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Estremo nord: l’isola norvegese Sørøya nel Mar Glaciale Artico

Creato il 29 settembre 2015 da Nonsoloturisti @viaggiatori

Febbraio è un mese crudele, ne sono certa. E lo sono più che mai quando scopro di dover andare in Norvegia in una delle settimane più fredde dell'anno: serve dello stoccafisso di ottima qualità in breve tempo.

La mia destinazione si trova al limite del Mar Glaciale Artico, sull'isola di Sørøya, dove si contano soltanto tre insediamente da non più di 400 abitanti. Con appena 200 anime, Sørvær è il villaggio più piccolo: oltre che per il merluzzo, è noto per il relitto della nave russa Murmansk, arenata poche miglia dalla costa. Anche se non voglio pensare alle condizioni climatiche estreme, devo ammettere che la curiosità sta prendendo il sopravvento. Il mio referente norvegese mi mette in contatto con Albjørg, che vive sull'isola all'estremo nord della Norvegia e mi aiuta a organizzare il viaggio.

Estremo nord: l’isola norvegese Sørøya nel Mar Glaciale Artico

I primi due giorni sono faticosi: le strade sono coperte di neve ghiacciata e le giornate sono fredde e buie. Il terzo giorno lascio Tromsø all'alba e atterro prima delle otto, dove nel minuscolo aeroporto di Hasvik trovo Albjørg ad aspettarmi. Non mi accompagna in albergo, costringendomi a domandarmi se esista veramente un luogo adatto a ospitare dei turisti. Forse sarò costretta a dormire sul pavimento gelato del suo salotto, oppure a dividere la cameretta con le sue bambine.

Albjørg guida come una pazza lungo le strade: la neve non viene spalata, ma pestata fino a formare uno strato compatto sul quale le macchine sfrecciano a velocità folle. È contenta che io sia arrivata fino lì, ma avrebbe preferito ospitarmi nel mese di luglio, quando i mille isolani partecipano al Sørøydagene, il festival che celebra l'inizio dell'estate. Mi guardo intorno, osservando il paesaggio estremo: le case di legno rosso, con la neve che arriva oltre le finestre del pian terreno, le insenature con le piccole barche di pescatori, il mare grigio scuro, quasi viola, come il cielo sopra di noi. Le chiedo cosa manchi a Sørøya rispetto alle più famose Lofoten, più a sud, e Albjørg scuote le spalle. È una questione di clima, mi spiega: alle Lofoten le temperature sono più miti e le correnti più favorevoli alla proliferazione del merluzzo. A Sørøya tutto è più difficile: il clima più rigido, l'isolamento maggiore. Ma gli abitanti della piccola isola non si sono arresi: non potendo puntare sulla quantità del pesce, si sono dedicati alla qualità, ottenendo un prodotto pregiato.

Estremo nord: l’isola norvegese Sørøya nel Mar Glaciale Artico

Dopo mezz'ora di viaggio arriviamo a Breivikbotn, dove si trova uno degli stabilimenti di produzione dello stoccafisso. Qui i pescatori consegnano i merluzzi, affidandoli agli artigiani che si occupano della lavorazione. All'apparenza è un processo semplice: due pesci di dimensione identica vengono legati insieme all'altezza della coda e appesi alle hjeller, le rastrelliere di legno dove vengono fatti essiccare. Quando mi congedo è pomeriggio inoltrato, e Albjørg mi accompagna al mio albergo, la Sørværstua. Sono stanca e infreddolita, e quasi mi metto a piangere dalla gioia quando mi rendo conto che si tratta di un vero hotel, con tanto di salotto e camino acceso. Chiedo ad Albjørg cosa prevede il programma, ma lei si limita a chiedermi quale sia il mio numero di scarpe.

Estremo nord: l’isola norvegese Sørøya nel Mar Glaciale Artico

Due ore dopo la vedo tornare con le braccia colme di vestiti termici. Mi invita a indossare il tutto sopra i miei abiti "leggeri", perché la temperatura è scesa a dieci gradi sotto zero. Non oppongo resistenza, indosso i vestiti e lascio che Albjørg mi aiuti a chiudere la zip della giacca fin sotto il mento. Lasciamo l'hotel e seguo la mia amica sul sentiero innevato, a passi resi ancora incerti dagli scarponi troppo grossi e dai vestiti ingombranti. Camminiamo in silenzio per qualche minuto, fino a quando dietro a una curva troviamo ad attenderci una donna: mi dice qualcosa che non capisco e mi porge una fiaccola accesa. Camminiamo fino a un raggruppamento di quattro o cinque case dove ci sono almeno 50 persone - ognuna con una fiaccola in mano - radunate intorno a un falò. Albjørg mi spiega che stiamo per assistere a una gara di slittino. Appena viene dato il via, i partecipanti iniziano a spingere le slitte sul ghiaccio, incitati dagli spettatori. Al traguardo i concorrenti vengono accolti dalla folla urlante che porge loro bicchierini di aquavit, un distillato di grano e patate. Beviamo per festeggiare e per scaldarci, così quando arriva l'ora di cena siamo accaldati e un po' brilli.

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Nel piccolo cinema poco distante alcune donne si sono occupate delle cena per gli abitanti del villaggio. Tra un boccone di polpette di merluzzo, suovas di renna, carne di balena e di foca, riesco a scambiare un paio di parole con quasi tutti, ringraziandoli per avermi fatto sentire parte della loro comunità.

Quando Albjørg mi accompagna in albergo non parlo per non farle capire che sono commossa. Arrivate a destinazione la abbraccio, poi corro dentro senza parlare, chiedendomi se capirà che il mio silenzio nasconde una gratitudine immensa. In camera mi libero degli abiti termici e mi metto a letto. Ma non voglio addormentarmi, perché temo che così facendo il mattino dopo crederò di aver sognato tutto.

Foto di copertina: Sørøya, Norvegia, di Torbein Rønning

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