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64. Festival di Berlino: “Pierrot Lunaire” di Bruce LaBruce (Forum Expanded)

Creato il 12 febbraio 2014 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

64. Festival di Berlino: “Pierrot Lunaire” di Bruce LaBruce (Forum Expanded)

Anno: 2013

Durata: 51′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Canada/Germania

Regia: Bruce LaBruce

Arnold Schönber e Pierrot Lunaire, la sua opera più famosa, manifesto dell’espressionismo musicale. Il poeta simbolista Albert Giraud scomposto nella traduzione infedele di un testo ‘atono’ come la musica di cui è il complemento. Un’atmosfera malinconica che cede il passo a visioni allucinate, da Grand Guignol a cui lo stesso Schönber si è ispirato. Pierrot, il protagonista, poeta virtuoso, malinconico e triste eroe, paladino dell´ambiguità, proiettata in smorfie, allucinazioni, dentro un  grottesco disvelatore.

Bruce LaBruce scrittore, regista, fotografo, sceneggiatore, e il suo cinema miscellaneo tra tecnica-linguaggio artistico indipendente e pornografia gay ha fatto centro. Nello scegliere Schönber e Pierrot per rappresentare questo tempo,  dentro una incapacità di ritrovarsi, che è anche sessuale.

Raccolto dentro Forum/Expanded della Berlinale (la sezione più elastica, libera e variegata nei formati, nei generi e nelle tematiche), il footage-film sperimentale di Bruce LaBruce, racchiuso in un bianco e nero ‘accecante’ nelle percezioni umane ed emotive che rafforza, mescola le riprese della sua produzione teatrale Pierrot Lunaire a materiale addizionale girato a Berlino. Una non storia dentro una storia: embrioni visivi atoni accompagnati  e legati dalla partitura di Schönber e dal canto di Pierrot.  Un canto visivo contemporaneo ironico, satirico, vizioso, inquietante e malinconico: Pierrot è androgino (reso con una perfetta immedesimazione fisica ed emotiva da Susanne Sachsse), donna senza fallo, innamorato disperatamente della sua Columbine. L’inganno che non fa di Pierrot un vero uomo, scoperto dal padre (capitalista) della falsa innocente Columbine, getta Pierrot in una silenziosa disperazione. E nei locali a luci rosse dove maschi improbabili si destreggiano in una lap dance ridicola, l’innamorato  matura il suo piano… Evirare e avere ciò che può dargli identità, un’identità posticcia e ridicola nella resa… ma santificatrice, liberatoria.

Il queer Pierrot che LaBruce rappresenta, incarna per estensione la più generale perdita di identità che oggi viviamo. Un fuori norma status esistenziale, sempre più compresso dentro regole che fanno fatica ormai a darci ‘sicurezza e appagamento’, anche sessuale. Nelle sovrapposizioni di piani visivi, di interni teatrali ed esterni di un vissuto-finzione, tra stop motion, percezioni da cinema muto, fuggevoli incursioni-deviazioni musicali tecno, eiaculazione, falli penzolanti tenuti in mano stancamente, guardati e desiderati, nell’ironia del macabro dove la ghigliottina del Grand Guignol  è simbolicamente accostata all’evirazione, nell´impotenza ´di una vera interazione sessuale, LaBruce riesce a trasmetterci tutta la dolcezza e la sofferenza di uno stare al mondo in cui facciamo fatica a ritrovare noi stessi, e l´´essenza che incarniamo.

Maria Cera


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