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Forbidden Love. (Ovvero insensate disquisizioni a proposito di Tolstoj, Andrea Sperelli e Frou Frou).

Creato il 19 aprile 2013 da Missbailing
Pubblicato il 19 aprile 2013 da bailing

ak16[ndr. Questo post doveva essere la più classica recensione cinematografica in cui vi avrei raccontato di come ho adorato Anna Karenina, di come i costumi fossero da urlo ed altre frivolezze del genere... e invece mi è un attimino sfuggito di mano.
Se avrete la pazienza di arrivare fino in fondo capirete il perché del titolo e di tante (troppe) parentesi tonde e quadre].

Finalmente ce l’abbiamo fatta: io e la mia amica P., dopo varie disavventure che non sto qui a narrarvi (vi basti sapere che i Cinema di Provincia sono il Male Assoluto), siamo finalmente riuscite a vedere Anna Karenina.

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Lo sapete che amo Keira e che adoro i film in costume e quindi potete benissimo immaginare come questo mi abbia fatta sospirare ed agitare sulla mia poltroncina dall’inizio alla fine.
Peccato che verso la fine, come vedremo tra poco, fossero tutt’altro che sospiri di felicità e che io abbia finito per covare un orribile risentimento verso Tolstoj che fino a 10 giorni fa mi stava pure simpatico, soprattutto grazie all’Eleganza del Riccio.
Ma andiamo per ordine.
Temevo che l’espediente di Joe Wright di girare il film sul palcoscenico di un vecchio teatro mi avrebbe mortalmente delusa e invece è stato l’esatto contrario: le scene iniziali, con le quinte che scorrono e le ambientazioni che cambiano repentinamente, sono a dir poco geniali.

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Il film è incantevole: grandioso, drammatico e struggente come il più classico dei balletti russi.
Avete mai assistito ad una messa in scena del Lago dei Cigni di quelle classiche, con le coreografie di Petipa (non le rivisitazioni moderne à la Matthew Bourne… vade retro)?!
Voilà: è esattamente la stessa emozione che ho provato davanti ai costumi, alle scenografie e alle coreografie (ebbene sì: gli attori si muovono sul palcoscenico come un corpo di ballo) di Anna Karenina.

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Insomma la perfezione se non fosse per il piccolo dettaglio sottolineato da Natalia Aspesi di Repubblica: come caspita è possibile che Anna preferisca a Karenin-aka-Jude-Law un conte Vronsky che (a voler essere gentili) è la copia sputata di Gene Wilder?!
Ma de gustibus non est disputandum e non è certo questo il dettaglio che mi ha amareggiato la tanto agognata visione!

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Cos’è successo quindi per urtare con tanta veemenza la mia suscettibilità?!?
Amiche e lettrici vi lancio un appello drammatico.
Lo sapete che io i film li vedo sempre in ritardo perché in Provincia escono solo i cine-panettoni e i c.d. “film coi botti” quindi d’ora in avanti, ogni volta che vedrete un film in cui ci sono cavalli che fanno una brutta fine (o anche solo cavalli che attraversano per puro caso la scena, così con nonchalance), vi prego di mandarmi un tweet o una email o un what’s app con su scritto “NON andare a vedere quel film”.
Perché poi io ci rimango non solo male, ma malissimo, se un cavallo fa una finaccia!
Specialmente se non sono preparata.

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E siccome (faccio mea culpa) il romanzo di Tolstoj non l’ho letto, non avevo la più pallida idea dell’esistenza di Frou Frou.
E quando è comparsa in scena, bianca come madreperla su fondo nero, con la sua criniera di seta e il suo dolce muso di velluto, sono quasi morta sopraffatta da un brutto presentimento: mi sono subito ricordata di come Dostoevskij avesse fatto morire un cavallo più o meno a pagina 10 del suo Delitto e Castigo, facendomi mettere una croce sopra a tutti gli autori russi fin dai 13 anni d’età.
E naturalmente manco avevo finito di fare questo pensiero e di strattonare il braccio della mia amica P. bofonchiando cose senza senso, che il buon Joe Wright provvedeva già a far morire Frou Frou con una scena che definire straziante è un eufemismo.

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Ora siamo tutti perfettamente d’accordo che si tratta della più classica delle metafore (il damerino Vronsky, da bravo maschio egocentrico e superficiale, distrugge tutto quello che ama. Donne o cavalli che siano) ma dopo quella scena io il film ho smesso di godermelo! Ed ero così indispettita ed inacidita che, oltre a mettere in croce per tutto il tempo la mia povera amica P., ho cominciato pure a detestare Anna e tutte le sue bizze.
Così quando la nostra eroina, avvolta in metri e metri di seta color rosso cupo, ha fatto la fine che noi tutti sappiamo io me ne sono uscita con un laconico: “Bon, peggio per lei!”

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Comunque, fisime a parte, posso dirvi che se non avete una particolare predilezione per i cavalli vivi (visto? Sono passati 10 giorni e ancora non riesco a parlarne senza risultare acida), il film è bellissimo e che comunque alla fine non è colpa di Joe Wright, ma di Tolstoj.
[Che tra l'altro nel suo romanzo dimostra chiaramente di avere una conoscenza dell'anatomia equina che sfiora il ridicolo.
Caro Lev che un cavallo possa morire con la schiena spezzata a causa di una carrozza* del cavaliere rasenta il fantascientifico!
*Dicesi carrozza nel salto ostacoli il ritardo del cavaliere nel sollevarsi dalla sella al momento del salto, con conseguente impatto tra il suo deretano e la groppa del cavallo.

E te lo assicura una che, durante la sua carriera agonistica, di carrozze è stata una discreta esperta.]

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Fine del discorso? Eh, no!
Perché una volta tornata a casa, rimuginando ancora sul romanzo di Tolstoj (che non ho letto e a questo punto dubito leggerò), ad un certo punto ho avuto una folgorazione: Anna Karenina assomiglia in maniera inquietante ad uno dei miei romanzi preferiti di sempre: “Il Piacere” del mio amato D’Annunzio.
C’è il damerino superficiale (il molto sexy Andrea Sperelli), ci sono gli amori proibiti e disgraziati, ci sono le convenzioni, l’edonismo e la decadenza e ci sono naturalmente le corse dei cavalli.
Ma Gabriele si guarda bene dal far morire il prode Miching Mallecho!
Lui e Sperelli cadono, con gran disperazione delle dame presenti, ma si rialzano ILLESI… capito Lev?!?

Eh… abbiate pazienza amiche: e dire che quando ho iniziato a scrivere questo post volevo parlarvi dei costumi del film!

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