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Festival Internazionale del Film di Roma: “Take Five” di Guido Lombardi (In Concorso)

Creato il 16 novembre 2013 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

Festival Internazionale del Film di Roma: “Take Five” di Guido Lombardi (In Concorso)


Anno: 2013

Durata: 100′

Genere: Drammatico

Nazionalità: Italia

Regia: Guido Lombardi

«Il bello del jazz è che puoi prendere

un tema di Bach e improvvisare.

Non importa da dove viene quel tema;

il modo in cui lo elabori diventa jazz».

Dave Brubeck

Un film falsamente dispari

Il giovane regista Guido Lombardi e l’attore-produttore Gaetano di Vaio avevano fra le mani un materiale davvero interessante. Un classico del Jazz, come Take Five e la sua metrica in 5/4 nell’ispirazione (titolo della pellicola). 5 assoli esistenziali (incarnati in attori altrettanto irregolari nelle vicissitudini private): un idraulico con il vizio del gioco (Carmine Paternoster), un ricettatore (Gaetano di Vaio), un malavitoso leggendario vittima della depressione (Peppe Lanzetta), un pugile squalificato a vita (Salvatore Ruocco), un fotografo di matrimoni, ex rapinatore, ex infartato, in attesa di un trapianto (Salvatore Striano). Il ritmo irregolare di una Napoli,  anima ‘jazz’ per eccellenza nel DNA di atmosfere che la contengono. La voglia di giocare con gli archetipi del film di genere, decontestualizzandoli in una società e contemporaneità dove domina la solitudine e la depressione. Dove si combatte a tutti i costi un anonimato che marchia il fallimento, in cui i soldi, il successo, la fama sono le uniche forme di riscatto. In più, un premio con Là-bas – Educazione criminale (opera prima),  Leone del Futuro che Guido Lombardi aveva incassato lo scorso anno. Tutta l’energia, lo stimolo per spezzare o quanto meno lavorare ai fianchi un cinema italiano che ha tanto tanto bisogno di occhi nuovi, racconti nuovi…. Di ‘ritmi dispari’.

Carmine si ritrova nel caveau di una banca, per riparare una perdita della rete fognaria, e matura l’idea di estinguere i propri debiti di gioco progettando una rapina… Gaetano la raccoglie con entusiasmo (volendo liberarsi della caverna-parcheggio in cui lavora in cerca di luce, colori… Brasile), aggregando gli altri personaggi dentro un gruppo che non sarà mai tale. E che comincerà a sfaldarsi quando il loro punto di tenuta (Gaetano) non farà ritorno dopo il colpo, corrompendosi e ingarbugliandosi nell’ingresso della camorra, fino all’implosione ultima e alla casuale vittoria dell’innocenza. Non c’è un ritmo dispari ed autentico in Take Five, né un’identità propria. Non un’altra forma, non un altro sguardo che assorba e si emancipi stilisticamente e narrativamente dal materiale ispiratore. Il movimento di macchina rende un antidinamismo che neppure può essere definito la speculare reazione al genere-ri da cui il regista prende le mosse. E’ semplicemente una prevedibilità visiva, anche nella caratterizzazione emotiva (accentuato da un musica di richiamo di generi, ma senza una vita propria): esattamente tutto quello che ci si aspetta, c’è in questo film. Un grammatica filmica senza la minima sorpresa. Quanto al racconto in sé, il ritmo irregolare di questo gruppo, le differenti personalità e la vicenda della distruzione del grande sogno di riscatto collettivo ed individuale, vanno di pari passo con l’occhio. Non si respira una forza narrativa capace di trascinare questo modello da un’altra parte, né si coglie un’altra Napoli che non sia quella macchiettistica, sia nel luogo  ma specie nelle caratterizzazioni attoriali.

Peppe Lanzetta carica al massimo una napoletanità verbale e gergale, irritante perché plastica (è una napoletana che lo sta scrivendo). L’unico attore che riesce a recuperare autenticità e quella misura di naturalismo ambientale alla sua recitazione e al suo personaggio è Salvatore Ruocco, il giovane ex pugile:  il più sensibile e umano del gruppo, il meno alienato dei cinque, ancora acerbo nella disillusione. Anche Salvatore Striano indossa un ruolo che non riesce a vestire bene, che pare non sentire completamente (indirettamente, sembra rivelarci l’artificiosità di una costruzione umana neppure di genere). I dialoghi manifestano ciò che si sa già, su una storia già scritta e già vista… Aggiungiamo il femminiello, sempre estremizzato nel ruolo di oca giuliva, la modella nordica (e il rapporto Nord-Sud anche quello caratterizzato in modo stereotipato e senza originalità, nemmeno tentata in un paradosso),  e le maschere di Pulcinella messe in volto ai rapinatori. Messe in volto e basta. Non meritate, nell’evoluzione della storia… Insomma, Guido Lombardi è clamorosamente inciampato. Spero che si rialzerà con il prossimo lavoro, e che possa più propriamente emanciparsi dentro un cinema completamente libero ed esplorativo sia nell’occhio che nel racconto.

Maria Cera


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