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Fisco: i soldi recuperati siano restituiti, pari pari, ai contribuenti.

Creato il 09 febbraio 2012 da Goodmorningumbria @goodmrnngumbria

La pressione fiscale è troppo alta. Se volessimo reagire alla recessione in corso dovrebbe scendere. Siccome non è aria e, anzi, spira un vento fetido, che sollecita vendetta fiscale, faccio una proposta: per evitare che cresca, per lasciarla almeno ferma al suo attuale peso insopportabile, ogni tallero raccolto dall’evasione sia restituito ai cittadini che pagano le tasse. Attenti: non assegnato alla spesa pubblica, non destinato ai derelitti e agli afflitti, che tali sono tutte le persone oneste, ma riconsegnato direttamente a chi ha sempre pagato, di modo che il maggior gettito non si traduca in più tasse per tutti. Si otterrebbero due risultati:

a) si eviterebbe che la lotta all’evasione sia dominata dalla voglia di far cassa, il che distrugge il diritto e l’economia;

b) ricevendo ciascuno di essi quota parte del raccolto avrà concreta contezza di quante minchionerie si proclamano in materia.

Vedo che Barak Obama si propone di portare al 30% le tasse per chi guadagna più di un milione di dollari, assicurando che nessun aumento è previsto per i redditi fino a 250mila. Lo attaccano perché troppo esoso. Io ci metterei la firma, traverserei l’Atlantico a nuoto: dalle nostre parti i suoi aumenti significherebbero un dimezzamento delle tasse. Il che si traduce in uno svantaggio per tutti gli italiani, sia cittadini che imprese. Infatti, anche durante la crisi, loro crescono e noi recediamo. Mettiamocelo in testa: più tasse non è uguale a più giustizia sociale, ma a più recessione. Qui, invece, va di moda il moralismo, per sostenere il quale si sobilla la rabbia e si sollecita la vendetta. Salvo accorgersi, però, che ci si vendica contro sé stessi. I rapporti della Guardia di Finanza divengono occasioni per sbraitare contro i “supertruffatori”, quelli che “rubano” alla collettività. Poi leggi con più attenzione e ci trovi l’ovvio: fra gli evasori ci sono tanti lavoratori dipendenti, che pagano alla fonte, ma non dichiarano altri introiti. La caccia, quindi, è aperta sia sul pianerottolo che in ufficio. Naturalmente si devono trovare le complicità e le coperture politiche. Dice Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate: l’evasione, per anni, non è stata combattuta. Si trova in quel posto dal 2008, prima, dal 2006, era alla guida di Equitalia, dopo essere stato ispettore tributario, al Secit, già dal 1995, facendo rapida carriera. Quali anni? Ma ha ragione, l’evasione la si è tollerata. Magari, ecco, non è a noi che deve dirlo. Posto ciò, non mi piace l’ipocrisia: le tasse vanno pagate, ma se si pagano al livello cui sono arrivate escono dal mercato vagonate d’aziende e finiscono in miseria eserciti di famiglie. A quel punto che si fa? Vedo che il governo è corso a dire che si farà lo sconto sui pedaggi, per i Tir. Ai pescatori s’assicura attenzione. In questo modo ci sarà la fila di quelli che vanno fuori dal Parlamento a sfasciare tutto, come di quelli che bloccheranno strade e ferrovie per farsi valere. Occhio, perché indurre l’impressione che l’arma fiscale ripiani i torti e l’arma della protesta irregolare conquista privilegi è come chiamare tutti alla violenza. I mezzi di comunicazione alimentano la rabbia cieca, pubblicando acriticamente la radiografia degli evasori. Sono gli stessi mezzi che divennero mattinali di procura.

Un po’ perché ignoranti, un po’ perché fascistelli, un po’ per prudenza autoprottetiva (e della proprietà) fanno sempre confusione fra l’accusa e la giustizia.  Solo che non sono evasori, sono vittime del giustizialismo fiscale. Apprendo che a Luca Laurenti sono stati sequestrati degli appartamenti, per evasione fiscale. Ben gli stà, disgraziato supertruffatore, ladro ai danni altrui. Poi leggi sotto e scopri che aveva fatto ricorso nel 2007. Si attende ancora il secondo grado, quindi il ricorso è pendente, ma la sua foto finisce a corredo dell’infamia. Infame, invece, è uno Stato che persegue e punisce chi osa rivolgersi al giudice. Agisce così la mafia, non uno stato di diritto. Da ultimo è giunto il Vaticano, che dopo anni di reclamata esenzione fiscale proclama essere peccato il non dichiarare tutto al fisco. A me dispiace per Enrico De Pedis, devoto assassino della Magliana, seppellito nella basilica di Sant’Apollinare per le montagne di denaro sporco che diede ai tonacati. Ma se lo merita: da quando gli hanno sparato non versa più. La via dello sviluppo passa dall’abbattimento del debito pubblico mediante dismissioni (abbiamo qui fatto precise proposte) e dalla diminuzione delle tasse. Le altre strade portano all’impoverimento collettivo. Siccome la via maestra non la si vuole imboccare, e siccome il ragionamento che svolgo non voglio sia un alibi per gli evasori fiscali, ribadisco quanto detto: i soldi recuperati in quel modo siano restituiti, pari pari, ai contribuenti.

Davide Giacalone

 



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