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Born to lose / Nicoz Balboa

Creato il 15 maggio 2017 da Lo Sciame Inquieto
Born to lose / Nicoz Balboa Born to lose / Nicoz Balboa. Roma: Coconino Press, Fandango, 2017.
Nicoz Balboa (nome d’arte di Nicoletta Zanchi) è "romana de Roma" e quasi morbosamente legata alla sua città, come è proprio dei romani, anche se vive da parecchi anni in Francia. È madre di una bimba, Mina, nonché tatuatrice, illustratrice, disegnatrice di fumetti, artista e molto altro.
Questo è il suo primo albo a fumetti pubblicato ed è un albo decisamente originale. Non si tratta infatti di un graphic novel come ormai siamo abituati a leggere, ma di un vero e proprio diario, disegnato e scritto su un’agenda Moleskine per almeno un paio d’anni.
E come tutti i diari è un racconto intimo e non solo; però anziché usare solo il flusso di pensieri (c’è anche quello), utilizza i disegni che rappresentano se stessa, la sua bambina, i suoi amici, i figli degli amici, i suoi amori e tutto il mondo che ruota intorno a lei.
Born to lose / Nicoz BalboaNon so se Nicoletta è quella rappresentata qui; lei si lamenta di chi pensa di conoscerla attraverso il suo blog, e un po’ la capisco, perché nel mio piccolo accade talvolta anche a me. Diciamo che in tutte le nostre espressioni mettiamo una parte di noi stessi, ma è chiaro che ciascuno di noi è più complesso di così e non si esaurisce in quei pensieri e in quelle pagine, che hanno piuttosto l’obiettivo – più che di rappresentare compiutamente se stessi – di parlare a tutti e consentire ai lettori di scoprire una parte di loro stessi, di riconoscersi, di “risuonare” (come dico io) con alcuni pezzi di umanità dell’autore.
Born to lose / Nicoz BalboaE, da questo punto di vista, secondo me Nicoz Balboa in questo diario riesce perfettamente a raggiungere l'obiettivo. Anche se non si è mamme, non si vive lontano dalla propria città e dai propri amici, non si è artisti, non si fa i tatuatori e non si ascolta la sua musica, ognuno di noi potrà riconoscersi nelle sue insicurezze, nei suoi momenti di piccola e grande felicità, nei suoi successi e insuccessi, nelle sue giornate no, nella sua volubilità, nelle sue paure, nel suo desiderio di essere amata e nella paura di rimanere sola, nel voler fare le cose giuste per sé e per le persone a cui si vuole bene e nel non riuscirci sempre né spesso.
È in questo modo che avviene quel processo di identificazione che inevitabilmente ci fa sentire la persona di cui leggiamo familiare e ci fa pensare di conoscerla da sempre, come un’amica di vecchia data, quando invece quello che abbiamo trovato è una parte di noi stessi. Gli artisti servono a questo: a renderci esplicite e universali delle cose che noi pensiamo essere solo nostre e su cui ci arrovelliamo sentendoci sbagliati, e che invece grazie a loro capiamo essere tratti caratteristici dell’umanità tutta, solo che di solito non entriamo nell’intimità degli altri così a fondo da poterli davvero vedere.
Il che poi non vuol dire che smettiamo di arrovellarci e di stare male, ma forse ci sentiamo un po’ meno soli.
Voto: 4/5

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