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Dalla moltitudine alla soltitudine. Dialogo tra il Moscone e Corino

Creato il 17 febbraio 2012 da Bruno Corino

Dalla moltitudine alla soltitudine. Dialogo tra il Moscone e Corino
Moscone: - Caro Bruno, grande interesse ha suscitato nei litblogs il tuo microsaggio “Dalla cultura di massaalla cultura della moltitudine.”Mi permetto di citare un passo di grande resa del tuo lavoro:“Gli internauti valgono come moltitudine, presi, invece, uno per uno noncontano nulla. I propri “post” valgono in quanto si sommano ai “post” deglialtri internauti, quando fanno “massa” (ma meglio sarebbe dire “moltitudine”)quando s’aggregano ad altri siti, presi individualmente valgono quanto valgonodue chiacchiere scambiate al bar con un gruppo di amici.”L’immagine che dai ai lettori è formidabile: è quasi possibile vederequesta folla di eremiti, separati uno dall’altro, rinchiusi nelle loro cellettedi silicio, isolati come i monaci di un tempo sui picchi delle alture, non perrinunciare al mondo, ma per non perdersi neppure un momento di aggregazione aivari contenitori delle loro solitudini nella moltitudine (Google, Twitter,Facebook, Youtube, ecc…)Puoi focalizzare questa differenza tra consumatore di massa ed eremitainternautica della moltitudine?

Corino – I primi profeti del potere della moltitudine sonostati Michael Hardt e Antonio Negri, nel loro Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione (2001). Essi avevanoprevisto che la moltitudine sarebbe diventato il vero soggetto politico control’Impero. Io ho trasferito tale concetto dal mondo reale dei produttori e deglisfruttati al mondo virtuale del web, e ho parlato di “cultura della moltitudine”contrapposta alla obsolescente “cultura di massa”. Non mi riferisco allinguaggio rivoluzionario dei “nuovi media” (chi volesse approfondire questoargomento può leggere Lev Manovich, Illinguaggio dei nuovi media), ma al potere che la moltitudine virtuale ha difar emergere un modo nuovo di vivere le esperienze estetico-culturali.La massa, come insegnava il grande “smascheratore”Elias Canetti, è un corpo unico, alla cui nascita gli individui contribuiscononel momento in cui depongono e annullano ogni loro differenza, ossia nelmomento in cui s’annullano come individualità. In questo senso, s’è parlato di“società di massa”, società nelle quali le individualità dovevano annullarsiper omologarsi a un’immagine imposta dai regimi totalitari. Ma pensatori, qualiHorkheimer, Adorno o Marcuse, hanno individuato anche nelle democrazie piùavanzate dell’occidente alcuni tratti simili, per alcuni versi, ai regimitotalitari. La cosiddetta industria culturale propinava prodotti di bassaqualità abbassando notevolmente il senso critico dei destinatari. Come aveva teorizzatoFreud alla fine degli anni Venti (Disagiodella civiltà), le masse erano disposte a rinunciare alla libertà in cambiodella sicurezza sociale, così erano disposte a rinunciare al pensiero criticoin cambio di bassi prodotti di intrattenimento.All’analisidella cultura di massa si potrebbe applicare la teoria sociologica del trickle-down («gocciolamento verso ilbasso») o, come l’ha definita Blumer, la teoria della «differen­ziazione diclasse». Secondo tali elaborazioni, proposte dai seguaci di Veblen e, in minormisura, da quelli di Georg Simmel, il concetto di trickle-down, utilizzato per spiegare il processo della moda,ritiene che i prodotti esteticamente di livello più alti scendanoprogressivamente di qualità per penetrare nei li­velli sociali più bassi, cioèa quelli che Marx definì «sottoproletariato». I prodotti estetici di qualità, nelcorso della loro discesa, perdono ciò che era esteticamente innovativo permeglio diluirsi nei vari generi, e subiscono così un progressivo processo divolgarizzazione, sino a diventare, per dirla più semplicemente, «ordinari»prodotti di intrattenimento.
In talsenso, nel prodotto culturale di massa la funzionedi intrattenimento prevale in maniera determinante sulla funzione estetica. È la differenza che possiamo vedere all’opera tra unracconto di Edgar Allan Poe, che ha al centro della narrazione un personaggioquale Auguste Dupin, e in romanzetto giallo dove l’ultimo investigatore imitail modello poeniano. La funzione di intrattenimento è un surrogato dellafunzione estetica. Come ho scritto nel microsaggio da te citato, è stato EdgarMorin ad aver analizzato la funzione di loisirdel prodotto culturale di massa.
Gli studiosi dei new mediahanno intuito che non è più possibile utilizzare concetti quali “massa”,“popolo” o “nazione” per descrivere lo scenario che si è configurato conl’introduzione delle nuove tecniche interattive che i new media hanno fattoemergere, e hanno preferito parlare di moltitudine. Ma tale categoria è stataassimilata alla “folla” e l’internauta è stato interpretato come il flâneur deitempi postmoderni. Il flâneur, come viene descritto nel saggio di CharlesBaudelaire, Il pittore della vita dellavita moderna (1863), è un osservatore anonimo che naviga attraverso lospazio della cyber-folla, “registrando mentalmente e poi cancellando immediatamentevolti e figure dei passanti” (Manovich). Parafrasando Baudelaire, possiamo direche l’ideale del flâneur è di stare a casa avendo però la possibilità di apriretante finestre da cui ammirare e osservare il mondo, di stare in mezzo allagente, di fluttuare in mezzo a una folla ma rimanendo anonimo e nascosto.Il flâneur, al contrariodell’uomo-massa, non annulla la sua individualità, mantiene il suo anonimato,“cercando di compensare la perdita di una stretta relazione con il suo gruppodi appartenenza, inserendosi nella folla anonima” (Manovich). Il flâneur,dunque, è il nuovo fruitore dello cyberspazio. Ma in questo cyberspazio nonesiste soltanto il flâneur/fruitore, ma esiste anche la figura del “creatore”.Il modello che meglio riesce a incarnare questa figura è quello del “nomade”del sapere e della conoscenza. La cultura stessa, intesa come capacità diacquisire e produrre allo stesso tempo saperi e conoscenze, si fa nomade. Iostesso, Moscone, mi considero un grande nomade del sapere. Ed è proprio questacondizione di nomade a creare la cultura della moltitudine. Lo sono in ordine a dueragioni: la prima perché virtualmente non ho una “dimora fissa”; i miei “post”si spostano da un luogo all’altro del web, da una community all’altra. Sonocostantemente in transito, e laddove mi soffermo di tanto in tanto là vedo unamoltitudine, costituita non da utenti anonimi, ma da un utenti che hanno unnome (non importa se fittizio o reale). In secondo luogo sono un nomade perchénon mi installo in un settore specifico del sapere e della conoscenza: come imiei post navigano nello cyberspace così fluttua il mio sapere. La fluttuazionedel mio sapere non è, come qualcuno può credere, il prodotto della mia indole,bensì è una conseguenza del medium.Fuori dalla possibilità di potermi esprimere attraverso questo medium, perpoter dire qualcosa di riconosciuto, nell’ambito dei tradizionali canalimediali, sarei stato  “costretto” acostruire intorno  a me un recinto bendefinito entro il quale potevo spaziare. Insomma, mi sarei dovuto“specializzare” in un preciso settore della conoscenza.Certo, nell’essere un nomade del sapere c’è un prezzoda pagare: rischio la “soltitudine”,ossia il fatto di agire in solitudine dentro una moltitudine. Ma la soltitudineha i suoi vantaggi: il primo è che non pone limiti alla mia esplorazione; possoessere sempre un altrimenti possibile da come mi presento; nessuno puòincasellare il mio sapere entro una categoria ben specifica. Chi sono, ineffetti? Un antropologo, un sociologo, un filosofo, uno scrittore, uno storicoo un poeta? niente di tutto questo, e neanche la loro somma: sono semplicementeun nomade del sapere e della conoscenza. La moltitudine, quella costituita dalflâneur/fruitore, di me conosce solo un aspetto, ma non è in grado di afferrarela mia poliedricità. Ma nella soltitudine, l’essere insieme ad altri senzarinunciare mai di essere se stesso, non è più possibile proporre un processo diconoscenza dettato dall’alto. Nella mia soltitudine, io come creatore non sochi è il mio fruitore, non ho di fronte, come al tempo della cultura di massa,un pubblico standardizzato a cui propinare moduli espressivi ripetitivi o disemplice intrattenimento. Non vedo il volto del mio flâneur. Perciò in questasoltitudine posso sperimentare sempre nuovi linguaggi, innovare i miei stili, imiei moduli espressivi. Ma bisogna essere consapevoli di agire all’interno diquesta soltitudine. Se vogliamo occorre imparare ad accettarla e a conviverecon essa...Dalla moltitudine alla soltitudine. Dialogo tra il Moscone e Corino

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