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Alberto Angela e i tesori di Sicilia

Creato il 20 ottobre 2013 da Casarrubea
Cattedrale di Palermo

Cattedrale di Palermo

Abbiamo assistito, ieri sera, alla trasmissione televisiva sul terzo canale, I tesori della Sicilia, rientrata per bontà di Alberto Angela, in uno dei tanti itinerari di cultura informativa del programma Ulisse. Non so se il merito sia interamente di Angela o se una parte non lo dobbiamo anche ai massimi livelli di Rai 3. Non è da escludere, infatti, l’ipotesi che l’influenza di Paolo Ruffini, personaggio autorevole agli alti livelli della Rai, sia stata, negli anni di permanenza di questo giornalista nella stanza romana dei bottoni  di viale Mazzini, o, non so di quale altro indirizzo, tanta e tale da creare indiretti e magari inconsapevoli effetti indotti.

Troviamo, infatti, una perfetta corrispondenza ideologica e culturale tra la visione mitica della Sicilia di Angela e quella che ebbe ad esprimere nel 1964 , con una impronta rimasta indelebile, il cardinale Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo, che aveva fatto le umane e le divine cose per combattere ogni segno di progresso nell’isola dei Ciclopi, ivi compreso il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e tutta l’azione sociale di Danilo Dolci.

Senonchè Ernesto è lo zio del nostro Paolo, il cui padre Attilio fu senatore democristiano della Repubblica, e se non andiamo errati anche ministro. Per carità di Dio, personalità completamente diverse tra di loro, ma, vedendo la trasmissione di Angela, non si sa perché, ho provato la sensazione che quel suo muoversi a Palermo tra basiliche e cattedrali, teste con tre gambe e ciclopi, o sull’Etna tra fumi vulcanici e quasi incensi, ci fosse una rinnovata aria democristiana, una sorta di lotta tra il bene rappresentato dai paladini di Francia e dai Normanni, da Ruggero II e dalle sudditanze al Papato, e il male che persino i contadini avrebbero immortalato facendo dipingere sui loro carretti le scene di Orlando e Rinaldo e dei paladini che lottano contro i cattivi saraceni, gli ostili arabi invisi a Dio.

Ma lasciando ai lettori di buona volontà una valutazione dei giudizi espressi dal porporato nella sua pastorale Il vero volto della Sicilia scritta nella domenica di Pasqua di quel fatidico anno in cui fu tentato, con il piano Solo, l’ormai noto colpo di Stato dopo la strage di via Ciaculli, ci basta qui riflettere brevemente sulla persistenza, ormai cinquantennale, di una Sicilia immortale, mitica e senza tempo. Anzi, di una Sicilia straricca, dominata sempre da gente per bene. O meglio da popolazioni che quando hanno sconfitto i dominatori di prima, hanno sempre avuto ragione di essere i più forti, perché così avrebbe voluto una superiore volontà ultraterrena che avrebbe fatto ai siciliani il dono di essere stati sottomessi da diversi popoli: dai greci ai cartaginesi, dai romani agli Arabi e ai Normanni, per arrivare, agli spagnoli, ai borbonici e ai savoiardi.

C’era da aspettarselo il passo falso di Angela, però. Dopo avere parlato del palazzo dei Normanni e  della Cappella Palatina, di Ruggero II e dei poeti della Corte di Federico II, della Trinacria e dei suoi simboli, dei pupi e dei carretti siciliani, dell’Etna e dei Ciclopi con un occhio, di folclore e di cose casarecce, cos’altro poteva aggiungere l’onnisciente giornalista per dare un tocco speciale al suo racconto? Lo diciamo con le sue parole: “Anche la cronaca è stata rappresentata sui carretti con attenzione particolare all’epopea del bandito Giuliano”. Capite? Oltre a quella dei Mille, c’è anche l’epopea del bandito. E bravo Angela. Suo padre non avrebbe fatto, oggi, per tutto quello che anche i bambini ormai sanno,  questo errore. Quello di collocare un criminale che può stare accanto solo a Priebke e a Kappler per avere avuto sulla coscienza l’uccisione di sindacalisti, donne e bambini, e ragazzi inermi, tra i simboli e i miti di una terra che è stata ed è sì una terra di antiche glorie, ma è stata ed è anche una terra vilipesa, oltraggiata e ferita a morte da un potere che ha fatto di tutto per fare in modo che i siciliani fossero sempre schiavi di se stessi e di quanti di volta in volta riescono a dominarli.

Giuseppe Casarrubea


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