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Dar Onboz: storia di una piccola, grande impresa sociale letteraria libanese

Creato il 17 settembre 2014 da Chiarac @claire_com_

logoA Badaro, quartiere residenziale di Beirut in via di espansione, che si trova a ridosso della ex Green Line, in un bellissimo ed elegante appartamento incontro Nadine Touma, co-fondatrice (insieme a Sivine Ariss e Raya Khalafe) della casa editrice Dar Onboz. Di bianco vestita, occhi bistrati di nero, una voce profonda e carezzevole, mi accoglie sorridente e forse incuriosita. Io incuriosita lo sono di sicuro, ho letto molto su questa casa editrice nata nel 2006, che pubblica libri per bambini, ragazzi e per adulti molto originali: la parte visiva, curatissima e creativa, è importante quando il testo scritto e altrettanto lo è la loro attenzione per il sociale, e il ruolo che attribuiscono alla diffusione della pratica della lettura tra adulti e bambini.

Alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna negli ultimi hanno Dar Onboz ha vinto tre premi, tra cui il premio Opera prima nel 2012 per il libro illustrato Tabati, una piccola, meravigliosa e coloratissima opera d’arte che è una vera e propria ricerca estetica e insieme un libro per bambini.

Nel 2012 Nadine vola ad Algeri per partecipare al famoso Festival internazionale del fumetto, in compagnia di Jorj Abou Mhaya, autore del fumetto Madina Moujawira lil-Ard, pubblicato da Dar Onboz. Che proprio quell’anno al Festival vince il premio come miglior fumetto in arabo. Naturalmente le chiedo quando uscirà il secondo volume, ed è l’unica informazione sulle future pubblicazioni che riesco a strapparle: uscirà a gennaio 2015, “l’autore lo sta terminando proprio ora mentre parliamo”.

Prima di cominciamo a chiacchierare riesco a salutare di sfuggita Joan Baz, giovane grafica e autrice dell’ultima pubblicazione di Dar Onboz: I went looking for Palestine but I found, un piccolissimo libricino illustrato che attraverso 10 immagini racconta iconicamente il viaggio di Joan, partita un giorno per il sud del Libano alla ricerca delle proprie origini: come si arriva da Beirut in Palestina?

Il risultato sono 10 immagini stranianti e assurde: i monumenti (#5) sono carri armati, il #8 – le attrazioni turistiche – è reso da un soldato dell’UNIFIL in posa per le foto, 9 pezzi di ordigni inesplosi sono “giocattoli”. Al libro è stata affiancata una mostra interattiva organizzata a giugno scorso durante la Beirut Design Week.

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Immagine tratta dall’esposizione dello scorso giugno

L’arabo, cos’è?

Quindi con Nadine cominciamo a parlare della lingua in cui sono scritti i libri che pubblicano (in arabo classico/letterario, il fusha, o in dialetto libanese?): “Forse l’80% dei nostri testi è in fusha, il resto è in arabo libanese. Spesso dico questa cosa, che quando parliamo di fusha non c’è un solo fusha: per esempio, anche se dici che quel libro è in italiano, quando leggi Umberto Eco non è come leggere Calvino no? C’è un respiro diverso, un’identità differente. E invece tendiamo a parlare di fusha come se fosse una cosa sola, quando non lo è”.

Il discorso dell’omologazione e del tutto indifferenziato salta fuori poco dopo, quando tocchiamo l’argomento: cosa è arabo e cosa vuol dire arabo. E soprattutto, cosa cercano gli editori stranieri quando incontrano le controparti arabe. Gli incontri non finiscono sempre nel migliore dei modi, il più delle volte l’editore europeo è alla ricerca dell’elemento etnico arabo, come ad esempio l’arabesco:

“Quando abbiamo vinto il premio a Bologna, gli editori sono venuti a vedere il nostro libro. Cercavano qualcosa di arabo nel libro. E io mi chiedevo: ma cosa volete, cosa cercate? Cosa è davvero arabo? Questo non vuol dire che se c’è un’idea che funziona e che include la presenza di modelli stilistici ispirati all’arte islamica io non lo produrrei. Ma non forzerò mai i miei artisti a farlo solo perchè così vendiamo di più”.

La copertina di

La copertina di “Tabati”

Traduzioni e stereotipi

Non posso non pensare al mercato editoriale italiano: nonostante delle pubblicazioni recenti di ottimo livello, le librerie sono ancora invase da testi che rappresentano l’area geografica che comunemente chiamiamo mondo arabo (e qui Nadine mi dice: “Io ho un problema con questa espressione. Mondo arabo? E senza parlare dell’Africa: artisti africani, e che vuol dire? Hello-o?!”) come se fosse un unicuum indifferenziato. Ma chi ha viaggiato nelle tre aree, Nord Africa, Medio Oriente e Golfo, sa quanto l’espressione “mondo arabo” significhi poco, anzi complichi solamente le cose.

E l’occhio opaco dei media occidentali non sfugge a quello attento di Nadine, che sull’argomento stereotipi e paesi arabi mi dice: “Pensiamo ai media occidentali: quante sono le storie positive provenienti dalla nostra parte di mondo che escono fuori sui media? Non interessa a nessuno sapere che ci sono persone che creano cose stupende dal nulla, che risolvono problemi, che fanno quello che nei paesi sviluppati non si fa. Ma parla di sangue, morte e violenza e saranno contenti, perchè così avranno avuto la certezza che l’Altro da loro è davvero Altro”.

Questa riflessione è facilmente traslabile sul piano delle traduzioni. Con (mia) estrema sorpresa, Nadine mi dice che nessuno dei loro libri è stato ancora mai tradotto in alcuna lingua occidentale. “Mai?”, le richiedo, pensando di aver capito male. “Mai. Non è interessante?”, mi dice di rimando, sorridendo un po’ sardonica. “Abbiamo avuto molte offerte per pubblicare libri bilingui rivolti alle comunità migranti in Italia e in Francia ma non sono libri che mi interessa fare. Altre offerte le abbiamo rifiutate perchè sentivo che non era la piattaforma giusta o il giusto editore. Il punto è che nei nostri libro non troverai mai la rappresentazione di stereotipi su chi e cosa dovrebbero essere gli arabi. Naturalmente noi vorremmo essere tradotti, ma qui la vera domanda è un’altra: perchè ogni volta che incontriamo un editore straniero l’unica cosa che gli interessa è venderci i diritti per i suoi libri e non comprare i nostri? Gli editori europei sono sempre convinti che noi qui non abbiamo nulla di buono da vendere o da dire. Quando gli editori francesi vengono qui, per esempio, vengono per vendere i loro diritti affinchè noi traduciamo in arabo i loro libri, non per comprare. Si tratta di dinamiche di potere”.

Temi tabù, hakawati e ispirazione libanese

In un’intervista precedente, Nadine aveva affermato:

“Fare un libro, un bel libro artistico, è una forma di resistenza culturale”.

Resistenza contro le difficoltà di un paese come il Libano in cui l’editoria per ragazzi è principalmente editoria scolastica e poco di intrattenimento, e gli autori di questi testi “ vogliono insegnare non divertire”. E in cui la tradizione orale, degli hakawati, o raccontastorie (come sua nonna) si sta perdendo e va recuperata: “La nostra è stata una società fondata sull’oralità per tanto tempo, per me è importante non buttare via questo patrimonio ereditario”. E come la si preserva? Innanzitutto avendo buone storie da raccontare, e in questo il Libano è per Nadine una fonte continua di ispirazione: “Tutto ciò che è visivo mi ispira. Dal posto in cui sono nata, la natura, la gente, il cibo, l’architettura, la geografia, la musica. È impossibile in Libano non incontrare ogni giorno almeno una persona che ha qualcosa di interessante da dirti. Sfido chiunque a dire il contrario”. E io non posso che essere assolutamente e completamente d’accordo con lei.

E dopo averla trovata, la storia va portata personalmente dai lettori, anche i piccoli lettori che vivono in condizioni più disagiate, come le tante famiglie di palestinesi che vivono nei numerosi campi disseminati sul territorio libanese. Nadine e il team di Dar Onboz portano non solo i loro libri, ma anche dei laboratori di oralità: uno di questi ultimi progetti era rivolto alle mamme dei piccoli lettori, a cui è stato chiesto: cosa canti al tuo bambino? Che storia gli racconti? E come la animi? All’inizio la reazione delle mamme è stata di sopresa, si sono ritrovate a chiedersi: “Che cosa ho raccontato a mio figlio fin’ora? Perchè mia madre e mia nonna cantavano per me e io invece per mio figlio non lo faccio?“.

582831_299933013418588_639413036_nNadine per ora lavora solo con i rifugiati palestinesi e sebbene abbia ricevuto diverse proposte di progetti da attuare con le famiglie siriane per adesso ancora non si sente in grado: “Quello che sta succedendo in Siria per me è un groviglio emotivo che non riesco a sbrogliare. E qui in Libano c’è molto da fare, ma quello che si sta facendo ora è di un livello bassissimo. E se proponi progetti un po’ più ambiziosi, la gente non capisce. E io non so lavorare in altro modo”.

Tra i progetti in cantiere ce n’è uno a cui Nadine tiene molto: si tratta di affrontare un tema che Dar Onboz non ha mai toccato prima, quello della guerra. “Non la guerra libanese, ma ogni guerra. È un argomento molto importante per me. Ne discutiamo molto a livello editoriale e stiamo arrivando al punto in cui forse abbiamo capito come affrontarlo”.

Non mi parla di progetti futuri della casa editrice, ma mi accenna solo al fatto che alla prossima fiera del libro arabo di Beirut, in programma tra fine novembre e dicembre, ci saranno delle belle sorprese.

Quanto a lei, che prima di fondare Dar Onboz era un’artista piuttosto quotata, quello che le piacerebbe poter fare è tornare a studiare: “Mi piacerebbe tornare a fare di nuovo la studentessa. Sono una nerd, a big nerd, lo so”.


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