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Bisignani-story: il nuovo potere sarà milanocentrico?

Creato il 25 giugno 2011 da Andreaintonti

Questa è una vecchia intervista [qui: http://www.youtube.com/watch?v=w7SzWOAzQTY per chi non riuscisse a visualizzare il video] del marzo 1988 a Luigi Bisignani, l'uomo che – dando per buona l'interpretazione di una parte della stampa – sarebbe l'uomo a cui Silvio Berlusconi ha lasciato in tutti questi anni il “governo ombra” del nostro paese. Qualcuno dovrà sicuramente spiegare come mai Bisignani aveva un ufficio a Palazzo Chigi e, addirittura, potesse utilizzarne la carta intestata. Ma siamo davvero sicuri di essere di fronte ad una nuova forma di “Propaganda2”? O forse, per l'ennesima volta, una parte dei media, della politica e – perché no? - della magistratura, vuole utilizzare questa faccenda come chiavistello per disarcionare il premier e quella rete di potere che in questi anni gli si è creata intorno?
Perché se a questa seconda domanda rispondiamo in maniera affermativa allora vorrà dire che non abbiamo imparato niente, che continuiamo ad essere quel “popolino” che, meritatamente, viene utilizzato a sua insaputa per interessi altri e altrui. Perché se è questo il vero motivo per cui questa storia è venuta fuori proprio adesso, togliere un Bisignani ora vuol dire semplicemente trovarcene un altro – magari dell'ideologia opposta – fra qualche anno. Tutto cambia per restare uguale, dice d'altronde il vecchio adagio.
Se qualcuno crede ancora che in questo paese – come in tutti i paesi del mondo – non esistano dei Poteri (la maiuscola non è un refuso) al di sopra dei politici, sarà forse il caso che lo/la si svegli e gli si racconti che il “Paese delle Meraviglie” è solo una favoletta. Questa è solo la realtà. Nuda e cruda, come si suol dire. E la realtà è ben diversa dallo scontro più o meno cavalleresco tra il “Bene” e il “Male”, tra la sinistra e la destra. Così come la realtà della cosiddetta “P4” è ben diversa da quella che i media stanno provando a venderci. Ma partiamo dall'inizio...
Iniziamo proprio dal fantasma – sempre più evocato – della loggia massonica “Propaganda2”, che tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta ha avuto le sorti del paese in mano - stando almeno alle ricostruzioni fin qui note. Ma è stato davvero così? Voglio dire: davvero la P2 è stata quello che ci è stato raccontato? O forse l'aver desecretato questa loggia è servito a qualcuno per tenerne nascoste altre? Basti considerare il fatto che le logge massoniche in Italia e nel mondo ci sono, godono di ottima salute e raramente vengono toccate da inchieste giudiziarie. Perché sono un Potere forte e la loro presenza, evidentemente, fa ancora comodo.
Riguardo alla loggia che fu di Licio Gelli poi, ci sarebbe un altro appunto su cui si potrebbe ragionare: come apprendo dal sito Articolo21.info (qui l'articolo in questione: http://www.articolo21.org/3429/notizia/dalla-p2-alla-p4-la-scandalosa-santa-alleanza.html) dunque da una fonte che si può ritenere attendibile, nella famosa lista ritrovata a Castiglion Fibocchi risulterebbero 962 nomi, mentre gli appartenenti alla loggia sarebbero stati 2.400. Dove e soprattutto chi sono i “piduisti” non presenti in quella lista? Cosa fanno oggi? E, domanda forse ancor più importante: perché sono stati ritrovati proprio quei 962 e non altri? Coincidenza? Accordi tra la massoneria e chi indagava per tutelare gli altri? Siamo davvero sicuri che quella lista di cui conosciamo ormai ogni singolo dettaglio, sia davvero attendibile?
Al di là di queste domande, comunque, una certezza c'è: tra quei nomi c'era quello di Luigi Bisignani, ed attualmente è l'unico collegamento tra passato (la P2, appunto) e presente (la “P4”). L'unico collegamento basato su ragionamenti e prove, naturalmente. Se poi si vuol giocare alla “spy story” come sembra stiano facendo molti media in questi ultimi tempi allora si aprono orizzonti più o meno infiniti dei quali, però, bisognerà capire la vera consistenza. La mia impressione è esattamente questa: che si stia delineando a livello mediatico una situazione molto “romanzata” che, alla fine, si risolverà non con quella “nuova Tangentopoli” che qualcuno sembra delineare e che a più d'uno piacerebbe.
Il modo migliore per capire davvero quello che sta avvenendo – eliminando eventuali letture di schieramento partitico – è proprio quello di tagliare tutti i collegamenti “da spy story” perché, semplicemente, la “galassia-Bisignani” non è né quella di una loggia massonica né quella di un potere occulto ed illegale. È, più prosaicamente, quella del Potere. Un potere – che da altre parti si chiamerebbe lobbistico – che poco o nulla ha a che vedere con le “devianze” che caratterizzano la nostra storia recente e passata. Io credo che la definizione migliore del periodo che stiamo vivendo sia quella di una “fase di transizione”, nella quale si stanno “semplicemente” delineando i nuovi assetti di potere che manderanno avanti il paese nell'era post-berlusconiana. Tutto sta a capire su quale “cavallo” siano stati fatti gli investimenti più importanti.
La ragnatela piramidale
Se volessimo disegnare graficamente il sistema di poteri che ruotava intorno a Bisignani – utilizzando ancora quello che sta venendo fuori sui media – forse la ragnatela è il modo più semplice per farlo. Una ragnatela che però ha un apice, costituito da Bisignani appunto, dal quale si propagano poi tutti i vari rami che stanno venendo fuori, e che da quell'ex giornalista Ansa passato dal ruolo di capo dell'ufficio stampa di Gaetano Stammati (ministro dal 1976 al 1979 tra i governi di Aldo Moro e Giulio Andreotti) si propaga a Gianni Letta e Cesare Geronzi, delineando così il vertice del Potere romano (L'Infedele, 20 giugno 2011). Un potere romano – o sarebbe meglio dire romanocentrico? - evidentemente in caduta libera. Qui mi viene in mente quella che è stata etichettata come l'ennesima boutade leghista: lo spostamento di quattro ministeri al Nord. Se l'uscita di Bossi fosse in realtà molto più che l'ennesimo slogan secessionista? Se costituisse un indizio per la ridefinizione degli assetti di potere in chiave “milanocentrica” (da intendersi come accentrata su tutto il Nord, da sempre considerato il vero motore del Paese)? Ma con i “se” non si è mai fatta la storia, si dice, e dunque atteniamoci alle cose più o meno certe ed accertate.
Gianni Letta e Cesare Geronzi, dunque. Il “diplomatico” che tra i numeri in agenda può contare – oltre a quello, scontato, di Berlusconi – quelli del Vaticano e di Goldman Sachs e uno dei grandi nomi dell'economia e della finanza degli ultimi anni. È lo stesso sottosegretario a raccontare, in una deposizione resa lo scorso 23 febbraio davanti ai pm Herry John Woodcock e Francesco Cursio, i suoi rapporti con Bisignani:«Ho conosciuto Bisignani quarant'anni fa, dal momento che il padre era molto amico del mio direttore del Tempo Angiolillo, poi ho conosciuto la madre, poi il fratello Giovanni e poi anche Luigi che cominciò a fare il giornalista con Libero Palmieri che aveva iniziato anche me al giornalismo(...)». I rapporti tra i due erano così stretti che Letta – insieme all'ex premier Lamberto Dini – ne è stato testimone di nozze. Ma questo, almeno fino ad ora, non costituisce reato.
Per capire invece come si intersechino le strade con Geronzi bisogna tornare indietro di qualche anno. Precisamente al 1989, quando Raul Gardini – imprenditore allora a capo delle industrie Ferruzzi, leader nel mercato agroalimentare e che due anni prima aveva acquistato Montedison – riesce a creare una joint venture con Eni, in una società (l'Enimont) a partecipazione mista pubblico-privato che nei sogni della grande imprenditoria e della politica di quel tempo avrebbe dovuto portare l'Italia nel novero delle grandi potenze. Ma si sa che nel campo degli affari poco spazio vi è per i sogni, e la guerra per la scalata alla società che vede da una parte Gardini e dall'altra Gabriele Cagliari, allora presidente del cane a sei zampe, riporta tutti con i piedi per terra. La questione viene risolta manu politica con l'intervento dell'allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti: l'Eni – cioè la parte pubblica della chimica nazionale - rileva le quote di Enimont fino ad allora in mano al privato (cioè Gardini) staccando un assegno di 2805 miliardi di lire (oltre 2 miliardi di euro). Ma qualcosa non torna: per risolvere la questione, infatti, vengono promessi soldi un po' a tutti i politici attraverso l'uso di appositi fondi extrabilancio, triangolazioni su società di copertura e conti in paesi i cui controlli non sono ferrei come in Italia, come lo Ior – l'Istituto per le Opere di Religione detto anche Banca Vaticana – che negli anni ha usato vari conti (come quelli nella Banca di Roma di Geronzi) per riciclare proventi dalla dubbia nascita e nel quale più d'uno erano i conti intestati a enti benefici inesistenti. È a questo punto che si inizia a parlare della “madre di tutte le tangenti”, la maxi tangente-Enimont, appunto.
Cosa c'entra Bisignani? Bisignani è, a quel tempo, il responsabile delle relazioni esterne del gruppo Ferruzzi – dunque anche di Montedison – e quando capisce che il progetto Enimont sta diventando sempre più irrealizzabile chiede aiuto a Donato De Bonis, vescovo per anni al vertice della Banca Vaticana e con il quale – come evidenzia Gianluigi Nuzzi in “Vaticano S.p.A.” - nel 1990 crea il conto 001-3-16764-G intestato alla “Louis Augustus Jonas Foundation”, con sede a Doylestown (Pennsylvania) che dal dopoguerra si occupa di aiuto ai bambini poveri e che ha proprio in quella di Bisignani l'unica firma autorizzata. Sul conto, comunque, vengono depositati 600 milioni di lire in contanti che di bambini poveri ne vedranno ben pochi, dato che dalla fondazione questo conto (che poi si scoprirà appartenere proprio ad Andreotti) ha ereditato solo il nome. Ma questa è un'altra storia...
Bisignani, poi Letta e Geronzi. È da questo triumvirato che si dipana la ragnatela del Potere dei salotti romani che ha governato in questi anni e nella quale – evidentemente – quello di Silvio Berlusconi è un ruolo da co-protagonista. Quello del premier è sì ruolo importante in questa ragnatela, in quanto – da solo – rappresenta il braccio politico, quello economico-imprenditoriale e quello mediatico del potere facente capo a Bisignani, ma forse non così centrale come ci è stato raccontato in tutti questi anni.
È poi da tenere in considerazione un altro aspetto della faccenda: ogni singolo passaggio, ogni singolo personaggio che di questa ragnatela fa parte, è il centro di una galassia costituita da altri poteri – si pensi, tanto per andare nell'ambito del “trito e ritrito” - ai rapporti tra Berlusconi, uno dei suoi fedelissimi (Marcello Dell'Utri) e la mafia siciliana, così da dare una ben diversa connotazione a tutto il sistema fin qui descritto e sul quale, comunque, continua a non aleggiare niente che possa ricondurre il tutto ai centri di potere deviati, alla P2 ed alla legge Anselmi di cui tanto si parla in questi giorni. A meno di non voler definire come “società segreta” ogni singolo centro di potere in Italia e nel mondo, ma vorrebbe dire – di fatto – rendere illecita la concezione stessa del Potere propriamente detto, quello che elegge (il verbo non è usato a caso) chi siederà nella stanza dei bottoni.
Voglio fare il...finanziere
Fin qui abbiamo lasciato da parte l'altro “grande nome” dell'inchiesta che sta portando avanti la magistratura: quell'Alfonso Papa che dalla cattedra d'un tribunale si è ritrovato – insieme ad un numero sempre più ampio di colleghi – a sedere su una più comoda e più remunerativa poltrona parlamentare per espresso volere dei servizi segreti e che facendo un uso personalistico delle forze dell'ordine, Guardia di Finanza soprattutto, era il “braccio armato” (o “l'uomo per i lavori sporchi”, fate voi) del gruppo.
Raccolta di «Notizie ed informazioni riservate e segretate inerenti a procedimenti penali in corso, sia da ambienti giudiziari ed investigativi, sia collegandosi dagli uffici dei carabinieri, della polizia e della Procura di Napoli» nonché «notizie ed informazioni inerenti a dati sensibili e strettamente personali e riservati riguardanti in particolare esponenti di vertice delle istituzioni e ad alte cariche dello Stato» con le quali «tutelare soggetti amici inquisiti, ottenere denari e favori dagli imprenditori ai quali rivelavano informazioni sulle indagini cui quelli erano sottoposti oppure infangare per poter poi ricattare le persone sulle quali avevano raccolto informazioni private»: stando agli inquirenti sarebbe questo il lavoro del duo Bisignani-Papa. Di qualcosa che possa essere riconducibile ai fasti (illeciti) della più famosa loggia P2. Sarebbe forse più giusto parlare di un comitato d'affari che nell'operato ricorda molto più l'attività mafiosa che non quella massonica.
Bisognerà poi anche capire quanta consistenza abbiano i reati, al di là delle ricostruzioni mediatiche che vengono fatte in questi giorni, ed ho l'impressione che il risultato sarà ben diverso dalle aspettative...
Perché non c'è in realtà niente di “scandaloso” nel modo di funzionare di un sistema di potere, dove la lobby che comanda piazza i propri uomini di fiducia nei ruoli chiave della società. E dunque ci sarà una ben determinata classe economico-finanziaria, una ben determinata selezione di “top manager”, di giornalisti e direttori di giornali e tg e via discorrendo. Non c'è niente di "scandaloso" se accettiamo questo come modello immutabile. Se poi sia una pratica accettabile o meno se ne può discutere, così come si può discutere – più o meno all'infinito – quanta meritocrazia sia stata usata nei confronti dei “grandi nomi” di cui possiamo leggere sui giornali e quanta ne verrà usata per i prossimi. Ma discutere di questo significa mettere in discussione lo stesso sistema che ha generato e continuerà a generare i Licio Gellli, i Bisignani e tutti quei faccendieri, quei traffichini (o chiamateli come più vi aggrada) che sono necessari a tenere in piedi un sistema di potere, e non saranno certo inchieste sulla “P4” o sul prossimo comitato d'affari illeciti a modificare le cose. Tutto cambia per restare uguale. Al massimo si sposta di qualche chilometro come in questo caso, dove – a guardare un po' le persone coinvolte – sembra sempre più che il prossimo sistema di potere sia portato dai venti del Nord, con quel Tremonti che già adesso gioca a fare il comandante. Che sia lui il nuovo “cavallo di razza” su cui hanno puntato i Poteri forti (quelli, appunto, con la maiuscola)?

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