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Assegno di ricollocazione, si va verso un flop annunciato?

Creato il 10 maggio 2017 da Propostalavoro @propostalavoro

L’assegno di ricollocazione, uno dei principali elementi  di innovazione delle politiche attive del lavoro previsti dal Jobs Act, rischia di divenire uno strumento marginale e di trasformarsi in un insuccesso. La fase di sperimentazione, iniziata circa due mesi fa attraverso un percorso che coinvolge una delimitata platea di beneficiari (circa 30000), non sta infatti dando i frutti attesi dal governo: nei primi giorni di maggioAssegno di ricollocazione, si va verso un flop annunciato? erano poco più di un migliaio i disoccupati che avevano attivato il meccanismo finalizzato a ottenere la dote prevista per il reinserimento nel mercato del lavoro.

Quali sono le cause di tali difficoltà? Innanzitutto occorre riflettere su un meccanismo lento e farraginoso: il percorso di ricollocazione del lavoratore ha inizio attraverso la Did (dichiarazione di immediata disponibilità), che i disoccupati devono – contrariamente al passato, quando dovevano recarsi presso un Centro per l’impiego – rilasciare direttamente sul portale Anpal. Dopo avere compilato tale dichiarazione, i lavoratori – purché siano disoccupati da oltre quattro mesi e siano percettori della Nuova assicurazione sociale per l'impiego (Naspi) – possono richiedere l’assegno di ricollocazione attraverso lo stesso portale, per poi essere avviati presso i servizi pubblici o privati che dovranno gestire il percorso di reinserimento del lavoratore, al termine del quale – e solo in caso di successo – riceveranno il pagamento dell’assegno, commisurato alla tipologia di contratto con il quale il soggetto è stato assunto.

Non soltanto la mancata realizzazione del “sistema informativo unitario delle politiche del lavoro” rende la procedura ancora lenta e complicata, obbligando i disoccupati a recarsi ancora fisicamente presso i Cpi per l’accertamento del loro status, ma anche la fase successiva, nella quale il lavoratore deve scegliere presso quale soggetto “spendere” la propria dote (centro per l’impiego o agenzia per il lavoro) non è stata regolata adeguatamente, ad esempio prevedendo percorsi standardizzati per i lavoratori e adeguati livelli di servizio ai quali CpI  e ApL dovrebbero attenersi.

Riassumendo, il disoccupato che vuole attivare l’assegno di ricollocazione rischia di doversi rivolgere a tre soggetti (Anpal, CpI, ApL), per un una procedura che in parte avviene online, in parte attraverso la relazione con gli operatori dei servizi per il lavoro pubblici e privati. Resta di difficile comprensione la scelta di affidare la profilazione del lavoratore esclusivamente ai centri per l’impiego: tale attività potrebbe essere svolta anche dalle ApL, o addirittura realizzata interamente online.

Assegno di ricollocazione, si va verso un flop annunciato?
L’insuccesso della sperimentazione dell’assegno di ricollocazione è però da ricercare anche nelle modalità con cui tale strumento è stato delineato dal legislatore, in particolare con riferimento al “meccanismo di condizionalità”, ossia al legame previsto dalla norma tra l’erogazione delle prestazioni di sostegno al reddito e il Patto di servizio personalizzato che ciascun lavoratore deve stipulare con i servizi per l’impiego. In altre parole, i lavoratori che intendono richiedere l’indennità disoccupazione (NASPI o ASDI) devono prima sottoscrivere un accordo personalizzato, e se non rispettano i contenuti dello stesso, tra i quali il vincolo di accettazione delle offerte di lavoro “congrue”, rischiano di decadere dalla titolarità del sussidio.

Tale meccanismo lascia però ampia libertà al lavoratore disoccupato in merito all’assegno di ricollocazione, rispetto al quale ha la facoltà di decidere se aderire o meno, ma solo una volta aderito allo stesso è vincolato al percorso definito con gli operatori dei servizi per il lavoro, pena la perdita della dote: questa dinamica incentiva il lavoratore a tenersi l’indennità di disoccupazione finché dura e a non attivarsi per l’assegno, creando una sorta di cortocircuito.

Il disegno complessivo di rafforzamento delle politiche del lavoro, presente nella riforma del governo – dall’assegno di ricollocazione al meccanismo dell’offerta congrua, fino alla previsione dei livelli essenziali di prestazione da garantire su tutto il territorio nazionale – è, a quasi due anni dall’approvazione della legge delega e a oltre anno dall’emanazione dei principali decreti attuativi, ancora privo degli strumenti che dovrebbero darne pienamente corso.

Una delle premesse da cui nasceva l’intento modernizzatore del Jobs Act era il passaggio da una logica prevalente di “tutela del posto di lavoro” ad un approccio maggiormente orientato alla “tutela del lavoratore”, obiettivo che si sarebbe dovuto realizzare da un lato attraverso una maggiore flessibilità in uscita (principalmente attraverso la modifica dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e l’introduzione del contratto a tutele crescenti), dall’altro attraverso il rafforzamento delle tutele ai disoccupati e dei meccanismi di ricollocazione lavorativa: è evidente che in mancanza di questo secondo elemento le finalità stesse della riforma rischiano di apparire snaturate, e i suoi obiettivi principali di restare irraggiungibili.

                                                                                                                Gianluca Meloni


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