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Così esplode l’aurora nucleare

Creato il 18 maggio 2017 da Media Inaf

Avevano nomi innocui come Starfish, Argus e Teak. Ma dietro c’erano le esplosioni più distruttive mai innescate dall’uomo: i test condotti su ordigni nucleari, da Usa e Urss, tra il 1958 e il 1962, in piena Guerra Fredda. Test i cui risultati stati da poco desecretati – potete vedere le riprese video dei test nel canale YouTube del Lawrence Livermore National Laboratory. I dati raccolti all’epoca stanno oggi offrendo agli scienziati un’occasione irripetibile – si spera – per comprendere l’impatto che può avere l’attività umana sullo space weather, il “tempo meteorologico” dello spazio. Effetti come le aurore polari, o le tempeste geomagnetiche, che tendiamo ad associare a fenomeni naturali quali le eruzioni solari. E che invece, documenta ora uno studio approfondito – oltre 50 pagine – pubblicato sull’ultimo numero di Space Science Reviews, possono essere indotti anche artificialmente.

Starfish, Argus e Teak, dunque: test nucleari ad alta quota, fra i 25 e i 400 km, che diedero origine a fasce di radiazione – analoghe a quelle di Van Allen, ma artificiali – persistenti, da settimane ad anni (in un caso), e tali da provocare seri danni a numerosi satelliti, scrivono gli autori dello studio. Un altro esito all’epoca inatteso dei test nucleari ad alta quota è stato il cosiddetto Emp: un impulso elettromagnetico – quello alla base del funzionamento della bomba-E – con potenziali effetti devastanti su un’ampia area geografica, per esempio l’intera superficie continentale degli Stati Uniti.

Un’altra conseguenza antropogenica più innocua, ma comunque perturbante, fu l’aurora artificiale – simile in tutto e per tutto a quelle polari, ma osservata in quel caso nel Pacifico, dunque a basse latitudini – apparsa sui cieli delle Samoe Occidentali il 1° agosto del 1958, a seguito, appunto del test Teak. E poche settimane più tardi, nel corso della serie di test dell’operazione Argus, si scatenarono tempeste geomagnetiche osservate dalla Svezia all’Arizona, con onde di particelle la cui velocità arrivò a toccare i tremila chilometri al secondo.

«Quei test rappresentano un esempio estremo, di origine umana, di alcuni effetti dello space weather causati normalmente dal Sole», osserva uno degli autori dello studio, Phil Erickson, dell’Mit Haystack Observatory. «Se riusciamo a comprendere ciò che è accaduto nei fenomeni estremi e controllati prodotti da uno di questi eventi artificiali, possiamo capire più facilmente i cambiamenti che avvengono naturalmente nell’ambiente spaziale a noi vicino».

Un altro fenomeno di space weather antropogenico descritto nello studio è quello dovuto all’interazione delle onde radio Vlfvery low frequency, fra i 3 e i 30 KHz, usate perlopiù per comunicare con i sottomarini – con le fasce di van Allen. Le sonde van Allen della Nasa hanno notato una curiosa coincidenza: l’estensione della “bolla” elettromagnetica delle Vlf coincide quasi esattamente con il bordo interno delle fasce di particelle cariche. Un’osservazione che ha condotto gli scienziati a ritenere che le trasmissioni radio Vlf possano agire come una sorta di barriera, uno scudo impenetrabile. Una caratteristica che, se confermata, potrebbe essere utilizzata in futuro come strumento per proteggerci proprio dagli eventi di space weather.

Per saperne di più:

  • Leggi su Space Science Reviews l’articolo “Anthropogenic Space Weather“, di T.I. Gombosi, D.N. Baker, A. Balogh, P.J. Erickson, J.D. Huba e L.J. Lanzerotti

Guarda il servizio video su MediaInaf Tv:


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