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EDITORIALE – Noi non siamo la Premier League

Creato il 20 marzo 2017 da Agentianonimi

Noi non siamo la Premier League, ma vorremmo assolutamente diventarlo. Coltiviamo questo sogno da qualche anno a questa parte, almeno da quando una banalissima Brescia-Bologna non attira più, da quando non esistono più i Baggio o i Signori che incantano il pubblico di queste squadre, da quando i satellitari osano mostrarci ogni singolo campionato nazionale disperso in chissà quale angolo del mondo.

Siamo nella stessa situazione di un qualsiasi bambino di 5 anni desideroso di diventare come il suo supereroe preferito, del quale ha il poster appeso in camera, del quale ha imparato le movenze e i superpoteri, del quale ha il costume perfettamente riprodotto, del quale sogna di prendere il posto un giorno. Ma la realtà che gli si porrà davanti un giorno è che come quel supereroe ce n’è uno ed uno solo. Tutto il resto è imitazione, spinta dalla fantasia di chi ancora non è in grado di distinguerla dalla realtà.

Perchè vogliamo diventare come il campionato inglese? Noi non siamo inglesi, non abbiamo le loro tradizioni, i loro costumi nè tantomeno la lingua o il background culturale. Viaggiamo su due universi paralleli, che difficilmente s’incrociano. Noi non gli assomigliamo, nè potremmo mai farlo, è un dato di fatto. La nascita dello sport e del movimento italiano nello specifico è imputabile ai servi della Regina, ma è stato poi modellato negli anni sui tifosi e sui praticanti della penisola. Dunque questo adattamento del modello inglese, esprime unicità del nostro movimento calcistico e della Serie A, ed è qui il punto. Sulla stessa falsa riga si potrebbe citare il caso dell’Uruguay, del Brasile, dell’Argentina o dell’Ungheria: anche qui i britannici hanno esportato il football, che poi si è plasmato sulle popolazioni abitanti, diventando univoco.

Preambolo sociale-storico a parte, ritorniamo al calcio. La differenza con la Premier League è abissale e sotto gli occhi di tutti: parametri tecnici, di strutture, di sicurezza, di marketing, ecc. Ma qual è quella cosa che muove tutto il sistema? La risposta è semplice, si tratta di denaro. Gli schèi sono quelli che decidono le sorti di un campionato. Partiamo dal principio: portano giocatori di livello, innalzando istantaneamente il tasso di spettacolo della competizione. Da questo ne deriva un miglior afflusso di pubblico agli stadi (con guadagno maggiore per le società), una maggiore attenzione dei mercati internazionali per i diritti di trasmissione e merchandising (si veda parentesi precedente). Siamo arrivati al punto, i soldi portano soldi! Dunque, se abbiamo tante società che faticano a competere da un punto di vista finanziario con le pari livello nel nostro campionato, è difficile che queste riescano ad imporsi nel tempo.

Si veda l’esempio del Sassuolo: proprietà discretamente importante (la Mapei è una multinazionale leader nel settore), che negli anni ha investito ingenti capitali per mantenersi, partendo prima dai calciatori e dal settore giovanile, poi estendendosi allo stadio (reso un vero fiore all’occhiello della società). Certo, i neroverdi non potranno competere certo con Barcellona o Real Madrid, però quantomeno possono dire la loro in campionato, ricordando per certi aspetti quelle squadre medio-piccole che esistevano un tempo (oltre le già citate, il Lecce di Chevanton o il Parma di Giovinco). Ecco, se il livello delle squadre che non lottano per un posto in Europa si assestasse su quello degli emiliani, saremo a cavallo e potremmo avere anche un tanto agognato ritorno alle sette sorelle.

Ho detto ad Abodi: Andrea, dobbiamo cambiare… Se me porti su il Carpi… Una può salì… Se mi porti squadre che non valgono un c… Non fra due o tre anni non c’abbiamo più una lira. Perché io quando vado a vendere i diritti televisivi – che abbiamo portato a 1,2 miliardi grazie alla mia bravura, sono riuscito a mettere d’accordo Sky e Mediaset, in dieci anni mai nessuno – fra tre anni se c’abbiamo Latina, Frosinone, chi c… li compra i diritti? Non sanno manco che esiste, Frosinone. Il Carpi… E questi non se lo pongono il problema!

Claudio Lotito

In questo momento tornano utili le dichiarazioni di Lotito, del 2015. Frasi di un’assurdità totale, che nemmeno negli incubi più macabri e spaventosi possiamo immaginarle. Eppure, nonostante ponga la meritocrazia dietro ai danè, ha tremendamente ragione. E’ difficile da ammettere, ma questa è la cruda realtà nel quale vive il calcio italiano. Non è tanto per il club in sè, ma chi va poi a schierare, perchè ci vogliono nomi sulle maglie che aiutino a vendere i diritti e riempano le casse della federazione.

Si prenda ad esempio le attuali ultime due classificate in Premier League: Middlesbrough e Sunderland. I Boro vedono Valdes in porta, Negredo e Fischer in attacco e Ramirez a centrocampo (solo per citarne alcuni), mentre i Black Cats schierano giocatori del calibro di Mannone, Januzaj, Defoe e O’Shea, atleti con una certa nomea a livello europeo e internazionale, non i primi scappati di casa. Ora, volete paragonarli ai tesserati delle ultime due nostre classificate?

Notate che ciò non è dovuto ad un campionato a 18 squadre (l’unico tra i top è la Bundesliga), ma semplicemente a dividendi assurdamente più alti per le compagini di prima divisione: prendendo sempre come riferimento il Middlesbrough, non me ne vogliano i loro fan, notiamo che in questa stagione il bilancio del mercato dice circa -30 milioni di € (con circa 50 spesi), cifra incredibile per una neo-promossa che nel BelPaese è difficile vedere anche nei primi 6 posti. Lo scorso anno il retrocesso Aston Villa incassò ben 64 milioni di euro dai diritti televisivi, altro che paracadute.

Ritorniamo però al numero di squadre, pilastro della campagna elettorale di Carlo Tavecchio alla presidenza della FIGC sia nel 2014 che nel 2016: come già detto, solo il campionato tedesco ha 18 squadre, mentre Francia, Spagna e, appunto Inghilterra, 20 come noi. La domanda ora da porsi è questa, che questa riduzione porti effettivamente ad una miglioria? Premier a parte, negli altri 3 campionati citati, quali partite sono così appetibili come quelle inglesi una volta eliminate i club con alto blasone? Chi si guarderebbe Ingolstadt-Darmstadt, Gijon-Osasuna o Bastia-Lorient? Nessuno, perchè sono esattamente equivalenti al nostro Carpi-Frosinone o Crotone-Pescara, senza offesa per nessuno. Dunque, quali sono le differenze tra questi campionati e queste squadre? Si legga sotto la voce denaro.

Altra questione abbastanza spinosa, è il passaggio sempre più graduale al cosiddetto calcio-spezzatino. Nome orrendo, che non fa altro che ricordare ai tifosi italici che dovranno guardarsi la partita ben prima del caffè pomeridiano domenicale, rovinando decine di pranzi famigliari. Oltre al nome, è terrificante anche l’idea alla base: spezzando (da qui deriva il diminutivo) il calendario del weekend in più fasce, infatti, il nostro campionato verrebbe oscurato una volta inserito in un mercato dominato dalla Premier League, che attua questi orari da decenni. Dunque, a meno delle partite di cartello, gli altri finirebbero nel dimenticatoio, con le sole prime che guadagnerebbero grande visibilità nei mercati asiatici. Attenzione però, le lancette in Oriente sono avanti rispetto a noi, perciò a meno che non si disputi la partita alle 12.30, pare difficile come si possa avere seguito in quella parte di mondo (ecco spiegato il Derby della Madonnina a quell’ora, in Cina sono le 19.30).

Forse, ora come ora, visto il basso tasso tecnico medio delle rose è più vendibile un’insieme di partite allo stesso orario (eventualmente con la modalità diretta gol), piuttosto che una singola. Magari, un ritorno alla classica formula di tutte le partite alle 15, lasciando un anticipo al sabato sera e il posticipo domenicale nelle quali inserire gli scontri più importanti. Non si tratta di un discorso nostalgico (la radiolina allo stadio è ormai più che obsoleta), ma di un discorso concreto legato allo stato attuale. E poi, oggettivamente, come possiamo competere in termini di spettacolo noi inventori, praticanti e amanti del catenaccio? Con 20 Zeman forse, ma a quale scopo? Nessuno, ci sarebbe una misera arresa al dio denaro, perdendo il nostro calcio unico fatto di tanto studio sulla tattica e su una propensione maggiore sulla difesa. Non c’è nulla di male in questo, alla fine siamo tutti nati sotto il segno del catenaccio.

C’è poco da dire, al momento noi li osserviamo dal basso, con gli occhi spalancati dalla sorpresa della visione dei loro fantasmagorici superpoteri. Sono i nostri superheroes, quelli che sogniamo di diventare, ma che non potremmo mai essere.

Di Gianluca Zanfi (Twitter @Gianluca Zanfi)

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