
Se dovessimo trovare una costante, atta a sintetizzarne l’intero macrotesto poetico, non esiteremmo a chiamare in causa il classicismo, elemento onnipresente e radicato a fondo nella poesia carducciana.
Una caratteristica, questa, passibile di evoluzioni, e destinata a concretizzarsi in due tra le raccolte più celebri del poeta di Valdicastello – i Giambi e le Odi Barbare –, mediante le quali la componente classica si sdoppia, nel suo bifido stabilizzarsi in quelle che – poi – saranno le facce del classicismo carducciano. Nei Giambi, il poeta propone un classicismo di stampo oraziano, variato in chiave stilistica nuova, soprattutto grazie alla lettura "romantica" di autori quali Hugo e Barbier. E’ questo il Carducci giacobino, scagliato contro un milieu in declino, grottescamente rappresentato nella sua intera socio-deformazione. Un’opera significativa, dunque, costituente – altresì – uno dei pochi esempi del genere satirico (un terreno – diciamolo subito – non proprio altamente frequentato nella letteratura coeva).
Ma è intorno al 1870 che la vena rivoluzionaria implode, ed è allora che germina un classicismo diverso, parnassiano e nostalgico, chiave di volta per giungere nell’edenico ed incorrotto mondo dell’Ellade. Le tre Primavere Elleniche sanciscono questa transitio, preludio al grandioso momento delle Odi Barbare, o "odi oggettive", come l’autore stesso le definiva. E in una lettera, datata Giugno 1874, inviata alla sua amata Lidia, Carducci dichiara:
La serie degli Epodi, con i quali feci proprio quello che Orazio dice, è chiusa. Non ne fo altri, perché finirei con l’imitare me stesso. E ho aperto una nuova serie; le odi oggettive, per così dire, lavorate come una tazza greca e di contenenza tutta moderna.
Il barbaro verseggiare si avvia propriamente nel ’73, con Su L’Adda, per fare largo a Ideale nell’anno successivo. La produzione si fa più prolifica nel ’75 quando, tra Aprile e Novembre, Carducci porta a compimento ben cinque liriche, collocate poi tutte nel secondo libro delle Barbare. Tra esse, Mors è – dal punto di vista metrico – la più significativa, in quanto il poeta si accinge a riprodurre il distico elegiaco entro una lettura accentuativa (operazione, due mesi dopo, replicata in All’aurora).
Di fronte ai metri classici, Carducci abbandona la robe del filologo, trasponendo la quantità entro il sistema tonico-sillabico della metrica italiana. Operazione, questa, tutt’altro che agevole, specie se pensiamo agli ostacoli da arginare circa la resa del distico elegiaco. Il poeta, però, non demorde, fissando l’esametro a un numero canonico di sedici sillabe, reso in italiano dalla somma di due versi: settenario (più raramente un senario o un quinario) e novenario. Fra le cesure, egli si limita a riprodurne soltanto una, ossia quella dividente la diade dei versi in due netti emistichi. Più semplice la soluzione adottata per il pentametro: doppio settenario, intervallato da cesura. Il poeta, con una simile tattica, non solo ovviava al problema della clausola esametrica - mantenente, grazie all’uso del novenario, l’andamento dattilico –; ma riusciva – altresì – a rendere percepibile l’intera varietas ritmica del distico, grazie all’uso di un verso mobile come il settenario. Classicamente e metricamente bifronte – quindi: la fissità del novenario controbilancia l’energia del verso accentato in sesta.
C’è da dire che, osservando i primi risultati del periodo "barbaro", sono rintracciabili alcune defaillances metriche: All’aurora testifica simile affermazione, costituendo – nel microstesto Odi –il secondo e ufficiale tentativo, circa la resa italiana dell’elegiaco distico. A un esame sommario, è percepibile come la tessitura metrica finisca – talvolta – col compromettersi, in settenari eccedenti dallo schema sillabico; o novenari svaganti entro un pattern da decasillabo. Oscillazioni tuttavia trascurabili, impercettibilmente velate dalla staticità dell’emistichio successivo. Oltretutto, di lì a poco, la metrica barbara conoscerà il suo definitivo adattarsi, in quel componimento che tanto fu criticato dal Chiarini: Nella Piazza di San Petronio.
Piccole sviste di tipo metrico, eppur proficue in un futuro prossimo: il Novecento: secolo del distacco, milieu elettivo dei versi imperfetti. Le defaillances carducciane, oltretutto, trasformeranno la percezione ritmica del novenario, rendendo impossibile la distinzione tra il tipo dattilico e quello romanzo.
Prende inizio da qui, perciò, la grande importanza delle Odi Barbare per la letteratura a venire: Carducci autorizza la libertà metrica del Novecento, ché nel riprodurre una metrica "aliena", riproducendone l’andamento in una prospettiva di tipo, ha avviato una sorta di cursus sperimentale: composizione e scomposizione del verso "canonico". Sarà Carducci a porre in mano al giovanissimo Gabriele D’annunzio la "ricetta" per dare vita al suo Primo Vere; e sarà sempre Carducci a far rientrare vittoriosamente in scena il tanto bistrattato novenario, inconfondibile tratto – anni dopo – della lirica pascoliana.
Con le Odi Barbare, quindi, Carducci guarda al ‘900: non entra a farne parte e non abbandona quel suo ideale; ma consegna, all'imminente letteratura, il germe palpitante della nuova poesia italiana
(Diego Salvadori)
Magazine Arte
Contaminare il sacro: Carducci tra classicismo e innovazione.
Creato il 03 febbraio 2012 da Diego_salvadoriPossono interessarti anche questi articoli :
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