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(al cinema) Recensione: CITIZENFOUR, il documentario premio Oscar

Creato il 05 maggio 2015 da Luigilocatelli

Schermata 2015-05-05 alle 20.34.18Citizenfour, un film-documentario di Laura Poitras. Con Edward Snowden, Glenn Greenwald, Julian Assange, EwenMcAskill.

Snowden con il giornalista Glenn Greenwald

Snowden con il giornalista Glenn Greenwald

Ricostruzione del caso Snowden, l’insider Cia-NSA che ha rivelato al mondo l’apparato di controllo in grado di intercettare ogni nostro movimento telefonico e su internet. Noiosissimo nella sua parte più indignada e di denuncia, ottimo quando c’è di scena Snowden, un personaggio che riesce a trasformare il film in un’eccellente spy story. Con spostamenti tra Hong Kong, Berlino, Mosca, Londra, Rio, Bruxelles come in un Bourne movie. Voto 6,8

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La Cia ci spia e non vuole più andare via. Il primo strato di questo film (che ha portato alla sua regista Laura Poitras l’Oscar 2015 come migliore documentario) è la solita vecchia paranoia codificata in quella canzoncina del Finardi anni Settanta e da allora replicatasi e metamorfizzatasi in milioni di menti rimanendo nella sostanza però sempre uguale a se stessa. Vale a dire: gli Stati Uniti sono il peggior impero che il mondo abbia mai conosciuto e si avvale della sua super potenza tecnologica per colonizzare le nostre teste, espropriare le nostre anime, inoculare insani virus nei nostri neuroni. Complotto complotto e ancora complotto. Per cui, a chi come me da una vita ‘sta narrazione è stata narrata quella vagonate di volta variando tutt’al più i comprimari ma mantenendo sempre e rocciosamente lo stesso villain (la Cia, ça va sans dire), nel vedere Citizenfour sulle prime cascan le braccia dalla noia e dal déjà-vu e déjà-entendu, e l’eccheppalle erompe irrefrenabile, e pure l’ancora più diseducato chissenefrega.
Perché della vicenda di Edward Snowden Citizenfour tratta. Snowden, colui che avendo lavorato prima per la Cia e poi per un’altra della agenzie di sicurezza americane, la Nsa, quale ingegnere informatico addetto a non so cosa, ha potuto svelare al mondo – tramite Guardian, cioè uno dei media più cool sulla faccia della terra – di quali apparati tecnologici la Nsa sia dotata per poter intercettare, registrare, archiviare ogni nostro minimo movimento e fremito e ansito su internet e altre reti effettuato attraverso computer, tablet, smartphone e altri device. Ecco, dite che faccio male se io non riesco proprio a preoccuparmene? Che sono un incosciente a non allarmarmi dell’avvenuta realizzazione della fin troppo citata distopia del grande fratello orwelliano? Mah, che da una qualche parte un qualche apparato registri tutte le mie ricerche su Google mi fa solo sorridere, e pensare a un immane scialo di risorse. Non ce la faccio proprio a immaginare qualcuno che in quella giungla di dati vada a rovistare per cercare i miei, e se lo voglion fare si accomodino, non me ne importa niente. Quando a suo tempo (era il 2013 se ricordo bene) è scoppiato mediaticamente l’affare Snowden non son riuscito ad appassionarmene, né tantomeno a indignarmi più di tanto. Sì, la libertà personale messa a rischio. Sì, i diritti lesi. Sì, l’onnipotenza di una tecnologia-mostro ormai autonomizzatasi e sfuggita perfino a chi l’ha creata. Però, a dirla tutta, trovo che la pervasività dei controlli è un prezzo che almeno in parte ci tocca pagare alla sicurezza e alla necessità di prevenire attacchi terroristici di varia natura e origine, e che, più che indignarsi a prescindere e secondo gli immarcescibili automatismi della sceneggiata paranoica di massa, dovremmo porci laicamente e razionalmente di fronte alla questione. Chiedendo ai governi garanzie sulla nostra privacy, ma anche concedendo qualcosa in cambio. Insomma, cercando di mettere in piedi un onesto e bilanciato scambio.
Scarsamente interessato al tema come sono, mi sono dunque avvicinato a Citizenfour senza troppi entusiasmi, e più per dovere bloggeristico-recensorio. Devo dire che, se la parte “la Cia ci spia” ecc. è noiosa come la fame, e tutto il coro degli indignados anche di più, il film ce la a diventare bello e interessante grazie a Edward Snowden. Che è, drammaturgicamente, un gran personaggio e che, quando entra in scena, accende Citizenfour e lo trasforma in un intrigo palpitante, anche se il finale lo conosci già (a dimostrazione che l’ossessione oggi dilagante degli spoiler è una cazzata, quel che conta è come si arriva al finale, non il saperlo già o meno). Tant’è che quando lui sparisce, letteralmente, Citizenfour, in mano ai comprimari che diventano protagonisti e si spartiscono lo spazio narrativo lasciato libero da Snowden, subito si affloscia e diventa ininteressante (quei tremendi dibattiti a Bruxelles, quel correre di qua e di là a denunciare il marcio). Chi è davvero Edward Snowden? Il suo ingresso sulla scena è a lungo evocato, annunciato, preparato in absentia. O, meglio, attraverso la sua presenza indiretta e fantasmatica quale misterioso Citizenfor – tale il nickname con cui si firma – che ha scelto la regista Laura Poitras, già cinematograficament impegnata nell’indagine sull’America post 11 settembre, come sua interlocutrice digitale. Lei risiede a Berlino, luogo già di suo ideale per ogni intrigo internazionale, lui chissà dove (scopriremo dopo che si tratta delle Hawaii). Si comunicano attraverso la rete, e lui, il cittadino quattro, le promette importanti rivelazioni. Ecco, è un inizio folgorante, che subito ci intrappola nella sua sospensione e ci sospinge all’interno di un meccanismo romanzesco che è, semplicemnte, una grande, eccellente spy story. Edward Snowden si palesa davanti alla macchina da presa della Poitroas, e ai nostri occhi, più tardi, in una stanza d’albergo a Hong Kong, location da lui scelta perché da lì l’estradizione è impossibile ma che ai cultori di cinema non può non ricordare tanti meravigliosi film ambientati nelle più losche e tentacolari e viziose città cinesi, le Macao-Shanghai-Hong Kong di infiniti melodrammi e noir da Von Sternberg a Wong Kar-wai. Intendo dire che Citizenfour si fa subito, abbastanza misteriosamente e credo al di là degli intenti della regista e dello stesso Snowden, puro cinema, e ad ammaliarci non è la realtà, non sono le rivelazioni sui pericoli per la nostra privacy, ma il fatto che quella realtà somigli tanto a una magnifica finzione. E Snowden è fantastico quale eroe, perché tale la sua figura è, quella dell’uomo qualunque che si erge contro il Male e da solo con le proprie deboli forze lo sfida rischiando tutto, la propria sicurezza, la carriera, il futuro, anche la propria vita e quella dei propri cari. “Lo sapevo che poi tutto sarebbe stato diverso, che non sarei più potuto tornare indierro”. Non riusciamo a staccare gli occhi da quella faccia mite eppure determinata da nerd, da everyman che, spinto da un’esigenza etica insopprimibile, denuncia il Grande Sistema di Controllo Panteario. Il film respira con Snowden, si nutre della sua sincerità e forse anche delle sue illusioni. Anche se – ed è un’ambiguità che intensifica ulteriormente la tensione del racconto – ci si chiede cosa l’abbia mai spinto al grande salto, e se davvero quel bisogno interiore – così profondamente americano, così intriso di etica protestante – di combattere il Male sia tutto. Intorno la canea dei media, ed è la parte meno interessante e più fastidiosa del film. Quando Snowden lascia quella stanza d’albergo di Hong Kong per rifiugiarsi sotto l’egida dell’Onu in un posto sicuro e poi sparire dalla Cina, Citizenfour boccheggia, e si spegne. Quando veniamo a sapere che il whistleblower è volato in Russia e lì, dopo lunghissima attesa in aeroporto, ha ottenuto un permesso di soggiorno, qualche dubbio in più viene. E viene da chiedersi se era il caso di far scoppiare tutto quel casino per poi finire nelle sgrinfie di Putin, non proprio il politico più innocente e ingenuo sulla faccia della terra. Che ti viene da dire a Snowden: consegnati ai tuoi, meglio una galera americana di un’ospitalità pelosissima a Mosca. Quanto allo scandalo delle intercettazioni globali da lui sollevato, a un paio d’anni di distanza chi se lo ricorda più?


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