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Get Out (2017)

Creato il 19 maggio 2017 da Silente
Dalla mente di un comico, un horror teso come pochi. Con una potente analisi del razzismo e dei suoi derivati                                                                            Get Out (2017)Jordan Peele è un comico e non c’è un momento, nonostante l’aspetto posato e inquietante di Get Out, in cui cerchi di nascondere, o anche solo camuffare, la sua vera natura. La spalla del protagonista è una calamita umana di ironia tragicomica, un trionfo di battute sceme, rabbia sboccata e ragionamenti limitati che si ritorcono sempre su sé stessi. È un aspetto spiazzante del film, soprattutto in una scena ben precisa, ed è pertanto meraviglioso scoprire la versatilità di alcuni autori, perché Peele non solo scrive e dirige uno degli horror giustamente più chiacchierati del momento, ma è riuscito a scansare la trappola della facile farcitura umoristica per favorire una storia seria e rigorosa che forse non era così facile aspettarsi.Come sempre accade in queste occasioni, le enormi aspettative vengono inevitabilmente ridimensionate durante la visione, e bisogna dire che in questa pur ottima prima metà del 2017 manca ancora quel prodotto che possa staccarsi mettendo tutti d’accordo, un po’ come successo negli anni scorsi per It follows e The VVitch. Ma sebbene approccino la materia con metodi lontanissimi tra loro, il discorso è simile a quello affrontato per The Void, e la realtà dei fatti è in fondo così piacevole che nonostante certi limiti, forse anche involontariamente autoimpostiti, Get Outè un ottimo contributo alla causa e addirittura un bel richiamo a certe esplorazioni del fantastico che si spingono gradevolmente oltre a quello che possa aver prodotto la Blumhouse in tempi recenti.
Forse non serve nemmeno dire che Get Out è un horror sociale, è uno di quegli aspetti spinti dalla promozione che arrivano ben prima del film stesso, con tutto il loro carico di interrogativi. E a visione conclusa è forse facile realizzare che questo studio del razzismo è così marcato e imponente che potrebbe svalutare la potenza della pellicola, ma qui siamo in Italia e può essere magari semplice analizzare una piaga che negli States non ha modo di essere curata. Comportamenti barbari, ignoranza e negazione del problema sono vere e proprie prese di posizioni ahimè universali, e se si vuole incentivare una discussione spesso può essere preferibile un approccio molto più basilare, un abc che rinfreschi le idee e riporti un po’ di attenzione. Quindi non mi dispiace che il modo in cui Peele insiste sull’argomento sia, nell’economia strettamente di genere del suo lavoro, anche così esagerata, perché è nella continua provocazione che può trasmettere una sincerità e una personalità utili a catturare il pubblico più distratto, sollevando un facile polverone, piuttosto che limitarsi a un’audience più ristretta e meticolosa che, sì, possa annuire alla questione trattata e riconoscere il valore del film, senza però rientrare in un obiettivo sociale indiscutibile.  Get Out (2017)

Non so bene come pormi, il film mi è piaciuto molto ed è indubbio che Peele abbia svolto un buon lavoro di costruzione psicologica e ansiosa ma, dal momento in cui l’afroamericano Chris conosce la famiglia della bianchissima fidanzata Rose, non c’è un secondo in cui la questione razziale non venga marcata, rimarcata, evidenziata, calcata, ripetuta, ribadita, confermata, rinforzata, sbattuta in faccia con un’evidenza che un altro autore avrebbe probabilmente potuto tradurre in una noiosa e banale constatazione dei fatti, ma va detto che Peele struttura un bel gioco di tensione secondo i crismi essenziali del cinema horror.Sguardi sospetti, comportamenti incomprensibili, discorsi che lasciano presagire realtà ben più terribili di quelle mostrate sono le armi necessarie per un’essenziale approccio colmo di disagio alla società chiusa che prende di mira l’estraneo con cui viene in contatto. Ogni cosa rispetta il meccanismo della paranoia con una notevole progressione di ansie e volute incongruenze, ma se si poteva essere più sottili, diluendo il rapido addentrarsi nella mitologia razzista descritta, in fondo credo che questa scelta non comprometta eccessivamente l’immersione nella vicenda per due motivi.

Il primo è uno più semplice ma non meno importante, e riguarda in buona parte il bravissimo Daniel Kaluuya che da solo guida il film con la sua riservatezza e il suo ingoiare il veleno sparso nell’aria, spargendo occhiate perplesse ma rimanendo composto, educato, corretto, accumulando strati su strati di rabbia implosiva. Get Out è il suo show ma Kaluuya non ne è leader totalitario, il suo personaggio (o meglio, la sua interpretazione) non affronta il male perché non ne uscirebbe vincitore, lo schiva, ci passa attraverso, se lo lascia scivolare addosso. È raro vedere un approccio così contenuto a un tale ammasso di innocente quanto superba cattiveria.Il secondo punto è il vero obiettivo a cui forse mira Peele, e cioè il tremendo perbenismo borghese, che qui raggiunge dimensioni galattiche. La leggerezza dei toni e la vaporosità delle parole usati dai tanti personaggi incontrati da Chris sono un aspro specchio dell’inettitudine umana, e credo faccia più male il modo in cui la questione razziale viene da loro fuggita rispetto alla gravità del simbolismo stesso che edifica il film. È il non rendersi conto di ferire quello che accoltella, squarcia e lascia esanimi, e l’odissea di Chris è forse fatta più di badilate in faccia che di scoperte vere e proprie. Get Out (2017)
È difficile aggiungere qualcosa perché basta pochissimo per rivelare accenni che rovinerebbero la sorpresa. Che non è grande cosa, per carità, ma Peele ha condotto il film lungo una discreta traiettoria di ossessioni e alienazione, e non era facile mantenere una compostezza (sociale e non) con questa scelta narrativa. Lo aiuta un cast ben calato in uno scenario così scomodo, Allison Williams è trasparente e rassicurante nella giusta misura, mentre Catherine Keener e Bradley Withford somministrano piccole dosi di candida malizia senza mai dare troppo nell’occhio. Dispiace solo per un Caleb Landry Jones a malapena sfruttato, ingabbiato com’è in un personaggio grossomodo inutile, che avrebbe invece potuto contribuire alla stravaganza della pellicola. Il cinema horror (così come la comicità, non dimentichiamo la provenienza di Peele) è da sempre veicolo di un messaggio più profondo, ma è anche vero che un concetto, per distruggere tutto, andrebbe suggerito, insinuato sottopelle. Peele invece entra a gamba tesa e, be’, ha i suoi motivi per farlo, io sto con lui e spero che Get Out continui a riscuotere il successo che sta meritando.  Andate a vederlo.

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