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Come si abbassano (seriamente) le tasse? La versione della Corte dei Conti

Creato il 30 giugno 2015 da Capiredavverolacrisi @Capiredavvero

C’è un modo populistico e inefficace per sostenere l’abbassamento delle tasse in Italia. E poi c’è un modo serio che favorirebbe la crescita del paese, ed è quello che da settimane sosteniamo su questo sito. Per dirlo in una formula, funziona così: si riduce la spesa pubblica, per ridurre le tasse e quindi far ripartire l’economia del paese grazie a maggiori consumi e investimenti. La novità che vi descriviamo in questo articolo è la seguente: finalmente anche un’istituzione pubblica come la Corte dei Conti ha il coraggio di sottolineare che questa è la strada migliore da percorrere.

La scorsa settimana la Corte dei Conti è intervenuta per il consueto “Giudizio di parificazione del rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2014″. Detto con parole più semplici: per un controllo formale dei conti pubblici dello scorso anno della sola Amministrazione centrale.

Iniziamo da quello che potrebbe essere definito “il bicchiere mezzo pieno”: la spesa pubblica è elevata, ma quantomeno ha smesso di crescere a ritmi eccessivi. È quanto ha detto nella sua relazione introduttiva il presidente della Corte Raffaele Squitieri: “Guardando a questa versione dei conti dello Stato – che è poi quella rilevante per le verifiche europee – si evidenzia come le componenti principali della spesa corrente (redditi di lavoro e consumi intermedi) abbiano continuato a segnare, nel 2014, incrementi di limitatissima portata, in linea con i programmi generali di revisione e contenimento della spesa. Anche gli interessi sul debito hanno invertito la tendenza e si sono ridotti significativamente, così come – ed è questo, invece, un segnale non positivo – gli investimenti in opere e infrastrutture pubbliche. Il moderato aumento dell’indebitamento netto rispetto al 2013 è, pertanto, pressoché per intero da attribuire all’espansione delle spese per prestazioni sociali”.

Dopodiché, però, le notizie per il contribuente italiano medio sono tutt’altro che positive. Cominciamo dalle tasse incassate dallo Stato italiano. Il Governo sarà contento di sapere che “nel 2014 le entrate totali sono aumentate dello 0,6 per cento rispetto al 2013″. Più risorse da spendere, dunque. Il tutto grazie al fatto che “all’interno dell’aggregato, si deve segnalare l’aumento delle entrate correnti (+0,9 per cento), che ha più che compensato la significativa diminuzione delle entrate in conto capitale (-21,3 per cento rispetto al 2013). Tra le entrate correnti, l’incremento registrato si lega, prioritariamente, al maggior gettito delle imposte indirette (+3,5 per cento) e ai contributi sociali (+0,5 per cento). Parallelamente, si è verificata una diminuzione delle imposte dirette (-1,4 per cento), soprattutto a causa della flessione dell’IRES”. Come dire che lo Stato aumenta il gettito, ma le imprese stremate riescono comunque a pagare sempre meno tasse (cioè meno Ires). La conclusione è da brividi. La Corte infatti mette nero su bianco che “al termine del 2014, la pressione fiscale è stata pari al 43,5 per cento, di poco più elevata di quella del 2013 (43,4 per cento) soprattutto, come detto, per il maggior gettito delle imposte indirette. L’aumento è dovuto, pressoché esclusivamente, alla componente di competenza delle amministrazioni locali. Al riguardo, va evidenziato che la pressione fiscale continua a rimanere elevata nel confronto internazionale, con un divario, che permane nel 2014, di 1,7 punti percentuali di prodotto rispetto alla media degli altri Paesi dell’area euro”.

Chi fosse arrivato a leggere fin qui, potrebbe chiedersi: ma se la spesa pubblica aumenta di poco e le tasse aumentano di tanto, di quale “austerità fiscale” o “rigore” parlano i politici? Lo spiega nella sua requisitoria il Procuratore generale Martino Colella: “E’ stato prima ricordato come le molte misure discrezionali intraprese in quella situazione abbiano portato, nonostante la profonda recessione, ad un incremento del gettito di oltre 55 miliardi di euro, con un aumento della pressione fiscale di quasi due punti e mezzo rispetto al 2009 (resterebbe di due punti anche trattando il bonus come uno sgravio fiscale); la spesa primaria corrente è invece aumentata di 16 miliardi, spingendo in direzione di un maggiore indebitamento, attribuibile, però, alla sola componente per prestazioni sociali: al netto di questa voce, la spesa primaria corrente è diminuita, nel periodo, di quasi 21 miliardi”. Dal 2009 a oggi lo Stato incassa 55 miliardi di tasse in più all’anno; ecco come, secondo la magistratura contabile, sono stati “risanati” i conti pubblici italiani. Tra i lettori di questo sito, nessuno si stupirà, così come nessuno cadrà dal pero quando la Corte dei Conti spiega che “l’affannosa ricerca di risultati si è tradotta, tra il 2008 e il 2014, nell’adozione di oltre 700 misure di intervento in materia fiscale, di aggravio o di sgravio del prelievo. Ne è risultata sacrificata l’esigenza di una ragionata revisione strutturale del sistema fiscale, che consenta di pervenire ad una minore onerosità e ad una maggiore equità distributiva”. Più tasse, dunque, e più tempo richiesto per pagarle.

La soluzione proposta dalla Corte dei Conti è quasi obbligata: ridurre il fardello fiscale che pesa sulle spalle dei cittadini italiani, imprenditori o meno che siano. Infatti per la stessa Corte, che certamente non è un covo di pericolosi liberisti ideologizzati, “difficilmente il sistema economico potrebbe sopportare ulteriori aumenti della pressione fiscale. Prioritaria appare, semmai, la necessità di un intervento di segno opposto, volto a restituire capacità di spesa a famiglie e imprese”. Il primo consiglio è quello più generale, cioè di insistere – ma sul serio – con il processo di revisione sistematica della spesa pubblica, o spending review: “In definitiva, un deciso intervento su tutta la spesa pubblica improduttiva potrà consentire quella riduzione e il riequilibrio della pressione fiscale, a livello statale e locale, di cui, da più parti, si reclama la necessità”. Il secondo consiglio è ancora più importante e lungimirante: “La ridotta natalità, il contemporaneo innalzamento dell’età media della popolazione e l’erosione dei livelli di occupazione creano una combinazione sfavorevole – peraltro più accentuata che nella maggior parte degli altri Paesi occidentali – che non può essere affrontata con i mezzi tradizionali delle politiche di bilancio, mentre richiederebbe una revisione coraggiosa dei confini dell’intervento pubblico”. Vale a dire che non esiste un “duraturo controllo della spesa pubblica” senza una rivisitazione e un restringimento del “perimetro dell’intervento pubblico, con la necessità di riorganizzare alla radice le prestazioni e le modalità di fruizione dei servizi pubblici”. Lo Stato cioè deve fare meno cose e farle meglio, soltanto così può costare meno alle tasche del contribuente. Il che non esclude che i cittadini più abbienti possano essere chiamati a pagare di più alcuni servizi, per esempio l’Università pubblica: “Il recupero di efficienza degli apparati pubblici – scrive infatti la Corte dei Conti – non può essere disgiunto da una maggiore partecipazione dei cittadini alla copertura dei costi di alcuni servizi, che richiederà, in primo luogo, una contestuale, rigorosa, articolazione tariffaria, che realizzi il precetto costituzionale (art. 53) della concorrenza alle spese pubbliche in ragione della diversa capacità contributiva. Si impone, in altri termini, una riorganizzazione dei servizi di welfare sulla base di una ‘riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo’”. Ma il Governo Renzi sarà davvero in grado di scontentare politici e burocrati vari, riducendo i loro compiti nella nostra vita di tutti i giorni?

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