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Chist’ è o paese d’o mare, o no?

Creato il 14 novembre 2012 da Maremagazine

Chist’ è o paese d’o mare, o no?

Francesca Carignani

Chist’ è o paese d’o mare, o no?
Francesca Carignani la sa lunga e la sa anche raccontare…, non a caso ha alle spalle vent’anni come manager nell’area comunicazione prima nell’agenzia di Armando Testa e poi nella direzione pubblicità di Ferrovie dello Stato. Da due anni, con suo marito Giovanni Rinaldi, fotografo professionista di reportage geografico e architettura, ha scelto di fare downshifting lo stile di vita, il vivere in semplicità, di cui si parla da circa 15 anni. Dedica così i soli mesi invernali all’attività di libera consulenza per poi navigare 4-6 mesi l'anno. La loro barca è un Grand Soleil 45 del 2006 (progetto Jude &Vrolick), attrezzata con pannelli solari e dissalatore, ideali per navigare in autonomia. Una barca sportiva e veloce che dà grandi soddisfazioni sotto regime di meltemi e che hanno ribattezzato P'acá y p'allá, che è il titolo di una poesia di Pablo Neruda. Il suo significato è quello che gli inglesi definiscono con here, there and ewrywhere. Questo modo di essere lo hanno anche ben descritto nel libro P’acà y P’allà, Navigare 6 mesi in Egeo. Perché il modo migliore di trovare un altrove è di cercarlo per mare.
Allora, visto che la sa raccontare, le abbiamo chiesto di scrivere per noi le impressioni di una diportista a proposito dell’accoglienza nei porti italiani.

Chist’ è o paese d’o mare, o no?

P'acá y p'allá in navigazione

Chist’ è o paese d’o mare…
8.000 chilometri di costa – e che costa… – fanno dell’Italia un Paese apparentemente ideale per la navigazione da diporto. Apparentemente. Le riviste di nautica da mesi lanciano allarmi: gli armatori italiani stanno abbandonando il BelPaese, preferendogli l’accoglienza delle coste limitrofe. Francia, Spagna, Croazia, Tunisia, Grecia. Lì, le richieste di posti barca annuali da parte degli italiani pare siano decisamente aumentate nell’ultimo anno. Colpa della nuova tassa nautica? Non credo, o comunque diciamo che la nuova tassa – inizialmente pronosticata come elevatissima, poi ridimensionata a valori equi e paragonabili alla vecchia tassa di stazionamento – può essere considerata solo la famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un vaso che, per chi il mare lo vive come passione irrinunciabile e non come una delle tante esibizioni di ricchezza, era già abbondantemente colmo.
Chist’ è o paese d’o mare, o no?
L’assioma armatore=ricco evasore è, a quanto pare, un pregiudizio radicato nell’opinione pubblica italiana, cavalcato dai governanti come azione punitiva per generare consenso e strumentalizzato dai media in tempi di crisi. Pensateci. Quando si parla di evasione fiscale, i telegiornali scelgono come immagine simbolica quella del megayacht. Peccato poi che quel megayacht sarà sempre esente da controlli e tasse in quanto intestato a società con sede all’estero. Mai che si usi come immagine simbolo un Hallberg Rassy di 20 anni il cui proprietario fa sacrifici incommensurabili per l’insana follia di mantenerlo.
Non accade in Francia, né in Spagna, né tantomeno in Nord Europa, dove il proprietario di barca è semplicemente un appassionato, come il collezionista di francobolli o l’appassionato di libri d’arte o di orologi. Accade da noi. Dove, inevitabilmente, se hai la barca sei pieno di soldi. Ne hai tanti, ne hai troppi.

Chist’ è o paese d’o mare, o no?

Alla fonda a Gramvousa (Creta Nord Ovest)

Ma possiamo dar torto a questo sentire comune? Purtroppo no, purtroppo avere la barca in Italia significa essere ricco semplicemente perché i costi di gestione sono esorbitanti. Ingiustificatamente esorbitanti. Dopo tanti anni di crociere tirreniche, per periodi lunghi in mare ho scelto la Grecia. Lì il mondo va al contrario che da noi. Il navigante che arriva in porto è accolto con cordialità e disponibilità, la maggior parte delle volte l’ormeggio in porto non prevede alcun dazio, a meno che non usufruisci dei servizi acqua e corrente elettrica cui di solito accedi con un paio di euro al giorno. Qualche volta invece si paga una cifra che va dai 6 ai 18 euro a seconda del luogo e della lunghezza della barca. Certo, gli ormeggi sono a volte difficili, spesso è necessario gettare l’ancora per assenza di corpi morti, altrettanto spesso non vi sono le colonnine dei servizi.
Chist’ è o paese d’o mare, o no?

A ds. Barche ormeggiate al porto di Ios, nelle Cicladi. Lʼormeggio con corpo morto è gratuito. In banchina, moderne colonnine made in Italy per i servizi cui si accede con una card a scalare: con un paio di euro al giorno hai acqua e elettricità.
Ma è quasi sempre un luogo sicuro e con questi costi ti fermi volentieri un paio di giorni. Che, per l’economia locale, vuol dire che farai la spesa, il rifornimento carburante, la cena fuori, magari affitterai un motorino o una macchina per visitare meglio il posto.
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A sn. Nel marina di Kos (Dodecaneso) svernano molte barche italiane. “Costa 1/5 di quanto pagavo in Liguria” - mi dice un armatore che è lì da un paio di anni - “ e con la differenza sai quanti voli low cost riesco a prenderci?” 
In altre parole, ti rendono facile la permanenza per consentirti di creare benessere per la comunità che ti offre i suoi servizi. Un’idea per nulla sciocca.
“Non si paga nulla, l’ormeggio è libero e gratuito” mi ha detto l’uomo dell’autorità portuale di Pylos (Peloponneso) che si è poi offerto di chiamare per me l’autobotte per il rifornimento di gasolio. Lo stesso addetto che un paio di giorni dopo, sapendo che avevo in programma di salpare, è venuto sul molo ad avvertirmi di un avviso di burrasca. Tutto gratis e per puro spirito di marinaio.
In Italia è tutt’altra storia.
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A ds. Ad Agropoli (SA), la parte di molo che secondo il portolano dovrebbe essere adibita al transito è stata invece data in concessione ai privati. 60 euro al giorno a Ottobre. “... Perché ti faccio un prezzo di favore 
Una circolare del 1996 a firma dell’allora Ministro dei Trasporti Burlando, prevede che il 10% dei posti barca in un approdo turistico, sia esso pubblico o in concessione ai privati, debba essere riservato al transito. L’ormeggio in tali posti prevede un massimo di 72 ore a costi estremamente contenuti; nessun costo per chi si ferma un massimo di 12 ore tra le 8 e le 20. Sulla carta, un’iniziativa che renderebbe il mare italiano amichevole. Peccato che tale circolare, mai formalizzata in legge, non venga per lo più rispettata nella gran parte dei porti italiani. Ecco che in bassa stagione risalire il tirreno è un’odissea.
Le condizioni del mare rendono spesso difficile l’ancoraggio in rada e se ti fermi in porto giusto qualche ora per riposare ti trovi a pagare 45 euro a Cetraro, 60 Euro a Agropoli, 92 a Procida, un centinaio a Ventotene, 50 Euro all’ancora non finito nuovo Marina degli Arechi… E hai scelto i porti più economici.
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A sn. Ormeggio allʼinglese lungo il molo soprafflutto di Pylos (Peloponneso). Niente
servizi, da 5 anni dei cavi fantasma sul molo segnalano lʼintenzione di realizzare delle colonnine. Lʼormeggio è gratuito.

I posti in transito? Introvabili. Quei moli che sul portolano vengono descritti come adibiti al transito, sono per lo più dati in concessione ai privati e quindi a pagamento. A costi paragonabili a quello di una stanza doppia in albergo a 4 stelle. E nessuno viene a rifarti la stanza né ti porta la colazione a letto.
“Guardi che è dal 2010 che non alziamo le tariffe…” si è giustificato l’ormeggiatore del Porto di Agropoli. Come se dal 2010 non ci fosse una crisi in Italia.
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A ds. Il marina di Procida. 92 Euro al giorno in bassa stagione. Niente servizi igienici
a terra.

Chi ha una barca e non è ricco, si ferma in porto in Italia il meno possibile. 5 giorni di transito nei porti italiani rischiano di rappresentare un budget pari a quanto spendi per l’ormeggio in 4 mesi di Grecia. I ristoranti nelle località turistiche italiane lamentano una crisi sempre più aggravata. D’altra parte dopo aver pagato quel dazio per qualche metro quadro di mare e nulla più, i marinai preferiscono risparmiare e cenare a bordo. E la mattina si riparte, veloci, per fare più miglia possibile prima del tramonto e di un nuovo dazio da pagare.
Chist’ è o paese d’o mare, o no?

A sn. Ottobre 2012. Tromba dʼaria tra Ventotene e la costa laziale. In condizioni meteo difficile, vorresti contare su un porto sicuro. Ma può essere un salasso se la perturbazione dura più di
qualche ora.

Questo quando transiti, quando navighi in vacanza. Ma dato che la barca a fine stagione non si può piegare e mettere in magazzino, cosa succede per il posto barca annuale? In un marina greco i costi di ormeggio annuale per un 45 piedi variano dai 2.500 ai 5.000 euro.  
Nell’Italia del sud, in sardegna e in adriatico puoi forse trovare qualcosa di comparativo. Nel tirreno orientale, per queste cifre puoi al massimo contare sulla stagione invernale.
Qualche esempio di costo annuale? Marina degli Arechi (SA) 9.800 euro, Cala Galera (GR) 14.500, Porto Mirabello (SP) 14.700.
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A ds. Il porto di Serifos, Cicladi. Qui, come in tante isole greche, paghi solo se vuoi pagare. Ovvero, se ti rechi allʼautorità portuale a dichiarare la tua presenza. Lʼobolo è di soli 10 euro in alta stagione. 
E gli stranieri? Ne ho incontrati diversi di stranieri che hanno lasciato tutto e vivono per mare. Navigano con lentezza come chi non ha scadenze, si fermano settimane nei porti sicuri e diventano di casa in ogni isola che toccano. In Grecia. Quando, invece, traversano diretti verso la Spagna, passano veloci lungo le coste italiane, cercando di non fermarsi mai. Si trasformano in corridori, macinano miglia pur di evitare di sottostare alla mancanza di amore per i naviganti che il nostro Paese dimostra. “Sharks” è il termine più gentile con cui ho sentito definire,  dagli stranieri, gli italiani dei servizi per la nautica. Sharks, squali. Pronti a spolpare l’osso di chi osa navigare da queste parti. Perché se hai la barca sei ricco per forza. E se lo pensano pure quelli che col mare ci lavorano, non c’è niente da fare.
Chist’ è o paese d’o mare, o no?
 Francesca Carignani, le fotografie sono di Giovanni Rinaldi
Francesca fotografata dal marito

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