quali lo rapiscono e lo portano in Louisiana, relegandolo in schiavitù dal 1841 al 1853, costringendolo al lavoro coatto nella piantagione di cotone del violento Edwin Epps.

Gallery 12 anni schiavo

E’ un film sulla memoria, sul dovere di non dimenticare mai e sul capire dal passato per andare avanti”, afferma il regista londinese, che prima di intraprendere questo progetto non conosceva profondamente quel drammatico momento della storia statunitense. “Non sapevo bene cosa fosse stata realmente la schiavitù negli Stati Uniti – continua McQueen – e volevo assolutamente capirlo. Ho sempre accostato ad essa dei sentimenti spiacevoli, come vergogna o imbarazzo. Realizzare questa pellicola mi ha dato la possibilità di superare questi disagi personali. Così ho provato a osservare il dramma della schiavitù senza preconcetti, così come ho sempre affrontato ogni tematica nei miei film”. La schiavitù è senz’altro una tematica già trattata dal cinema americano, non ultimo con Lincoln di Steven Spielberg, e anche con Django Unchained di Quentin Tarantino, ma forse in fondo non è mai abbastanza: “Bisogna parlare di più dello schiavismo e superare ogni barriera psicologica. E’ un processo difficile ma necessario, e mi auguro che 12 anni schiavo possa aiutare la gente in questo processo” – dice il regista.

E dato il buon successo di pubblico in patria, con quasi 40 milioni di dollari al botteghino, il film sembra aver colto nel segno. Un successo che rende felice soprattutto Brad Pitt, che oltre ad essere uno dei protagonisti della pellicola ne è anche produttore con la sua società Plan B Entertainment. “Questo film – dichiara soddisfatto l’attore-produttore – è uno di quei rari casi in cui la storia, le interpretazioni e la narrazione viaggiano perfettamente sullo stesso livello, siamo davvero fieri del risultato”.

Nella pellicola Steve McQueen ripropone nuovamente il suo attore feticcio Michael Fassbender, protagonista sia di Hunger che di Shame, che dopo essere stato scandalosamente snobbato dall’Academy per le sue precedenti interpretazioni, ottiene finalmente la nomination come attore non protagonista, confermandosi attore di spessore. Sulla loro collaborazione Steve McQueen è molto chiaro: “lo scelgo perché è bravo, credo sia l’attore più rappresentativo della sua generazione, è una miscela del Mickey Rourke dei tempi migliori e di Gary Oldman”. Fassbender nel film interpreta il malvagio Epps, un personaggio contradditorio e violento che non sa gestire l’attrazione che prova per la sua schiava Patsey: “Epps – racconta l’attore – non ha la capacità né per accettare il suo amore per lei né per esprimerlo, Ecco perché scade nella violenza, prova a distruggere lei per distruggere il suo sentimento”. Questo ruolo, come i precedenti, che ha richiesto una lunga preparazione: “Prima di tutto ho dovuto trovare una voce, così ho lavorato su diverse registrazioni insieme ad un coach dialettale e ho provato vari accenti. Sono anche andato in Louisiana sei settimane prima dell’inizio delle riprese per testare l’atmosfera”.

Accanto a Fassbender e a Pitt, un cast in stato di grazia, che vede tra le fila Paul Dano, Lupita Nyong’o (splendida e anche lei nominata agli Oscar come non protagonista), Benedict Cumberbatch, Paul Giamatti e soprattutto la vera rivelazione Chiwetel Ejiofor, la cui carriera cinematografica, guarda caso, era iniziata proprio con un altro importante film sulla schiavitù, Amistad. Ejiofor, che ultimamente lo ricordiamo per le sue partecipazioni al kolossal apocalittico 2012 di Roland Emmerich e al bellissimo I figli degli uomini di Alfonso Cuaròn, nel film è Solomon Northup. Un personaggio a cui si è dedicato con tutto se stesso, mettendosi alla prova anche fisicamente. Una vera sfida in cui è stato spinto anche dalla sua considerazione per il libro dello stesso Northup: “Credo che il libro di Solomon sia un dono per il mondo contemporaneo. Rappresenta una realtà passata, certo, ma è anche ricco di elementi rapportabili al presente. E soprattutto ci permette di comprendere gli errori del passato per spingerci verso il futuro in una maniera differente”. Siamo sicuri che anche per Ejiofort dopo questo ruolo, con o senza vittoria dell’Oscar, il futuro avrà un sapore diverso.

di Antonio Valerio Spera per Oggialcinema.net

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