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Dalla “Cultura di massa” alla cultura della moltitudine

Da Bruno Corino @CorinoBruno

Dalla “Cultura di massa” alla cultura della moltitudine

Chi – come me – è nato nei primi anni Sessanta del secolo scorso, s’è nutrito abbondantemente e con soddisfazione di cultura di massa insieme al latte condensato e ai formaggini della Galbani. Fumetti, fotoromanzi, cartoni animati, Stanlio & Ollio e pellicole da 16mm facevano la gioia del nostro quotidiano divertimento!

Dalla “Cultura di massa” alla cultura della moltitudine

Come scrive Luciano Gallino nel suo ottimo Dizionario di sociologia, con l’espressione “cultura di massa” si designa anzitutto un tipo di cultura di qualità mediocre, contraddistinto da superficialità, ripetizione di situazioni scontate, sfruttamento dei gusti più banali del pubblico.

Il fatto che il “prodotto” fosse destinato a un pubblico più largo possibile comportava una standardizzazione dei suoi moduli espressivi. Doveva, come dire, accontentare i gusti di tutti, ma soprattutto consolidare nel pubblico dei gusti verso determinati prodotti in modo da far sorgere in lui il bisogno di altri prodotti simili, e creare così un mercato.

Per taluni critici, questa diffusione di massa di prodotti culturali “rappresentava una forma di corruzione intellettuale e morale, un oppio per lavoratori abbruttiti, la gratificazione dei bisogni volgari delle masse” (Gallino). Ma non mancava chi preferiva che le masse si gratificassero leggendo un buon feuilleton anziché abbruttirsi all’osteria o assistendo a spettacoli triviali e volgari come accadeva prima dell’esplosione della cultura di massa.

A sinistra, i critici radicali etichettavano la cultura di massa come cultura degradata e corruttrice, non richiesta, bensì imposta alle masse dalle classi dominanti. La cultura di massa ritardava la rivoluzione. A destra, critici aristocratici, come Ortega y Gasset o Thomas Stearn Eliot, scorgevano, nella cultura di massa, una caricatura e degradazione delle forme della cultura alta, richiesta dalle stesse masse, capaci di imporre nel campo delle arti il “dominio dei mediocri”.

A complicare il quadro della discussione intorno agli anni Trenta ci fu Walter Benjamin: la riproducibilità tecnica di un’opera d’arte poteva riguardare tanto i gialli di Agatha Christie quanto l’Ulisse di Joyce, tanto l’ultimo successo del Trio Lescano quanto i Concerti Brandeburghesi di Bach! Come ricorda Gallino, la televisione trasmette Domenica in e Rischiatutto, ma anche il Macbeth e Il giardino dei ciliegi ed opere sperimentali di teatro e di cinema”. Cosa cambia nella fruizione dell’uno o dell’altro prodotto quando il medium è il medesimo? Nella fruizione credo – a parte ciò che Benjamin definiva la “scomparsa dell’aura”, ossia la scomparsa di quella atmosfera magica che circonda l’unicità dell’opera d’arte – la differenza non è così saliente.

Edgar Morin, in un saggio pubblicato negli primi anni Sessanta, L’Esprit du temps, articolò meglio il rapporto tra produzione e fruizione dell’industria culturale: il vero problema nello studio dell’industria culturale «è quello della dialettica tra il sistema di produzione culturale e i bisogni culturali dei consumatori». L’espansione dell’industria culturale crea un’offerta differenziata, calibrata su una domanda di consumo altrettanto differenziata. Allo stesso tempo, un pubblico sempre più differenziato spinge l’industria culturale a diversificare i suoi prodotti. Questo rapporto dialettico tra produzione e fruizione crea un immaginario culturale, e rende possibile la mediazione tra standardizzazione e innovazione.

Il problema è considerare un medium un mezzo indifferente alla produzione del messaggio e al suo rapporto con il destinatario o fruitore. L’introduzione di un nuovo medium rivoluziona l’universo della comunicazione e provoca nel tempo due movimenti opposti ma sincronici: un movimento ascendente e un movimento discendente. Il primo provoca un movimento generale verso l’alto, il secondo un movimento generale verso il basso. La rivoluzione della stampa ha prodotto nei secoli questo doppio movimento. Da un lato, la diffusione del libro a stampa ha reso possibile l’alfabetizzazione delle masse, un sistema capillare di istruzione, la nascita di un’opinione pubblica, una letteratura di qualità, ecc. In altri termini, ha permesso a uno strato sociale più ampio, rispetto al passato, di elevarsi verso i prodotti alti della cultura, allo stesso tempo anche gli stessi produttori di opere d’arte erano indotti a misurarsi con un mercato editoriale sempre più esigente. L’avvento della stampa, in pratica, cambiando la conformazione strutturale della società, ha immesso nel sistema sociale una dose maggiore di innovazione e creatività, mentre le società premoderne erano caratterizzate da una dose maggiore di imitazione e ripetitività.

Dall’altro, tale avvento ha provocato anche un movimento discendente: alcuni tratti imitativi e ripetitivi, di cui ogni società ha sempre bisogno per soddisfare le sue esigenze di mimesi, sono stati trasferiti ad ambiti culturali "alti" per renderli accessibili a quegli strati di popolazione che non avevano i mezzi per elevarsi verso forme artistiche più innovative e sperimentali. Chi, ad esempio, riusciva a esprimersi soltanto nel suo idioletto, la lettura di Kafka, ma anche di Agatha Christie, diventava un ambito inaccessibile, invece, la “lettura” dei Promessi sposi a fumetto o di un fotoromanzo era comunque alla sua portata. Se in questi ambiti i moduli espressivi cambiassero o si innovassero continuamente, i loro prodotti rischiavano di divenire incomprensibili alla massa dei loro fruitori. Sono le esigenze imposte dallo stesso mercato a non permettere a determinati prodotti di variare nella loro offerta. Una formula di successo non si cambia fino a che il gusto del pubblico non si saturi.

Il fatto è che il successo di pubblico non corrompe l’animo dei fruitori, come credevano un tempo i critici della cultura di massa, ma l’animo dei “creatori” di opere d’arte. I moduli espressivi, caratterizzati da ripetitività e scarsa innovazione, rappresentano un “barriera” per chi, invece, vorrebbe esprimersi attraverso nuovi e dirompenti moduli. Egli sa che qualora non voglia sottostare alle regole rigide di un mercato editoriale standardizzato è destinato a un mercato di nicchia. In questo senso, l’avvento di un nuovo medium fa da attrattore dei prodotti culturali verso il basso.

Un discorso analogo si potrebbe fare con l’avvento della televisione. Anche in questo caso potrebbe scorgere questo doppio movimento: ad esempio, il linguaggio televisivo ha permesso a milioni di persone di venire a contatto con un italiano standard, unificando così dal punto di vista linguistico la nostra penisola. Ha diffuso e fatto conoscere tanti autori e opere letterarie. Ha fatto conoscere usi e costumi di altre città. Ha messo tanti utenti a contatto con una realtà extramunicipale. Ma con la liberalizzazione delle antenne, i programmi sono caduti sotto il dominio dell’audience e il suo livello qualitativo, in generale, si è gradualmente abbassato nel tempo.

Anche in questo caso s’è ripetuto un processo analogo visto in precedenza con l’introduzione di un nuovo medium: come l’aumento dell’alfabetizzazione aveva generato un diversificazione verso il basso dell’offerta editoriale, così è accaduto con l’aumento degli utenti televisivi. La televisione di qualità, all’inizio della sua storia, si poteva fare perché gli abbonati erano pochi milioni, appartenenti per la maggior parte a ceti sociali medi, gli unici che si potevano permettere l’acquisto di un apparecchio televisivo. In fondo, erano gli stessi ceti sociali più “istruiti”. Negli anni, il basso costo dell’apparecchio ha esteso la sua fruizione a tutti i ceti sociali. La sua diffusione ha contrassegnato la società dei consumi. La pubblicità è cominciata ad essere sempre più invasiva fino al punto di decretare il successo di un prodotto televisivo. La televisione comincia a vendere “pubblico” agli inserzionisti pubblicitari.

Quando un qualsiasi mercato dell’industria culturale, dopo la sua affermazione e stabilizzazione cade sotto il dominio del numero (di vendita per i prodotti dell’industria editoriale, di pubblico per quello televisivo), si creano al suo interno delle “barriere” che impediscono a determinati “prodotti” fortemente innovativi di entrare nel circuito della produzione e della distribuzione. Intendiamoci, non si tratta di un “complotto” contro la “qualità” dell’opera d’arte, semplicemente l’industria culturale punta su prodotti facilmente fruibili e “artisticamente” collaudati. Puntare su prodotti fortemente innovativi ma di scarsa fruibilità, rappresenta un rischio economico per l’industria culturale. Questo accade tanto nel campo editoriale che televisivo. Entrambe le industrie non sfuggono alla logica del mercato. In questo senso, un’industria editoriale preferisce “investire” su uno scrittore conosciuto, che sa tenere la penna in mano, vale a dire che conosce il suo mestiere, anziché su uno scrittore sconosciuto, magari ottimo, ma troppo inventivo nel linguaggio e nei moduli espressivi per i gusti del mercato editoriale. Insomma, preferisce puntare su chi assicura la vendita di un numero discreto di copie o su un programma televisivo ripetitivo ma che assicura un discreto numero di ascolti, anziché rischiare puntando su prodotti innovati ma dagli esiti commerciali incerti. In questo senso, affermo che ogni industria culturale pone al suo interno delle barriere che tendono a cristallizzare i suoi prodotti. Come ho scritto sopra, la ricerca di prodotti innovativi s’impone quando una formula espressiva esaurisce la sua funzione, ossia quando il mercato si satura di accogliere prodotti ripetitivi e collaudati.

Neanche l’ultimo medium, Internet, sfugge a questa logica: anche in questo caso, potremmo vedere in atto questo doppio movimento. I vantaggi derivati da una comunicazione in tempo reale sono sotto gli occhi di tutti per cui mi sembra inutile elencarli. Uno di questi è la produzione di una cultura dal basso, cioè una produzione che, come dicevano un tempo i critici della cultura di massa, che viene più imposta dall’alto di un’industria culturale. Tale produzione possiamo definirla non come cultura di massa bensì come cultura della moltitudine. Qui, il termine “cultura” è da intendersi nell’accezione “soggettiva”, ossia come espressione della propria individualità o personalità.

Il movimento ascendente consiste nella possibilità che il medium permette a chiunque abbia una connessione di partecipare alla creazione di un’opinione pubblica dal basso (vedere l’uso e la diffusione dei forum, dei social network e dei blogs), non più “manipolabile” da chi possiede i tradizionali mezzi di comunicazione di massa – stampa e televisioni; così ha modo di partecipare alla creazione di un gusto letterario, recensendo o esprimendo opinioni su questo o quel romanzo, su questo o quel film; di far arrivare a una platea più vasta la sua poesia, il suo racconto o il suo saggio critico. Dal momento che non si tratta più di una massa amorfa e recettiva, bensì di una moltitudine attiva e propositiva, diventa più difficile da manipolare o suggestionare con i messaggi edulcorati.

All’apparenza, in questo campo sembrano che non esistono barriere: ognuno può scrivere in Internet ciò che vuole. Tuttavia, in realtà esistono eccome delle barriere! Gli internauti valgono come moltitudine, presi, invece, uno per uno non contano nulla. I propri “post” valgono in quanto si sommano ai “post” degli altri internauti, fanno “massa” (ma meglio dire “moltitudine) quando s’aggregano ad altri siti, presi individualmente valgono quanto valgono due chiacchiere scambiate al bar con un gruppo di amici. I forum, le community, i social network (Twitter, Facebook, ecc.), i motori di ricerca, i litblog valgono perché generano traffico, ma generano traffico perché milioni di internauti partecipano come moltitudine alla loro crescita (cfr. questi dati: http://www.marg8.com/blog/p/statistiche_utilizzo_crescita_socialnetwork.htm).

Quindi, dal punto di vista di Internet, non è ciò che scrivo ad avere valore, ad aver valore sono io come utente aggregato a qualche sito. È vero, qualcuno può anche apprezzare ciò che scrivo, ma questo rimane un fatto del tutto marginale nell’economia del medium. Ciò che conta è la mia partecipazione come moltitudine. Quindi, l’assioma secondo il quale Internet permette l’espressione come individualità dev’essere profondamente rivista. Internet permette la mia espressione come moltitudine non come singolarità. A riprova di quanto affermato, posso prevedere che questo post che leggerete genererà nell’arco di un anno sessanta o settanta visitatori. Allo stesso tempo però genererà una serie di link che vanno ad incrementare i motori di ricerca e i siti di aggregazione. Quindi andrà a incrementare il senso della moltitudine. Ciò che dunque ha dato valore alla rete non è il contenuto o la qualità di ciò che ho scritto ma il fatto di aver generato traffico.


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