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Cremonesi a De Bona: la liuteria non fa più notizia a livello nazionale, serve un city branding condiviso dai cittadini, non da una nicchia. E la politica non può dettar legge

Creato il 12 ottobre 2012 da Cremonademocratica @paolozignani

Ho letto con attenzione l’intervento della dottoressa Nicoletta de Bona, Assessore alla cultura del Comune di Cremona, alla quale desidero rispondere essendo stata, io, la redattrice di alcuni pezzi citati dalla stessa e pubblicati su questo blog, quali: “City branding, Parigi e Bejiging “new business in art”, Les Bohèmes a Parigi, I Macao a Milano, El Guernica no sale de Espana, L’orticolario di Villa d’este etc..

Da qualche tempo su Quaderni Corsari, in compagnia di altri lettori molto più competenti di me in ambito artistico, ho sistematicamente denunciato un eccessivo controllo della politica sul mondo dell’arte motivando a chiare lettere le ragioni di una necessaria inversione di tendenza da parte delle amministrazioni locali al fine di stabilire un dialogo fra pubblico e privato, spostando il raggio d’azione e di attenzione da chi fa politica, su chi fa cultura.

Alcuni interventi in particolare hanno tentato di dare risalto ad aspetti culturali propri del territorio come spunto per una rinascita artistica più identificativa della città, che non sia solo quella legata al mondo della liuteria.

Mi rendo conto che non siamo riusciti nell’intento ma da buon “enfant terrible”, quale sono etichettata, mi adopererò anche in questa sede per ribadire i nostri concetti.

Desidero fare una breve premessa dichiarando che l’Assessore Nicoletta De Bona gode di tutta la mia stima, sia come politico, sia come donna, e l’ho dimostrato apertamente difendendola da attacchi indegni, tanto su questo blog come su altre testate, e continuerò a farlo anche se le mie idee sono in netto contrasto con le sue. A differenza di altri assessori, lei si mette in gioco e si rende sempre disponibile al confronto, cosciente del suo ruolo di dirigente pubblico, cosa non da tutti e questo le va riconosciuto.

 

Le risponderò in grassetto direttamente sul suo testo per una più facile comprensione dell’argomentazione.

Credo che, da un punto di vista culturale, la domanda vera che ci dobbiamo porre sia: le città, oggi, sono in grado di produrre cultura o si limitano a trasmetterla?

La domanda che ci poniamo in molti è perché la nostra città deve continuare a subire le scelte imposte a tavolino dalla politica che, molto spesso, non è in grado di gestire progetti culturali efficaci all’economia del territorio, o peggio li riduce a meri strumenti propagandistici per fini personali? Questa non è cultura!

Questo è il tema, FONDAMENTALE, sul quale dobbiamo riflettere. Ma in una città come la nostra che, purtroppo, è stata abituata da un lato all’assistenzialismo e dall’altro a lavorare a compartimenti stagni, ognuno in difesa del proprio orticello sembra, a tutt’oggi, un tema DIFFICILISSIMO da affrontare! Le crisi, però, aiutano a tirar fuori il meglio……..dunque, non perdiamo la speranza della RIGENERAZIONE!

Il tema fondamentale sarebbe quello di formulare progetti che tengano in considerazione i veri fruitori della cultura, ovvero i cittadini, promuovendo iniziative che sviluppino eventi finalizzati al coinvolgimento di tutti gli artisti del territorio. Questo è un tema sul quale la politica non vuole riflettere e continua a non farlo. Condivido che non esista una visione d’insieme ma per fare questo occorre appunto studiare un city branding che metta d’accordo tutti, governanti e governati, pubblico e privato, altrimenti senza la firma di un “patto commerciale” non si potranno mai gettare le basi di alleanze e di sinergie fra amministrazioni e cittadini. La rigenerazione verrà solo nel momento in cui si accetterà di mettere da parte la politica per fare della cultura un processo identificativo con il territorio, non occorre aspettare la crisi.

Avete citato alcuni esempi di realtà che si sono “reinventate”. Io voglio citare Detroit: con la crisi dell’auto ha perso 500.000 mila abitanti; fabbriche chiuse, disoccupazione, criminalità. E’ la “cultura”, che la sta salvando.

I casi che ho citato li conosco molto bene, per questo ne ho parlato, ce ne sarebbero molti altri in Europa come: Barcellona, Berlino, Praga, I paesi scandinavi, ma ciò che fa la differenza fra queste città e Detroit è che la rinascita si è prodotta dal nulla, in quartieri fatiscenti in preda al degrado dove una politica lungimirante ha saputo generare “new business” attraverso una cultura organizzata dagli stessi artisti.

La vicenda di Detroit è molto lontana dalle due case history, quella città vanta una tradizione di live music dal 1940 tanto da guadagnarsi l’appellativo di Motown e comunque si tratta di musica jazz, electrical, hip pop, per cui sono famosi i suoi festival internazionali ma stiamo parlando di un genere popolare. Alcuni studios di Detroit hanno lanciato i grandi della musica mondiale inclusa la Signora Aretha Franklin..

A Detroit hanno la loro sede molte delle più importanti aziende fra le Fortune 500, dove si muovono cifre da capogiro come quella del dipartimento di Energia che ha concesso un finanziamento di 1,36 bilioni di dollari per la produzione di batterie al litio. Detroit è una città giovane che ha investito su di loro costruendo quartieri residenziali ed uffici di grande impatto architettonico in cui operano molti professionisti della nuova generazione imprenditoriale.

Vogliamo fare la stessa cosa a Cremona in ambito culturale? Facciamolo, partendo da ciò che siamo e cioè (e lo ribadisco perchè ne sono assolutamente convinta), la nostra identità liutaria che è ciò che ci rende UNICI. Sull’unicità, dunque, dobbiamo puntare, altrimenti ci mettiamo in concorrenza (dalla quale usciremmo perdenti) con il resto del mondo.

In economia vige il principio della diversificazione di prodotto, sia per attrarre mercati diversi, sia per evitare di soccombere in caso di mercati fortemente competitivi. E questo può essere il rischio della liuteria, come si evince dalle dichiarazioni degli stessi liutai in merito alla produzione altamente competitiva di americani e cinesi. E’ inutile nascondere anche la forte competitività all’interno dello stesso comparto che vede i liutai in perenne conflitto fra loro, contrasti che possono solo rappresentare un pericolo per l’espansione di quel segmento di mercato così fortemente sostenuto dalle amministrazioni locali e per il quale si investono molte risorse pubbliche. Troppe sono le Fondazioni, le confederazioni, gli Enti, le figure istituzionali e non, alcune senza alcuna competenza, che ruotano attorno al mondo della liuteria per poter auspicare una politica coesa e sinergica basata sull’unicità.

La “rinascita” di Cremona deve partire dalla valorizzazione della sua eccellenza liutaria, considerata sia come risorsa culturale che strumento di marketing territoriale, nella consapevolezza che questa tradizione rende la nostra città “speciale”.

Per concorrere ad una rinascita occorre far convergere tutte le risorse in un’unica direzione ma questo è possibile solo creando un identità territoriale forte che la liuteria non è in grado, da sola, di esercitare poiché non è fruibile dalla maggior parte della cittadinanza. Inoltre è un mercato di nicchia, troppo lontano dalla gente e che dopo anni di improduttività ha anche segnato un’epoca ormai in declino. Purtroppo, molto errori commessi in passato non sono più risanabili sotto il profilo della comunicazione, dove la liuteria non fa più notizia a livello nazionale.

Liuteria, dunque, come punto di partenza per raggiungere gli obiettivi sia della valorizzazione degli strumenti sia della valorizzazione del “risultato” degli strumenti stessi: cioè la musica.

Liuteria come uno degli elementi distintivi del brand Cremona ma non l’unico e nemmeno il principale. La musica fa la differenza solo dove esiste una platea d’ascolto che a Cremona manca completamente. Da noi non esiste una cultura musicale territoriale e non esistono amministrazioni che la diffondono. (L’esempio di Vittorio Nocenzi)

Non solo, esiste un legame molto stretto anche tra musica e turismo: si viaggia per visitare il luogo dove è nato, vissuto e persino sepolto il proprio artista preferito ma anche per concerti ed eventi, sempre più spesso legati anche ad “altri momenti cittadini: l’arte; le visite monumentali, le tradizioni; il folclore locale; l’agroalimentare; la visitazione lenta.

I momenti cittadini non sono solo per i turisti! Se proprio vogliamo rivolgere lo sguardo alle città musicali per autonomasia, prendiamone una “a caso”: Salisburgo. La differenza sta nel fatto che nei fine settimana le famiglie non si danno appuntamento nei centri commerciali o al cinema ingozzandosi di pizza e pop corn, ma si ritrovano fra amici con il pretesto di suonare musica classica in famiglia, genitori e figli in duo/trio, poi nei caffè si ascolta musica, nei ristoranti si suona e si ascoltano brani d’autore, a scuola si studia musica e si impara a suonare uno strumento. Il merchandising si preoccupa, invece, di sfornare le “palle di Mozart” in tutto il mondo, frutto di un city branding e di politiche di marketing. Ora a Cremona, quanti giovani suonano uno strumento? Quanti giovani ascoltano musica da camera? Dove si ascolta musica classica fuori dalle mura dei teatri??? Una politica che basa tutto sul violino non può prescindere da questa cultura di base. Altrimenti si corre il rischio di diventare una delle tante vetrine musicali che deve competere, quindi soccombere, con realtà molto più consolidate della nostra e con risorse economiche più importanti.

La musica è un forte attrattore culturale con un immenso potere di promozione: essa si lega ai luoghi e ne diventa parte integrante facendosi messaggera con il grande pubblico delle vibrazioni di un popolo, dell’anima di una terra: la musica, dunque, diventa identità trainante; il filo rosso che unisce passato, presente e futuro nel nome della tradizione che guarda con fiducia alla “modernità.

Questo potrebbe valere nel caso di Mozart, Bach, Chopin, Beethoven…ma purtroppo non abbiamo nemmeno Verdi fra i nostri natali. Monteverdi e Ponchielli hanno un appeal troppo debole per far vibrare le platee in quel modo! Forse una politica attenta ai giovani potrebbe sperare di avere un giorno un nuovo Allegri tutto cremonese. Purtroppo, per ora non abbiamo neanche il “fil rouge”.

Cremona, dunque, non può che puntare con sempre più forza e determinazione ad una caratterizzazione culturale legata al nome di Amati, Stradivari, Guarneri, Bergonzi e dei maestri liutai del passato e del presente (circa 150 botteghe presenti a Cremona e NON ALTROVE, ci sarà ben un motivo?).

150 botteghe di cui non conosciamo i risultati operativi e nemmeno il giro d’affari che ruota intorno alla liuteria. Io non so se esiste una recente indagine di mercato che indichi che questo è davvero il core business di Cremona o se invece è solo frutto di politiche consolidate del passato.

Una tendenza che, con il Museo del Violino e il riconoscimento della liuteria come patrimonio immateriale dell’Unesco non potrà che rafforzarsi: la sfida sta nel valorizzare questa risorsa.

Il museo del violino sarà impattante solo con la nascita del city branding e con l’attivazione di strategie integrate di comunicazione che ruotino a 360° sulla macchina museale riflettendo un unico messaggio coerente con lo stesso brand città.

Vogliamo però arricchire questo quadro con una cornice altrettanto importante?

Ecco alcuni punti:

a)   creare un “incubatore” della liuteria e della musica, naturalmente in sinergia con il futuro Museo del Violino

b)   Non capisco il termine ”incubatore” a cosa si riferisce in concreto 

c)   offrire incentivi fiscali a societa’ o persone fisiche che si impegnano ad aprire un’ attività in questi settori.

d)   Il settore liutaio mi sembra già molto inflazionato per richiamare altri investimenti. Inoltre è un mondo troppo politicizzato per stimolare patrimoni privati anche con defiscalizzazioni.

e)    cedere gli edifici pubblici abbandonati a prezzi irrisori a privati che intendano investire in cultura.

f)   Le ho fatto gli esempi di Parigi e di Bejigin dove gli edifici concessi in locazione erano anche pubblici e non solo privati. Ma la mia domanda è: se Lei crede davvero che davanti agli scenari della politica quotidiana ci siano privati, non coinvolti in affari con politici, disposti a rischiare i loro patrimoni affidandoli alle amministrazioni pubbliche? Nei paesi portati come esempio, la classe politica gode della fiducia dei propri cittadini i quali pensno che le Istituzioni lavorino nell’interesse comune.

Ma il “movimento artistico” DEVE iniziare dal settore privato, con il quale il “pubblico” deve essere in grado di collaborare e interagire, superando la formula classica della sponsorizzazione culturale come mera erogazione di risorse economiche in cambio della esposizione del logo aziendale e di pochi servizi standardizzati. Le imprese vogliono lavorare sulla base di una condivisione progettuale: l’Ente pubblico deve essere all’altezza del nuovo ruolo, per porsi al loro fianco.

Un “movimento artistico” si propaga solo dove c’è libertà culturale ma il monopolio della liuteria che catalizza le Istituzioni locali, non lascia spazio a forme d’arte alternative. Assessori ingerenti e con troppo potere decisionale soffocano la nascita di nuove proposte artistiche e di conseguenti movimenti culturali costretti all’emarginazione. L’assistenzialismo è il frutto di una gestione dell’amministrazione pubblica, “in or out”, come mezzo rivolto ad ottenere consensi, sia personali, sia di partito che nulla hanno a che vedere con merito e qualità, due caratteristiche su cui si basa, invece, l’impresa privata.

Anche la politica deve selezionare dei rappresentanti capaci di gestire ed affrontare le sfide più complesse ed agire nell’interesse collettivo se vuole ottenere la partecipazione dei privati cittadini. Il merito si guadagna sul campo e sui risultati, politica si ma propaganda no.

Liuteria, dunque, come una sorta di “rompi ghiaccio” dietro la quale proporre tutto il sistema Cremona di qualità.

Il rompi ghiaccio fino ad oggi non ha prodotto grandi effetti sull’economia locale e speriamo non generi ulteriori perdite di bilancio, dopo quelle avvenute per le grandi mostre d’arte che dovevano cambiare le sorti di Cremona capitale dell’arte e della musica

Grazie della sua attenzione

Claudia Cremonesi

Queste considerazioni le avevo già espresse pubblicamente….ma ……..c’è anche il “maledetto” patto di stabilità!!!!!

Cordiali saluti

Irene N. De Bona

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