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33 anni del sequestro Moro: Imposimato la verità è vicina, riaprire le indagini. Gladio sapeva

Creato il 23 luglio 2011 da Yellowflate @yellowflate

33 anni del sequestro Moro: Imposimato la verità è vicina, riaprire le indagini. Gladio sapevaSull’ADNKRONOS troviamo una dichiarazione di Ferdinando Imposimato, dal 1978 al 1984 giudice istruttore del processo Moro:’”Un ‘commando’ era pronto a liberare Moro. Ma all’ultimo minuto è arrivato l’ordine di abbandonare l’operazione”. Tra l’8 e il 9 maggio 1978 era stato preparato un blitz militare per liberare Aldo Moro, tutto era preparato, infatti era stato ispezionato persino l’appartamento sopra a quello in qui il noto statista era sotto sequestro ma all’ultimo istante è giunto un contro ordine e  l’operazione bloccata, sembra addirittura che il blocco sia giunto mentre gli uomini fossero quasi pronti ad agire in via Montalcini, 8. La pista sembra legare a doppio filo il caso Moro con Gladio.

Teoria già più volte analizzata infatti è oramai storia che l o stabile in cui si trovava Moro fosse stato  perquisito il 18 marzo, pochi giorni dopo il rapimento, su segnalazione di una vicina di casa che aveva sentito dei rumori anomali, simili al codice Morse,(atti commissione di inchiesta parlamentare) ma essendo allora l’appartamento vuoto, gli agenti non potevano controllare. Cosi come è oramai storia che nella relazione di minoranza della commissione di inchiesta sulla Loggia P2, viene fatto notare che il vice capo della Squadra Mobile romana, il dott. Elio Cioppa, colui che aveva effettuato questa prima perquisizione, poco tempo dopo l’uccisione di Moro venne promosso a vicedirettore del SISDE, guidato allora dal generale Giulio Grassini, risultato tra gli iscritti alla P2, e pochi mesi dopo anche Cioppa sarebbe entrato a far parte della loggia massonica.(atti commissione parlamentare) Senza poi dimenticare la testimonianza di  Lucia Mokbel, ufficialmente studentessa universitaria di origine egiziana che conviveva con il suo compagno Gianni Diana, viene indicata in diverse inchieste giornalistiche come rivelatasi poi essere impiegata come informatrice dal SISDE o dalla polizia( fatto descritto nei testi di Sergio Flamigni) .  Le dichiarazioni di Imposimato ora sembrano ripercorrere quelle piste già battute. Attualmente Ferdinando Imposimato, è il  legale di Maria Fida Moro, parte offesa nel processo sulla strage di via Fani e il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, e, strenuamente si oppone alla richiesta di archiviazione, chiedendo la prosecuzione delle indagini. E’ Imposimato che ha spiegato allADNKRONOS : “‘La verità sul caso Moro è più vicina  e vogliamo conoscerla, anche per onorare la memoria dei martiri di via Fani. Senza paura e con fiducia nella giustizia. Ma non c’è giustizia senza verità. La vicenda Moro si riapre perché esiste una denuncia fatta da un brigadiere della Guardia di Finanza, G.L., che appare persona attendibile. E’ stato militare dei bersaglieri presso il Battaglione Valbella, di stanza ad Avellino, insieme ad altri 40 commilitoni. Una parte di questi fu portato a Roma, con lo scopo di liberare un ‘importante uomo politico’. Tutti i fatti dice il legale, accadevano  durante il sequestro Moro, dopo il 20 aprile 1978, data in cui i militari del ‘commando’ sarebbero arrivati a Roma.Continua Imposimato ”Quando ho letto la denuncia che mi fu consegnata dallo stesso brigadiere il 7 ottobre 2008  in presenza di altri due sottufficiali inviati da un colonnello della Finanza di Novara, sono rimasto perplesso, data la gravità delle affermazioni del brigadiere, e ho detto che senza avere dei riscontri al suo racconto, quella storia non poteva essere credibile. Spiegai loro che non ero in grado di fare una verifica, anche perché -mi fu riferito dal sottufficiale- nel frattempo il Valbella era ‘scomparso’, smantellato. Penso che questo Battaglione Valbella poteva essere una struttura di Gladio. Ritengo ci sono tutti gli elementi per fare ulteriori indagini, oltre quelle svolte puntualmente dalla procura della Repubblica di Roma e dalla procura di Novara”.

Imposimato po, ”sottolineai anche che bisognava identificare i commilitoni che secondo il brigadiere avevano partecipato alla missione nella capitale. Ho quindi consegnato la denuncia al procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Pietro Saviotti, il 20 novembre 2008, per chiedere una verifica delle circostanze riferite dall’uomo. Ho chiesto che il brigadiere G.L. fosse sentito e di essere informato in caso di una eventuale archiviazione. Allo stesso tempo ho cercato, tra altri atti di cui ero venuto in possesso regolarmente, riguardanti un’altra richiesta di archiviazione disposta dal gip, eventuali conferme o smentite al racconto del sottufficiale della Guardia di Finanza. E ho letto anche gli atti della commissione stragi riguardanti l’inchiesta su Gladio”. L’ex giudice continua la dichiarazione sottolineando ”Ho poi esaminato gli atti regolarmente da me acquisiti su autorizzazione del gip di Roma, che riguardavano sia la vicenda di Pierluigi Ravasio, ex carabiniere paracadutista, che prima aveva parlato, per poi ritrattare, di un mancato intervento per impedire il sequestro Moro, e del colonnello Camillo Guglielmi, presente in via Fani la mattina del 16 marzo ’78. Ho analizzato anche i documenti che riguardavano Nino Arconte, che aveva compiuto una speciale missione per andare in Libano e prendere contatti con un agente speciale, in vista della liberazione di Moro. Arconte ha prodotto un documento che è stato ritenuto falso dagli investigatori, ma che io invece reputo fondamentale sottoporre a una perizia tecnico-grafica per stabilirne l’autenticità o meno”. ”Altro elemento che ho acquisito -rimarca il legale di Maria Fida Moro- riguarda la presenza a Roma della Sas, Special Air Force inglese, durante il sequestro dello statista della Democrazia cristiana. Secondo Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno, doveva essere impiegato per la liberazione di Moro. Un riscontro alle dichiarazioni del brigadiere della Guardia di Finanza, che non può aver tratto questa ricostruzione dal mio libro ‘Doveva morire. Chi ha ucciso Aldo Moro. Il racconto di un giudice’, né può aver preso dagli atti dei processi che non fanno in alcun modo riferimento alla presenza di agenti inglesi nella vicenda Moro”. ”Il brigadiere G.L. -spiega Imposimato- viene a sapere che la sua presenza a Roma, insieme ad altri militari, anche stranieri, era finalizzata alla liberazione di questo ‘importante uomo politico’. A Roma questa presenza si protrae per 15-20 giorni. Era stato loro detto che l’operazione doveva essere fatta l’8 o il 9 maggio 1978, e avevano capito che lì c’era Moro. Anzi, uomini di questo ‘commando’ erano stati anche portati in via Montalcini, in un altro edificio vicino a quello in cui era stata individuata la prigione del politico Dc”. Il sottufficiale, sottolinea l’ex giudice, ”sostiene di aver visto anche la famiglia che abitava nell’appartamento sovrastante quello in cui era prigioniero Moro. Ma l’8 maggio arriva un ‘ordine superiore’: il blitz viene annullato e tutti gli agenti e i militari devono tornare nelle strutture di origine”. La cosa non è indolore: ”Nel momento in cui i militari vengono a sapere che l’operazione era stata annullata -spiega Imposimato- hanno una reazione perché avrebbero voluto liberare l’ostaggio. Fu detto loro di dimenticare quello che era successo. E calò il silenzio su tutto”. Ma ”non è finita”, incalza l’ex giudice. ”A mio avviso -spiega- bisogna eliminare qualunque tipo di segreto di Stato sulla vicenda. Un segreto che, invece, è stato posto dall’autorità militare all’elenco dei commilitoni del brigadiere. Occorre poi interrogare gli altri uomini del ‘commando’, nel contraddittorio delle parti, come previsto dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’art. 111 della Costituzione. E bisogna sentire anche tutti i vertici di Gladio per conoscere la sua reale struttura, e se sia possibile che di essa abbiano fatto parte soldati dell’esercito o di altre forze armate, oltre agli agenti del Sismi”.”L’obiettivo -rimarca Imposimato- è capire se era possibile salvare Moro durante la sua prigionia, con un blitz analogo a quello che scattò per liberare il generale Dozier, senza cedere al ricatto delle Brigate Rosse”. ”Ero e sono d’accordo -precisa l’ex giudice- con la linea della fermezza e con quello che ha detto il Presidente Cossiga, ma prova di maggior fermezza sarebbe stato intervenire ‘manu militari’ per liberare Moro”. ”E’ questa -rimarca il legale di Maria Fida Moro- la pagina che manca e che la famiglia dello statista e direi tutta l’Italia, attende di conoscere per sgomberare il campo da ogni dubbio su quella che, per dirla con il Presidente Ciampi, è stata la più grande tragedia che ha colpito il Paese dalla nascita della Repubblica”. E a chi gli chiede perché Moro doveva morire, Imposimato replica: ”Perché il suo progetto politico era in contrasto con la strategia dell’America e dell’Unione Sovietica. Gli americani non potevano accettare un governo con i comunisti né i sovietici consentire il dialogo comunisti-cattolici, perché questo avrebbe scardinato il ‘modello’ dell’Est”. A distanza di 33 anni dall’omicidio Moro, conclude Imposimato, ”bisogna avere il coraggio di accettare degli aspetti che non erano conosciuti dagli inquirenti al tempo delle indagini. Ma ora la verità è più vicina”.

 

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