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Da Bob Dylan a Bruce Springsteen: quando la musica è poesia

Creato il 17 dicembre 2010 da Sulromanzo

Bob Dylan Bruce SpringsteenCorreva l'anno 1995 e nelle sale cinematografiche usciva il modesto Dangerous minds (Pensieri pericolosi nella versione italiana). Oltre a combattere con i propri limiti, il film fu eclissato in maniera netta da pellicole obiettivamente migliori, se non addirittura campioni d'incassi di quella stagione, come Braveheart, Seven, I soliti sospetti e Heat - La sfida. Tuttavia, il film portò alla ribalta il rapper di strada Coolio, con la sua “Gangsta's Paradise” (che rielaborava nel testo “Pastime paradise” di Stewie Wonder e lo adattava all'argomento del film). L'incantevole Michelle Pfeiffer faceva il resto. Era proprio lei, che interpretava un'insegnante alle prese con una classe molto difficile in un liceo della California, a confrontare la poesia di Dylan Thomas con quella di un altro famoso Dylan, nato Robert Allen Zimmerman e poi affermatosi al grande pubblico con il nome, appunto, di Bob Dylan. Nei decenni si è molto discusso sul fatto che certi cantautori, più di altri, abbiano contribuito con i loro versi a rendere il mondo della musica più vicino a quello della poesia, persino intersecandosi in certi casi. Prendiamo, per esempio, la prima strofa tradotta in italiano di “Blowin' in the wind”, celebre pezzo del 1963:

 

Quante strade deve percorrere un uomo

prima di essere chiamato uomo?

E quanti mari deve superare una colomba bianca

prima che si addormenti sulla spiaggia?

E per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone

prima che verranno abolite per sempre?

La risposta, amico mio sta soffiando nel vento,

la risposta sta soffiando nel vento

 

È chiaro il messaggio pacifista del contenuto, così com'è chiara la domanda di tipo esistenziale che apre la canzone e che, di fatto, impose Bob Dylan come una delle voci più rappresentative del malcontento generazionale di quegli anni. Il disincanto dal sogno americano, l'eterno conflitto che l'uomo intrattiene con i suoi simili, il dominio delle politiche belligeranti: tutto questo è in quei pochi versi iniziali.

Un altro grande cantautore, americano purosangue, quasi quarant'anni dopo constata l'inesorabile sconforto di fronte alla distruzione. Ma lascia comunque una speranza. Il Boss, Bruce Springsteen, tratta il tema della solidarietà e dell'unione reciproca in una nazione che deve fare i conti con gli effetti devastanti dell'11 settembre 2001. I primi versi del brano “The rising”, title track dell'album, recitano così:

 

Non riesco a vedere niente di fronte a me

non riesco a vedere niente sorgere dietro

creo la mia direzione attraverso questa oscurità

non posso sentire niente tranne questa catena che mi lega

la traccia perduta di quanto lontano sono andato

quanto lontano sono andato, quando in alto ho scalato

sulla mia schiena c'è una pietra di sessanta libbre

sulla mia spalla una linea di mezzo miglio

 

Nelle paroledi Springsteen la paura di un intero paese, la difficoltà di ricostruire, la sensazione di sentirsi bloccato, ma anche la volontà di uscirne (“...creo la mia direzione attraverso questa oscurità”). Nel ritornello il Boss invita poi alla risalita, alla rinascita:

 

Vieni su per la risalita

vieni su, metti le tue mani nelle mie

vieni su per la risalita

vieni su stanotte per la risalita

 

È una risalita che non può avvenire attraverso i singoli individui, quella che invoca Bruce Springsteen, ma solo tramite l'apporto della comunità. Condivisione e voglia di ricominciare, senza abbattersi davanti alle sciagure; elementi essenziali del patriottismo americano.

Quelli appena citati sono solo brevi esempi di quanto musica e poesia possano essere affini. Peraltro, attingere dai versi di questi due straordinari artisti costituirebbe un lavoro pressoché interminabile.


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