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Galatone 1745: un fatto di tortura, prigionia e fuga

Creato il 28 febbraio 2013 da Cultura Salentina

Galatone 1745: un fatto di tortura, prigionia e fuga

28 febbraio 2013 di Redazione

di Riccardo Viganò

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Che nel ‘700, secolo dei Lumi di Voltaire e di Cesare Beccaria, è risaputo che le pene fossero a volte sproporzionate rispetto al reato commesso – ammesso che questo fosse stato realmente compiuto - sfiorando volutamente l’errore giudiziario. Noto è, inoltre, l’utilizzo legale di metodi torturativi di tipo fisico e psicologico operati da personaggi specializzati, come i cosiddetti Ministri di Giustizia o dai famigli delle corti locali, atti a strappare all’accusato una confessione che il più delle volte, proprio per svincolarsi dalla crudeltà del supplizio, oltre che forzata poteva rivelarsi anche falsa. Tuttavia le confessioni, cosi estorte, erano a volte utilizzate per danneggiare personaggi pubblici scomodi ai feudatari locali così come la storia che segue, dimostra.

Il fatto è accaduto ventuno anni prima della pubblicazione de “Dei delitti e delle pene” (1764) di Cesare Beccaria ed è contenuto, in forma di dichiarazione, in un atto  rogato nell’ottobre del 1745 dal notaio neretino Trotta Nicola.  I protagonisti della storia furono tal Nicola Musca e Teobaldo Cleopazzo,  ambedue dimoranti in terra di Galatone,  i quali furono fermati  dai famigli della corte marchesale galatonese in quanto ritenuti “persone informate dei fatti” inerenti «[…] alla fuga del carcerato Marco Longo dalle carceri criminali  della medesima, nelle quali era detenuto per causa di stupro» che, secondo l’accusa, presumeva anche il favoreggiamento di una seconda persona identificata come don Michele Megha. In questo documento i due dichiaranti descrivono minuziosamente l’interrogatorio sostenuto, le angherie e le torture sopportate e operate dagli stessi famigli. I due malcapitati, inoltre, parlano del diretto interesse che ebbe la marchesa di Galatone, tramite terzi, per far confessare forzosamente i due malcapitati circa il coinvolgimento dell’anzidetto Megha e la loro conseguente detenzione di sette mesi nel carcere criminale – al tempo ricavato all’interno dello stesso palazzo marchesale di Galatone – dal quale i due riuscirono ad evadere dopo una rocambolesca, quanto fortuita, fuga. Il documento che segue è conservato presso l’Archivio di Stato di Lecce:

Costituiti personalmente avanti di Noi in detto pubblico Nicola Musca , Figlio D’Oronzo Musca, e Teobaldo Cleopazzo delle Terra di Galatone, al presente in questa Città di Nardò, li quali spontes et no via dolosa ma in ogni altra miglior via  hanno dichiarato, E attestato, con giuramento tutta la verità del fatto dichiarano , et attestano che richiesti  qualunque che nelli mesi passati furono catturati da famigli della corte di detta terra di Galatone, e condotti nelle case nominate del avvocato , dove abbitava il Magnifico Michel Angelo  Presta,  riferivano dell’udienza di Lecce, portato apposta dalli ministri della Signora Principessa di Belmonte ubi la padrona di detta terra, per prendere informazione intorno alla fuga del carcerato Marco Longo dalle carceri criminali  della medesima, nelle quali era detenuto per causa di stupro, come ingravidazione  subita da Maria Ventura di detta terra, et espendono li suddetti dichiaranti condotti nelle case del suddetto scrivano , e il magnifico Governatore  di detta terra D. Pietro Gaetani, furono interrogati della fuga di detti Marco, e se sapessero chi avesse assistito, e cooperato in detta fuga, alchè li suddetti costituendi risposero di non saper nulla , come infatti non sapevano cosa alcuna, la qual cosa furono strettamente legati per le mani, e gli furono messi i ceppi nelli piedi con tanto loro incomodi, e dolore, che non potevano in  conto alcuno soffrire dal disagio,tanto più, che al detto Nicola attestato  noi carpivano li ceppi suoi, perché teneva le gambe grosse, li fecero entrare, e questi tormenti durarono per più giorni. Attestano similmente, come in tempo, che loro stevano  ditenuti  in dette case, furono condotti dalli famigli di detta corte, Donato de Prezzo , e Domenico  de Giorgio pure di detta terra  e furono ancora esaminati sopra la suddetta fuga  e se il Magnifico D. Michele Megha avesse cooperato di tal fatto cosa alcuna risposero di non saper niente,  per la qual causa il detto Domenico de Giorgio  fù percosso dal mentovato scrivano con due schiaffi a mano aperta ,  ed il Donato fu legato con una funicella  per le mani , e per le dita pollici di queste si fortemente che non potevano soffrire, dimodochè per il dolore eccessivo si addormentò, e la notte poi fu legato unitamente col suddetto Tebaldo Cleopazzo con manette di ferro una a una mano del detto Donato, e un’altra a una mano  di detto Tebaldo, e doppo il detto donato  fu trasportato unitamente colli suoi dichiaranti nelli criminali suoi, e ivi trattenuto per alcuni giorni quattro, e licenziato. E ritornati essi suddetti costituenti nelle carceri suddette Arcangelo Musca da giorni cinquanta circa ritenuto colli ceppi.

Attestano similmente, che li suddetti dichiaranti doppo sette mesi che stiesero carcerati rotto li ferri delli cancelli del carcere e rifugiatisi in chiesa, si portò da loro Sebastiano Gatto Familiare della casa della illustrissima signora Principessa  , a persuaderli,e sedurli che dovessero deponere, che il suddetto  Magnifico D .Michele Megha aveva assistito e cooperato nella fuga del suddetto Marco, perché se così avrebbero deposto, loro sariano liberi.

Attestano similmente il detto Nicola, che prima che fusse da detta corte carcerato, fu chiamato sopra al Palazzo Marchesale Di detta terra da D. Giulio Orlando ministro, e avvocato della detta signora Principessa, e dal Magnifico Pasquale nuovo credenziero della medesima; e gli disero che doveva deponere; che il suddetto Magnifico D. Michele Megha aveva assistito e cooperato nella fuga del detto Marco dal criminale suddetto, altrimenti sarebbe male per lui. Ma perché il detto Nicola di tal fatto  non ne sapeva niente  in coscienza, non dopo avea deponere, come infatti non lo depose  e non si curò di andar carcerato, purchè non depose il fatto.

(Asl, Protocolli notarili 66/22 notaio Trotta Nicola, anno 1745, cc 105, 106)

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