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Etnicità 15: Giurisdizione e cittadinanza tribale negli USA

Creato il 12 gennaio 2014 da Davide

Le questioni di giurisdizione stanno al cuore della sovranità tribale degli USA; la giurisdizione geografica tribale comprende in generale quello che è chiamato «Indian country», la terra dentro la riserva e la terra fuori della riserva posseduta da membri tribali o dalla tribù e tenuta in amministrazione fiduciaria dal governo federale. Una questione irrisolta è fino a che punto le tribù possono far rispettare le loro leggi su terra posseduta da non indiani all’interno della riserva. Molte tribù hanno approvato ordinanze di piano regolatore per terra posseduta da non indiani dentro la riserva e questi ne hanno contestato il diritto.
Secondo la legislazione federale americana qualsiasi persona nata negli USA è cittadino americano e solo i cittadini americani possono votare. Prevale nella concezione americana il cosiddetto “diritto del suolo”. Anche le tribù possono decidere in materia di cittadinanza e in generale lo fanno secondo uno di questi criteri o una loro combinazione: discendenza, residenza, quantum di sangue o nascita da una madre o un padre iscritto ai ruoli tribali. I Cherokee dell’Oklahoma, per esempio, sottolineano il criterio della discendenza: qualunque individuo che discende da persone nella lista dei ruoli della Commissione Dawes del 1906 ha diritto alla cittadinanza. Questo significa che al suo interno vi sono individui con una percentuale infima di sangue indiano, come il famoso attore Will Rogers, elementi di altre tribù come gli Shawnee e i Delaware, anch’essi pieni di donne e ragazzi bianchi adottati durante le guerre indiane, oppure i discendenti degli ex schiavi neri adottati dalla tribù dopo la Guerra di Secessione. Contemporaneamente vi sono molti appartenenti alla “gente delle colline”, che fuggirono per evitare la divisione delle terre e che vivono un’esistenza separata molto tradizionale: paradossalmente essi non sono riconosciuti come Cherokee dalla legge federale e sono fuori dai ruoli tribali con annessi benefici. Oggi la denominazione ‘cherokee’, peraltro, è sinonimo di indianità molto sospetta all’interno del movimento nazionalista, che basa i suoi discorsi su un forte peso del fattore biologico del «sangue» più che sulla cultura.
I Tohono O’Odham o Papago definiscono l’appartenenza tribale in base alla residenza: tutti i figli nati da membri che risiedono in riserva diventano cittadini tribali. Questo naturalmente provoca dei problemi per chi va a cercare un lavoro fuori della riserva.
Molte tribù definiscono i propri membri in base al quantum di sangue: la tribù Unitah-Ouray degli Ute dello Utah richiede metà sangue indiano; la banda Fort McDermitt dei Paiute e Shoshoni vuole un quarto di sangue Paiute-shoshoni, mentre la banda dei Citizen Potawatomi si accontenta di un ottavo di sangue. Altre tribù tracciano il diritto di cittadinanza secondo la discendenza paterna o materna. I Santa Clara Pueblo restringono la cittadinanza alla discendenza da un padre membro, mentre gli Onondaga e i Seneca la restringono alla discendenza materna. Il famoso antropologo Arthur Parker non poteva definirsi seneca perché era di padre seneca e madre bianca. Molte tribù proibiscono l’appartenenza a due tribù, ma varie costituzioni tribali accettano l’adozione o la naturalizzazione di persone che non soddisfano i requisiti.
Il diritto delle tribù a definire i criteri di cittadinanza è stato riaffermato dalla Corte Suprema nel caso Martinez v. Santa Clara Pueblo del 1978, in seguito alla causa intentata da Julia Martinez e sua figlia. Secondo la legge tribale del Pueblo Santa Clara solo i figli dei membri tribali maschili che sposano non membri possono avere la cittadinanza, mentre le femmine ne sono escluse. La figlia di Julia Martinez, membro del Pueblo Santa Clara che aveva sposato un navajo, era perciò esclusa dalla cittadinanza tribale. La madre fece causa alla tribù sostenendo che il Pueblo violava i diritti di sua figlia a uguale protezione per il Civil Rights Act, mentre la tribù sostenne che la differenza era basata culturalmente, perché la società del Pueblo è patriarcale e, soprattutto, perché il criterio di appartenenza alla tribù spetta alla tribù stessa e non al governo federale. La Corte Suprema fu d’accordo con la tribù, sostenendo che l’Indian Civil Rights Act protegge i diritti civili degli individui da azioni ingiuste dei governi tribali, ma che il suo scopo preminente è la promozione dell’autodeterminazione e l’autogoverno tribale. Permettere al governo federale l’applicazione degli standard della cultura dominante costituirebbe un danno allo status della tribù come «entità culturalmente e politicamente distinta». L’Indian Civil Rights Act autorizza il ricorso a tribunali federali solo in caso di violazione dell’habeas corpus, mentre le altre questioni, comprese dispute su elezioni e cittadinanza spettano ai tribunali tribali. Dato che i Navajo sono una tribù matrilineare, la figlia di Julia Martinez non può essere neppure una navajo e perciò si trova ad essere, pur essendo “puro sangue” da entrambi i rami della famiglia, a non essere un’indiana riconosciuta federalmente!
Con umorismo amaro Steven E. Feraca (1990:23) ricorda un gustoso episodio della vita all’Ufficio Affari indiani, dove egli ha lavorato tutta la vita e di cui racconta le memorie dall’interno in modo poco politically correct:

«”Louie non vuole più che si faccia riferimento a lui come mohawk-sioux. Dice che dovrebbe essere sioux-mohawk”. Così annunciò l’Addetto alle Informazioni al Pubblico, con un largo sorriso malizioso, a proposito del defunto Louis R. Bruce, il Commissario nuovo di zecca nominato da Nixon. Sua madre era una oglala sioux e suo padre era membro della Banda Mohawk di St. Regis situata sul confine internazionale nello Stato di New York, con la loro controparte canadese letteralmente sopra di loro. La Tribù Oglala Sioux, una delle potenzialmente più grandi del paese, non aveva un ruolo tribale ufficiale approvato dal tempo del censimento della Riserva di Pine Ridge del 1935, che doveva contenere i nomi dei Soux che vi “appartenevano” o che erano residenti là. Bruce non aveva mai abitato a Pine Ridge; sua madre non vi abitava dal 1935, ma abbastanza di sicuro il suo nome era incluso nel censimento. Il suo desiderio di rovesciare i nomi tribali della sua ascendenza era suggerito dalla credenza acquisita da poco che tutte le tribù delle Sei Nazioni o Confederazione Irochese di New York basassero la loro appartenenza sulla meterlinearità. Dato che sua madre era sioux, ragionava Bruce, i sioux dovevano avere la precedenza nella sua identificazione. Quello che Mr. Bruce non sapeva era che i mohawk di St. Regis, anche se la storia precedente come insediamento cattolico francese è troppo complessa per essere discussa qui, si erano presto separati dalle Sei Nazioni e col tempo avevano adottato una base patrilineare per la propria appartenenza seguendo l’uso europeo. Egli era, almeno fin dall’infanzia, iscritto come membro di St. Regis».

Questa storia istruttiva ci fa capire la differenza che esiste tra base biologica, il sangue, e base culturale. Bruce, Commissario agli Affari Indiani, era un “sangue puro”, anche se i genitori non appartenevano alla stessa tribù, solo della stessa «razza» e non aveva la minima idea delle tradizioni delle tribù con cui aveva rapporti di parentela. Era, come afferma Feraca, un tipico indiano delle scuole da cui il BIA (Bureau of Indian Affairs, dipartimento degli Affari Indiani dipendente dal ministero degli Interni)  trae la maggior parte dei suoi impiegati di alto livello e un tipico esponente, come si può constatare, di quel meticciato culturale che va sotto il nome di panindianesimo, che è prodigo di quelle che in gergo antropologico vengono chiamate «tradizioni istantanee» e che corrispondono alle ‘tradizioni inventat’e di Hobsbawm. E’ da questo genere di personale che trae origine e linfa gran parte del nazionalismo indiano.
Bruce, nella sua insipienza, è stato importante nella sua azione di Commissario: il governo federale, che fino ad allora aveva considerato la riserva degli “indiani di St. Regis” come una riserva statale e perciò non idonea a ricevere fondi federali, data la sua storia confusa di colonia cattolica di origine canadese e la mescolanza razziale e tribale dei suoi componenti, cominciò a cambiare idea, dato che il Commissario Bruce, che aveva scoperto di essere in parte mohawk e di avere parenti che erano Trustees del governo elettivo, nel più perfetto stile nepotista caratteristico del Bureau e della dirigenza tribale, riconobbe St. Regis adatto a ricevere certi fondi federali. Così gli “indiani di St. Regis” diventarono all’improvviso i Mohawk di Akwesasne, ottennero vari privilegi federali e soprattutto soldi a pioggia che, probabilmente furono all’origine dell’esasperato fazionalismo successivo, in quanto la fazione “tradizionale” della Longhouse, sfidò la fazione elettiva dei Trustees cattolici che avevano un santo in cielo così importante, per poter gestire i finanziamenti federali. Nel 1972 nasce l’organo della fazione “tradizionalista” Akwesasne Notes, rivista portavoce ufficiale della ‘Nazione Mohawk’, il cui primo direttore è un bianco, Gerald Thomas Gambill, detto Rarihokvats, che resta fino al 1978, quando la redazione lo contesta e se ne va. In questo periodo, però la rivista, da giornaletto di paese, era diventata uno dei più importanti giornali del movimento indiano nazionale, letta soprattutto all’estero. Ora la rivista è defunta, in seguito alla spaccatura della fazione tradizionalista durante la cosiddetta ‘guerra dei casinò’, una guerra civile interna a varie riserve Irochesi.

Feraca, Stephen E. Why Don’t They Give Them Guns?: The Great American Indian Myth. Lanham: University Press of America.  1990.


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