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Due o tre cose sulle serie inglesi e irlandesi

Creato il 09 gennaio 2015 da Margheritadolcevita @MargheritaDolcevita

Torno a parlare di serie tv (cosa che temo continuerò a fare perché non c’è molto altro da scrivere), stavolta genericamente sulle serie d’oltremanica. Avevo pensato a post diviso per punti perché mi piacciono le cose ordinate, ma poi non sapevo con cosa iniziare quindi scriverò semplicemente quello che mi passa per la testa e che sento di dover dire. Sapete quando avete qualcosa da dire ma nessuno a cui dirla? Ecco, un blog privato con nessuna pubblica utilità serve a questo, sappiatelo. Penso che questo post possa essere capito solo da chi segue serie inglesi e irlandesi, ma d’altronde chi non le segue perché dovrebbe leggerlo? Ho delle riserve.

Le serie inglesi/irlandesi da noi sono un po’ maltrattate. La maggior parte è inedita, alcune vengono trasmesse ad orari impossibili o seguendo programmazioni assurde, altre invece arrivano in prima serata ma sticazzi di Sherlock (io odio Sherlock Holmes e odio Cumbercesso). Non so come mai.  In linea di massima sono degli ottimi prodotti. Oddio, anche loro hanno cagato fuori dal vaso, però in generale sono sempre serie molto curate, molto ben fatte, confezionate ad arte e ben recitate (questo a prescindere dall’argomento). Certo, sulla recitazione gli inglesi sono avvantaggiati. Hanno 25/30 attori che usano a rotazione. Vedete, una cosa buffa delle serie inglesi è che ci sono sempre gli stessi attori. Io mi diverto sempre ad individuare volti noti nelle serie tv per poi cercare di ricordarmi dove ho già visto tizio o caio. Beh, con le serie inglesi, hello, impresa titanica, perché tutti gli attori hanno già fatto qualcosa che ho visto perché fondamentalmente sono sempre gli stessi. Esempio recente, la miniserie Monday Monday (che ho visto solo io, lo so), tra i protagonisti

  • Tom Ellis, già visto in Miranda, Gates, etc etc
  • l’attore che in Silk faceva Billy
  • sister Julienne di Call the Midwife
  • il tipo che fa il nonno in Our Zoo e il padre di Denise in The Paradise
  • Miranda Hart, protagonista di Miranda e anche di Call the Midwife
  • una che ha fatto From there to here (altra serie che ho visto solo io) e Lost in Austen

Sì ecco gli attori inglesi non hanno nomi, hanno solo dei riferimenti a personaggi interpretati precedentemente (conversazione tipica “Hai visto che c’è Nome Cognome?” “E chi cazzo è?” “Ma come! Quello che ha fatto serie A, serie B, serie C…” “Ahhhhh ok”). E questi non sono riferimenti che uno fa guardando IMDB, no no, sono cose che una fruitrice normale di serie britanniche coglie quasi subito.

Le serie inglesi/irlandesi sono quasi sempre molto coraggiose, anche quando sono un po’ buoniste e volemosebbbene. Hanno il coraggio di trattare argomenti, di mostrare cose, di dire altre cose che beh in Italia non abbiamo (almeno su Mediaset e sulla Rai). Persino una serie come Call the Midwife (su Rete 4 L’AMORE E LA VITA, diciamo basta alla droga tagliata male) che inneggia a sentimenti come l’amicizia, l’amore, la sorellanza, la solidarietà, la famiglia, è centomila volte più coraggiosa e scomoda di un fiction dove Terence Hill fa la guardia forestale. Danno anche l’impressione di essere più attaccate alla realtà, non so come spiegarlo, però rispetto a una serie americana una serie inglese risulta quasi sempre più realistica, più vera. Ora, io non so se sia appropriato paragonare la BBC alla Rai, cioè non so se BBC1 sia l’omologa inglese di Rai1, però non dovrebbero essere cose molto diverse. La BBC ha mandato in prima serata una serie chiamata Inside no. 9, sono sei episodi da mezz’ora, indipendenti l’uno dall’altro, ambientati tutti in spazi  chiusi (spesso una stanza o addirittura un armadio) accomunati dal numero 9. Il secondo episodio è muto per il 99% del minutaggio, si sente solo della musica, il bellissimo concerto n. 2 di Rachmaninoff“Without you” di Harry Nilsson in versione strumentale (cover della Mariah senza cui non avremmo avuto questo). Inizia come un episodio comico farsesco e finisce in modo molto crudo e violento. Vi immaginate una cosa del genere in prima serata su Rai1 o Rai2? Finiscono i pacchi e attacca Rachmaninoff. Non credo proprio. Questo è solo un esempio (e vabbè guardatevelo l’episodio perché è un capolavoro, l’ho fatto vedere pure ad Anacleto che non è avvezzo a questo genere di cose e l’ha adorato).

Purtroppo le serie inglesi hanno anche dei difetti. Che non riguardano il prodotto in sé, ma il resto. Ovvero l’incertezza. Mettetevelo/Mettiamocelo bene in testa: con le serie inglesi non si sa mai un cazzo. Non si sa mai né se né quando, mai. Fino a pochi giorni prima della programmazione, fino a che magari non leggi su twitter che forse che forse. Gli americani hanno un sistema totalmente diverso e più organizzato, annunciano quando una serie viene cancellata (solitamente 9 volte su 10 appena finisci una serie sai già se avrà una nuova stagione o no), se segui i ratings puoi farti un’idea e comunque alla fine dell’anno (maggio/giugno) ci sono gli upfronts in cui vengono comunicati i palinsesti e insomma è tutto chiaro, semplice, lindo. No, in Inghilterra non funziona così. Intanto ho come l’impressione che i network verso gli autori adottino una politica di laissez faire pur di garantirsi il prodotto (“Io non ti metto fretta, mettici anche tre o quattro anni per fare una stagione da 2 episodi, l’importante è che quando la fai poi la mando in onda io”), ma questa è solo un’impressione. La realtà è che i tempi sono esageratamente dilatati (la quinta di Love/Hate, serie irlandese che consiglio senza alcuna remora, è finita un paio di mesi fa, la sesta andrà in onda probabilmente nel 2016), il che è ancora più assurdo dal momento che si tratta quasi sempre di serie da 6 episodi, massimo 8 o 10; regna l’incertezza non solo del quando (che ci può anche stare, uno si mette l’anima in pace e aspetta) ma soprattutto del se. Altro esempio, Miranda: terza stagione del gennaio 2013, finisce con un ENORME cliffhanger, ENORME. Bene, finisci l’episodio, raccogli il mento che nel frattempo ti è caduto per terra, ti guardi intorno e non sai se ci sarà un proseguimento, un qualcosa, uno speciale, niente. Questo fino ad agosto/settembre 2014 (DUEMILAQUATTORDICI, un anno e 8 mesi dopo) in cui ti dicono che ci sarà un doppio episodio natalizio, Natale di che anno non specificato. A novembre sai che sì, è il Natale del 2014 e che lo speciale natalizio concluderà la serie (sì, sto ancora piangendo sono in denial ho bisogno di un gruppo di supporto voglio sposare Tom Ellis). Una sofferenza. Vogliamo parlare di Moone Boy? Ma sì, parliamone. Moone Boy è una deliziosa serie comedy irlandese, divertente, simpatica, adorabile. Prima stagione 6 episodi, nel 2012. Decidono che è piaciuta e te la rinnovano non per una ma per altre due stagioni. Non ti danno nemmeno il tempo di saltellare per la gioia che arriva la mazzata: la seconda stagione, sempre da 6 episodi, nel 2014. Due anni dopo. La terza, che hanno già girato nel 2013 (i protagonisti sono bambini e a quell’età cresci di 15 cm nel giro di due settimane), andrà in onda forse nel 2015. Qualcuno in questo momento ha in un cassetto terza stagione di Moone Boy. Ferma lì. Io nel cassetto ho una calcolatrice scientifica, un tappetino per il mouse e i fazzoletti di Hello Kitty. Nessuna stagione di Moone Boy. Ultimo esempio, Rev., serie tra il comico e l’agro che parla del reverendo di una parrocchia cittadina. Tre stagioni, 19 episodi, hanno chiesto all’autore nonché attore protagonista se ci sarà una quarta stagione. Risposta: Tom Hollander has said that he did not know whether there would be a fourth series, and that after the third series “we all want to just pause”. Vogliono solo fare una pausa. Non lo sanno manco loro. Questa cosa mi disturba particolarmente, io che odio l’incertezza, il non sapere. E poi è un sistema un po’ del cazzo, fatemelo dire.

Certo, il fatto che siano sempre serie così brevi aiuta il prodotto, perché non corri il rischio di allungare il brodo, difficilmente annoi e stanchi e il ritmo risulta più sostenuto. Però hai sempre l’impressione che due o tre episodi in più ci sarebbero stati bene, che non è giusto che Miranda abbia avuto solo 20 episodi spalmati nel giro di 5 (CINQUE) (!!!!) anni.

Aggiungo una cosa. Le musiche. Ok, forse gli inglesi sono avvantaggiati perché ad esempio se decidono di ambientare una serie nei primi anni ’90 riescono ad attingere ad un bacino di canzoni strepitose senza doversi nemmeno sforzare più di tanto. Però ho notato che gli inglesi/irlandesi fanno molto più uso di canzoni rispetto agli americani che preferiscono delle tracce di colonna sonora, delle musiche anonime che servono solamente ad accompagnare o a dettare il ritmo. Ad esempio su spotify ho fatto io personalmente la playlist di Miranda, e sommando le canzoni che si sentono in originale a quelle che i protagonisti canticchiano ho superato le 100 tracce. Seguo anche la playlist di My Mad Fat Diary, quella della seconda stagione ha 131 tracce (!!!), per pochissimi episodi, mi pare 6 o 7.

Ok ho finito quello che dovevo dire. Vado a far da mangiare mentre canto Sisters are doin’ it for themselves e penso a Tom Ellis. Guardate le serie inglesi che anche se fanno cagare fanno comunque meno cagare delle serie USA che fanno cagare.



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