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Ecco perchè il Jazz è simbolo di immigrazione, contaminazione e integrazione

Creato il 12 aprile 2015 da Retrò Online Magazine @retr_online

New Orleans. Un miscuglio di culture, un intrecciarsi di caratteri esotici e lontani, un’accozzaglia di colori dissonanti. È in queste strade, dove le voci nere si mischiano allo sferragliare dei tram e alle melodie creole, che nasce il jazz. È figlio dell’immigrazione. Ed è un primo, eroico, spesso inconsapevole passo verso la fine della segregazione razziale.

Il jazz come contatto

È impossibile slegare la storia del jazz dalla storia dell’America e in particolare delle sue minoranze. Il genere, infatti, nasce a inizio Novecento da una confluenza di culture diverse che trovano espressione in quella che viene comunemente definita “la patria del jazz”, New Orleans. Si parla, in particolare, della cultura afroamericana. Gli afroamericani partecipi di questa innovazione sono i discendenti degli schiavi giunti nel Nuovo Continente nel corso dei secoli. Una vicenda, la loro, che è insolito definire “immigrazione”, ma che consiste in effetti in migranti, in persone che muovendosi da una terra ad un’altra portano con sé impressioni e suoni differenti.

Photo credit: Anonymous / Foter / Public Domain Mark 1.0

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La cultura africana è impregnata di musica e gli schiavi la esprimono cantando. È così che nascono le work songs, cantate durante il lavoro, e gli spirituals, antenati dei gospel che nasceranno negli anni Trenta e conosceranno incredibile popolarità e risonanza nella cultura di massa americana. Dopo l’abolizione della schiavitù, questa tradizione musicale continua ad essere tramandata di generazione in generazione e cantata nel tempo libero. E pian piano, nei terreni più fertili come la caotica New Orleans, influenza la musica americana.
Al prevalente stile africano se ne accostano altri, come quello della non lontana Cuba. Dall’isola giungono i ritmi dell’habanera, che si infiltrano prima nella tradizione africana e poi, attraverso essa, in quella prettamente americana.
Ma dopotutto cos’è la tradizione americana se non un’ulteriore contaminazione? Il territorio della Louisiana era stato posseduto sia dalla Spagna che dalla Francia. Ed ecco, dunque, che al puzzle di influenze africane e cubane si unisce un sostrato già contaminato e misto, che esprime le diverse tradizioni dei popoli europei.

Il jazz verso nord

Il nuovo genere musicale interessa neri e bianchi. Tutti si ispirano allo stile di New Orleans e lo reinterpretano a modo loro, secondo le influenze individuali. La rielaborazione bianca dello stile originale viene chiamata Dixieland ed è solitamente caratterizzata da un approccio più razionale, più impostato, più europeo.
Si deve aspettare l’entrata degli USA nella Prima Guerra Mondiale, però, perchè il jazz faccia il passo successivo e cominci ad allargare i propri confini di influenza. È in questo periodo che la scena dell’entertainment di New Orleans subisce uno stop: molti dei locali cardine della città vengono chiusi, per preservare l’integrità morale delle truppe che soggiornano nella zona prima della partenza per la Francia. Storyville, quartiere a luci rosse ma non solo, ambiente vitale del jazz, perde il proprio appeal. E i musicisti decidono di spostarsi verso nord, alla ricerca di maggiori opportunità. Un’altra migrazione.
Il jazz si diffonde nelle città del nord e diventa sempre più popolare. Il fulcro di questo genere in continuo movimento diventa Chicago. Alla Grande Depressione, che tocca anche la scena musicale, segue una rinascita segnata in particolare dall’avvento delle orchestre. Ed è proprio all’interno delle orchestre che la segregazione razziale, fino ad allora caratteristica del jazz come di ogni altro aspetto della cultura americana, comincia a dissolversi. Iniziano ad esistere gruppi misti e alcuni direttori avanguardisti decidono di portare in tour musicisti afroamericani.
Questo fatto potrebbe sembrare di poca importanza, eppure ha un peso enorme. Il fatto di vedere suonare assieme neri e bianchi porta ad un cambiamento di sensibilità inizialmente impercettibile, ma fondamentale. I musicisti neri cominciano ad essere guardati con ammirazione. All’interno degli auditorium e delle sale da ballo la segregazione si fa meno pressante e la diversità diventa oggetto di curiosità e non di diffidenza. Il nero è per la prima volta considerato come qualcosa di più di uno schiavo o di un sottoposto.

Photo credit: Foter / Public domain

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Il jazz contro la segregazione

Per quanto non sia corretto leggere il jazz come un movimento politico, allo stesso tempo è impossibile non considerare il suo legame con la lotta per i diritti civili, che si rendeva sempre più neccessaria e che in un certo senso tale ambiente musicale ha contribuito a formare. Le strade del jazz erano e sono molteplici e allo stesso modo lo erano anche gli ideali e le sensibilità dei jazzisti del tempo, che si approcciarono alla questione del razzismo in modo diverso. Alcuni, come Duke Ellington, evitarono azioni troppo eclatanti ma allo stesso tempo furono granitici nella loro richiesta di rispetto e tolleranza (Ellington non accettò mai di suonare davanti a pubblici segregati, ovvero auditorium nei quali vi fossero aree riservate ai neri e aree riservate ai bianchi). Altri furono più diretti. Norman Granz, durante il suo Jazz at the Philarmonic, non solo chiese espressamente che non vi fossero indicazioni su quali settori le varie etnie dovessero occupare, ma si assicurò personalmente di staccare i cartelli che indicavano i bagni per i bianchi e quelli per i neri.

In un articolo del 2009 pubblicato sul Wall Street Journal, Nat Hentoff cita un passo di una lettera scritta nel 1941 da Louis Armstrong al critico jazz Leonard Feather: “I was playing a concert date in a Miami auditorium. I walked on stage and there I saw something I’d never seen. I saw thousands of people, colored and white, on the main floor. Not segregated in one row of whites and another row of negroes. Just all together — naturally. I thought I was in the wrong state. When you see things like that, you know you’re going forward”. Qualcosa stava cambiando. Momenti simili, un pubblico misto, un bagno comune per neri e bianchi, fino a pochi anni prima sarebbero stati inimmaginabili. Gli americani bianchi amanti del jazz cominciavano a riconsiderare quelle limitazioni che fino ad allora erano sembrate razionali, inamovibili, assolute. E gli americani neri amanti del jazz cominciavano a rivendicare con orgoglio la propria discendenza.
Il jazz era ed è una musica migrante, nata da migranti e migrata essa stessa verso nuovi luoghi e nuove culture. Probabilmente nessuna definizione lo rappresenta meglio delle parole di Dizzy Gillespie, jazzista di grande importanza negli anni Quaranta: “I allow myself to be influenced by everything, so that in turn I may influence everything myself”.

Tags:America,Immigrazione,Jazz,new orleans,razzismo,segregazione

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