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Diario di LOLA, quattordicesimo giorno, sabbia

Da Bibolotty
Foto di Eugene Recuenco
Diario di LOLA, quattordicesimo giorno, sabbiaSì, deve essere per forza un diario il quadernetto nero che Max tiene chiuso nel cassetto centrale della sua scrivania. È strano che scriva a mano, è strano che per farlo abbia comprato una stilografica e che ci si accanisca sopra anche per tutta la notte. Che io sappia, Max non ha scritto nemmeno un biglietto di auguri in vita sua, nemmeno il necrologio del padre. Comunque, ha ripreso a dirmi del lavoro mentre si rade e si fa la doccia. Amo stargli dietro mentre in pigiama mi chiede consigli e fa appello al mio pragmatismo. Il fatto strano è che appena apro bocca si volta dall’altra parte, mi dà le spalle all’improvviso o riprende a fare qualcosa che aveva lasciato a metà prima di rivolgersi a me.Ti ho già detto che è stata una folata di vento a farci incontrare? Ma quella volta in Duomo fu solo una reciproca simpatia e lo scambio dei numeri di telefono poi, tre mesi dopo, l’invito per un fine settimana da lui.Dieci anni fa mio padre si rivoltava nella tomba già da un pezzo e io mi occupavo quotidianamente di rimuovere ricordi dolorosi distraendomi con amori poco stabili, storie che duravano un pugno di giorni per lasciarmi senza parole per un po’, stordita da tanta originalità e autocontrollo. A certi giochi di ruolo mi avevano iniziato uomini maturi, vecchi amici di mia madre o ex professori di università. Uomini che profumavano di tabacco di qualità ed esperienza e che mi accoglievano in lussuose garconniere piene di segreti e dove, singolarmente o a piccoli gruppi, si prodigavano a trasmettermi consapevolezza e autocontrollo, la filosofia che c’è dietro certe pratiche, e il dolore, che dosato con cura, arrossa il viso e l’anima. Non poter deviare né cambiare il corso degli eventi a meno di pronunciare la “safe word” stabilita è qualcosa che mi provoca uno stato d’animo speciale. Lasciarmi andare a occhi chiusi alla cura del Maestro, mantenere la calma e darmi da fare a ricacciare indietro risate e lacrime, mi calma. E poi, se mi spetta il dolore, allora meglio sceglierne uno necessario, una danza al massacro che si consuma in un orgasmo anziché nell’abbandono improvviso o nel tradimento. Forse ci si deve sposare solo da vecchi, quando farsi compagnia diventa una necessità impellente e andare altrove non ha più senso.Adesso appoggi la schiena da qualche parte e ti fermi a pensare, lo so. Tua moglie che sgambetta per casa e si fa qualche scatto da inviare a chissà chi non te lo immagini neppure, vero? Lei che parla a uno sconosciuto come io faccio con te non ti sembra leale, no? Lei che sfoglia riviste femminili e si accomoda addosso delle scuse per giustificare così il fatto che non la tocchi più ti fa orrore. Preferiresti che fosse lei a sbatterti in faccia la sua indifferenza anziché condannarti a fingere. Ma sono problemi tuoi. E alla fine sei tu che vuoi che ti dica di me. È la tua voce che m’invita di continuo a non fermarmi, come se questo mio andare avanti e indietro nel passato servisse a colorare di nuovo la mia realtà blu notte.Comunque, dieci anni fa non pensavo certo al matrimonio e l’invito di Max aveva tutta l’aria di una trappola.Sicuramente era un maschio alfa resistente agli urti eppure già me lo vedevo ingobbirsi, anno dopo anno, a far di conto. Mentre le hostess gesticolavano qualcosa, io contemplavo il mio futuro martirio: le ciabatte ai piedi la domenica mattina, il ragù in pentola e la santa messa sparata a tutto volume dal televisore. Sapevo che presto o tardi me lo sarei trovato davanti ubriaco che mi confessa la storia d’amore con la cameriera moldava, con la mia migliore amica o, come luogo comune vuole, con la segretaria ventenne. Presentivo che un giorno avrei visto mia suocera ficcare il naso nei miei cassetti, tra la biancheria ripiegata con cura, i miei ricordi, il mio passato aberrante, le mie crisi depressive e i tranquillanti.Anche lui mi avrebbe preferita con i capelli sciolti, un sorriso appagato e un figlio tra le braccia. Sapevo che neanche Max si sarebbe rassegnato al destino che ho scelto per me. Non avrebbe accettato di vedermi entrare in banca nei miei tailleur dai colori improbabili e il rosso vermiglio alle labbra. Avermi sempre lì davanti con il mio sorriso di sfida e i capelli raccolti da fermagli appuntiti. Non facevo né per lui né per il suo lavoro.  E poi non si sarebbe mai adattato a certe mie manie e riti: il silenzio, l’ordine maniacale, il vuoto da creare dove possibile per eliminare l’infausto peso del passato. Mi avrebbe chiesto calma e tranquillità e non avrebbe mai capito la mia necessità di superare il limite, come se quello spostare l’asticella più in là fosse per me l’unica via di salvezza.Per tutto il volo non feci che pensare a come non dare inizio a quella storia. Ero pronta a buttarmi giù anche senza paracadute pur di non spendere male i miei anni.Invece, quel giorno di dieci anni fa Max se ne stava in un angolo dell’aeroporto con addosso un’inaspettata espressione severa. Solo di tanto in tanto guardava il Gate ma leggeva con più interesse il giornale. Qualunque fosse il quotidiano che teneva tra le mani, gli dava un tratto così virile da sembrarmi irresistibile. Non muoveva un muscolo e l’idea di farsi avanti e venire lui più vicino all’uscita, non lo sfiorò un solo attimo.  Rimasi a spiarlo tra decine di teste che andavano alla ricerca di qualcuno. Lui attese che gli fossi a un passo per alzare lo sguardo, prendermi per la nuca e assaggiarmi, a lungo e in profondità, come solo un esperto assaggiatore di baci sa fare.Per tutto il tragitto, che andava in direzione contraria alla destinazione decisa, Max non disse una parola. Di tanto in tanto si voltava a guardarmi con un’espressione neutra. Io intrecciavo la frangia sottile della sciarpa di seta e contavo le linee tratteggiate sull’asfalto.M’incantarono la luce, e la costa che si apriva come uno sbadiglio pigro subito dopo una morbida curva, e restammo almeno un’ora distesi da qualche parte sulla sabbia ferrosa e caldissima. C’è una foto in cui Max, curvo sui pantaloni arrotolati, cerca conchiglie e l’incipit più giusto. Ma quello non era ancora il tempo giusto: glielo suggerì, forse, la sabbia che faceva scorrere tra i pugni chiusi.Scesa dalla due cavalli mi trovai sotto un glicine in fiore che si arrampicava, con braccia magre e agili, fin sopra la tettoia e il vetro smerigliato del portone. Il giardino selvaggio e incolto, originariamente piantato all’inglese, aveva usurpato il vialetto e parte della scalinata. La fontana con cupido ammaccato restava muta. L’aria era ferma, solo qualche auto rallentava al semaforo davanti alla villa e ripartiva.I nostri passi si mossero all’unisono ma subito sentii la differenza tra le loro voci, una sicuramente baritonale e severa, l’altra, indecisa, in affanno dietro la falcata più lunga.Mi bastò una pressione minuscola della sua mano ampia al centro della schiena per passare tra i due leoni di pietra e arrivare al portone. Max suonò il campanello. Lo faceva per mandare via eventuali visitatori sconosciuti, profughi in fuga, mi disse, ma secondo me era per scacciare gli spiriti, avvertirli e domandare permesso. Attese, e in quell’attesa io rabbrividii al pensiero della loro possibile risposta.La porta cigolava -com’è giusto che sia-, guardai in alto per accertarmi se una donna dal volto opalescente, o una bambina con una palla rossa tra le mani, non fossero già lì in finestra a osservare, liete di poter assaggiare il nostro sangue.Dopo la soglia mi accolsero buio e polvere e un abbraccio atteso, caldo e denso. Mi accolsero le sue parole sibilate così nette da suonare chiare come ordini. Le mani lisce che andavano ovunque per calcolare la mia resistenza già blanda e molle. Non muovere un passo, mi disse, e accese la luce.Poi iniziò a pronunciare il mio nome in ogni respiro, gli cambiava forma lasciando che ondeggiasse tra i suoi sussulti e i miei poco convinti “no, ti prego”. Ci sostenevano il marmo freddo e i divani, la lunga dormeuse con drappo, lo specchio a parete, il grande letto a baldacchino e quello piccolo, l’armadio dalle ante sconnesse e la grande pendola in salone, le scale impolverate e il pianoforte a coda. Le sue mani forti strattonavano il mio corpo per spostarlo da un piano all’altro: nessun posto era mai quello giusto, nessuna posizione quella più adatta.Carezze rumorose partivano dall’alto per venire giù con forza. Carezze che variavano secondo l’apertura della mano e l’intensità del gesto: sibilanti o sorde. Lasciò che la sua nudità vibrasse nel buio mentre chino sul vecchio pianoforte scordato, tirava fuori accordi complici, non afflitti, non tristi. Accordi grati al mio piacere mai sazio, a quella spregiudicatezza che solo chi non ha nulla da perdere può esibire. Non posso resistere all’uomo che conta denari e cerca abbandono, che calcola interessi e perdite e vuole l’oblio. Dare piacere è una missione e avrei seguito Max ovunque. L’ho fatto e mi sono persa. E ora navigo a vista in un paese di ombre, dove i suoni sono densi e io non riesco a cambiarmi d’abito, dove le persone non mi ascoltano né mi parlano più.  Anche stavolta la scogliera aveva sbadigliato al nostro passaggio, mentre in silenzio mettevo in fila i ricordi e Vince le cassette. Ci siamo fermati prima della curva, prima dell’alto cancello e del viale. Sono rimasta davanti all’orizzonte sotto il cielo plumbeo. Vince e la sua faccia strana si guardavano attorno. Cercavano, come per abitudine, l’impronta del pericolo e il profilo ambiguo dell’assassino. O un’ombra rapida, il guanto nero, il telefono a gettoni con la cornetta penzoloni, la finestra che scricchiola, il prete o la vecchia signora.Vince mi lasciava lì a raccattare particolari, a mettere il nastro indietro e guardare tutto all’incontrario, come se lì, tra quelle immagini potessi trovare la scena mancante, l’episodio che mi aveva portata in un mondo all’improvviso così distante. In una vita tutta bisbigli, accanto a un marito troppo distratto che non dorme quasi più, si trascura e dimagrisce a vista d’occhio. Lalama, ha sollevato un paio di volte lo sguardo per riabbassarlo paziente. Non so nemmeno di che colore ha gli occhi. Non so quale sia il suo intercalare.So che porta calze dai colori bizzarri e viene dagli anni ottanta, che fuma sigarette che fanno rumore anche nei sogni e che si è offerto di indagare per me su una donna fantasma. Allora portami alla villa!, gli ho detto voltandomi assieme a una folata di vento.Ha acceso una sigaretta e mi ha anticipata allo sportello. Siamo partiti con calma.Dietro la curva, il cancello era aperto.


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