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Avengers:Age of Ultron (3D)

Creato il 03 maggio 2015 da Af68 @AntonioFalcone1

1Mah … Una volta uscito dalla sala dopo la visione di Avengers:Age of Ultron, vagamente rintronato e con gli occhi resi stanchi dall’imposizione di un 3D quanto mai farlocco, passeggio un po’ e fra un borbottio e l’altro attendo che l’aria fresca della sera mi ridesti le sinapsi, così da poter percepire la sensazione primaria che mi ha lasciato la pellicola. Sì, mi sono divertito, ma a tratti. Ho apprezzato ancora un a volta la maestria pop di Joss Whedon, regista e sceneggiatore già del precedente The Avengers (2012), di conferire valida visualizzazione al plot narrativo nel suo insieme come fosse lo scorrere veloce delle pagine di un albo a fumetti, un intercalare di vignette autoconclusive a costituire singole sequenze ora volte all’azione furibonda e plateale, ora all’intermezzo comico o riflessivo. Allo stesso tempo però non mi sono sentito propriamente coinvolto come era avvenuto invece con l’antecedente citata realizzazione, la quale, a mio avviso, riusciva ad offrire un più convincente bilanciamento fra spettacolarità, quest’ultima mai fine a se stessa, una buona dose d’ironia e un discreto tratteggio psicologico dei vari personaggi, per quanto grezzo, senza alcuna intenzione, benvenuta, di allontanarsi dal puro e semplice intrattenimento proprio di un comic movie.

Mark Ruffalo e Robert Downey Jr.

Mark Ruffalo e Robert Downey Jr.

Il mancato amalgama all’interno del suddetto procedere per quadri a sé stanti, una pedissequa alternanza, spesso brusca ed afflitta dai tagli imposti in sede di montaggio (a farne le spese soprattutto il personaggio di Thor), è resa ancora più evidente dall’assenza di un concreto fil rouge fra le varie vicende e i rapporti tra i componenti della squadra dei Vendicatori, non essendo più sufficiente al riguardo l’umorismo sornione di Tony Stark/Iron Man, espresso con l’ormai consueto e manierato gigionismo dal suo interprete, Robert Downey Jr. . Il buon Whedon ci offre comunque un inizio promettente e scoppiettante, un prologo introduttivo in quel di Sokovia (fittizio paesello dell’Europa Orientale), dove ha sede una base dell’HYDRA: Thor (Chris Hemsworth), Bruce Banner/Hulk (Mark Ruffalo), Steve Rogers/Capitan America (Chris Evans), Tony Stark/Iron Man, Natasha Romanoff/Vedova Nera (Scarlett Johansson ) e Clint Barton/ Occhio di Falco (Jeremy Renner), ormai gruppo coeso all’insegna del tutti per uno, uno per tutti, sono impegnati nel recupero dello scettro di Loki, ora nelle mani del Barone Wolfgang von Strucker (Hayley Atwell), il quale ne utilizza il particolare potere per una serie di esperimenti genetici volti ad incrementare le umane potenzialità. E’ quanto accaduto per i gemelli Maximoff, Wanda (Elizabeth Olsen) e Pietro (Aaron Taylor-Johnson), dotati l’una della possibilità di entrare nella mente delle persone, turbandole con la manifestazione delle loro paure più recondite, e l’altro di una velocità incredibile.

Chris Evans e Chris Hemsworth

Chris Evans e Chris Hemsworth

Sarà proprio Wanda ad offrire a Stark, dopo averlo angosciato con la visione di una terribile disfatta del gruppo superomistico avvenuta anche in seguito ad un suo mancato intervento, lo spunto per creare un nuovo progetto, denominato Ultron, che possa assicurare la pace mondiale, sfruttando, d’intesa con Banner, l’intelligenza artificiale presente nel recuperato scettro, simile a quella di J.A.R.V.I.S., fido “maggiordomo ologramma” di Iron Man.
Ma una volta isolato, Ultron prenderà vita autonoma, insediandosi nei sistemi informatici e sfruttando il “corpo” dei droni guardiani.
L’odio edipico nei confronti del suo creatore e l’incapacità di discernere fra Bene e Male lo condurrà a mettere in atto un folle piano per distruggere l’umanità intera, unica possibilità salvifica rimasta, a suo dire, al pianeta Terra …
Attento ad inserire nello sviluppo della trama gli elementi che andranno a comporre negli anni a venire le caselle di un articolato mosaico filmico già delineato dalle menti produttive – distributive della corrazzata d’assalto Marvel/Disney, sfruttando elementi tipici della serialità (cliffhanger à gogo), Whedon, sempre distante dalla visionarietà propriamente detta, riesce comunque ad ovviare con una certa fluidità di ripresa alla meccanicità insita in un complesso gioco ad incastri, pur restando spesso vittima di se se stesso e di una certa smania ipertrofica. Le stesse sequenze d’azione, avvolte generalmente da una luce cupa, per quanto nel complesso riuscite, mi sono apparse sin troppo roboanti e confuse.

Scarlett Johansson

Scarlett Johansson

Curiose, ma non certo risolutive nel conferire una particolare identità, stilistica e di contenuti, le parentesi “amene” (a partire dal party in casa Stark, con la gag, piuttosto statica, relativa al sollevamento del martello di Thor) ed intimiste (il “tengo famiglia” a sorpresa, svelato da Occhio di Falco). A tale ultimo riguardo appare indovinata l’idea della liaison, in fieri e trattenuta, fra Banner/Hulk e Natasha/Vedova Nera, una parentesi romantica debitrice, ancor prima che di King Kong, della fiaba La bella e la bestia.
Ruffalo e la sempre splendida Johansson sono particolarmente intensi nell’esprimere, rispettivamente, i toni dolenti relativi alla propria condizione doppia e ad un tormentato passato, difficile da dimenticare.
Ho avvertito in particolare la mancanza di un respiro concretamente epico, capace di ammaliare da un punto di vista cinematografico non solo per l’alta resa delle mirabilia digitali, ma atto bensì a solleticare l’animo di quel bimbetto che ancora scalpita nell’animo di molti di noi, magari suscitando un tifo spontaneo per un supereroe in particolare o una sequenza che vorremmo certamente vedere (è quanto avviene, almeno riporto la mia personale sensazione, nella scazzottata fra Hulk e l’ HulkBuster di Iron Man). Inoltre mi aspettavo un “cattivone” più sulfureo rispetto al personaggio di Ultron, reso in performance capture da James Spader (la cui voce si perde nel doppiaggio italiano).

James Spader/Ultron

James Spader/Ultron

A metà strada fra il Pinocchio disneyano (“fili non ho più”), burattino/bambino ribelle all’autorità genitoriale e il Prometeo Moderno/La Creatura del Frankenstein di Mary Shelley (con negli occhi l’anima riflessa di Hal 9000, 2001:Odissea nello spazio, 1968, Stanley Kubrick), il robotico villain non sempre riesce a rendere con efficacia l’insinuante, ed attuale, tematica del dominio della tecnologia nei confronti della mente (e del cuore) degli uomini e di come quest’ultimi non meritino di vivere in un pianeta che sono incapaci di gestire oculatamente.
Più interessante, invece, la resa del personaggio di Visione (Paul Bettany), nato da una costola (al vibranio) di Ultron, il quale, per quanto consapevole di come l’essere umano tenda all’autodistruzione, decide comunque di concedere una possibilità a questo strano animale che brucia la terra sulla quale cammina e che lascerà in eredità a quanti verranno dopo di lui.
Fine a se stesso, manieristico ed autoreferenziale, forte di un’esibita spettacolarità, Avengers: Age of Ultron si sostanzia come un capitolo di transizione col vestito della festa, divertissement fracassone idoneo comunque a suscitare più di una riflessione relativamente al rapporto fra forma e contenuto nella visualizzazione cinematografica di quanto già riportato nelle pagine di un albo a fumetti. Dimenticavo, niente scene dopo i titoli di coda, ma in mezzo, più o meno: da qualche parte nella galassia una vecchia conoscenza lancia il guanto di sfida ai Vendicatori e preannuncia il prossimo capitolo, verso l’infinito e oltre


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