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Giorgio Arlorio: quella stagione cinematografica da incorniciare

Creato il 10 maggio 2011 da Taxi Drivers @TaxiDriversRoma

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Giorgio Arlorio e Giovanni Berardi

Siamo al cospetto dello sceneggiatore Giorgio Arlorio. Ed è un piacere enorme ed un onore. Arlorio rappresenta oggi il miglior cinema italiano. C’è da rabbrividire a pensare a certi titoli della sua filmografia: il nostro pensiero, così alla rinfusa, corre, ad esempio, a Crimen, 1961, diretto da Mario Camerini, a Il giorno più corto, 1962, diretto da Sergio Corbucci, a Il padre di famiglia, 1967, diretto da Nanni Loy, a Queimada, 1969, diretto da Gillo Pontecorvo, a Zorro, 1975, diretto da Duccio Tessari, a Il soldato di ventura, 1976, diretto da Pasquale Festa Campanile, a La patata bollente, 1979, diretto da Steno, a Ogro, 1979, diretto da Gillo Pontecorvo.

E siamo solo alle considerazioni più estreme e generali. Quello in cui Arlorio ha lavorato era davvero un cinema italiano vitale, considerato in tutto il mondo proprio come una vera fabbrica dei sogni. Protagonista del cinema a trecentosessanta gradi, Arlorio è stato aiutoregista, poi montatore, regista di documentari, attore, prima di diventare uno sceneggiatore autorevole. E tra le sue prove di attore troviamo titoli come Sovversivi, 1967, di Paolo e Vittorio Taviani, La bambolona, 1969, di Franco Giraldi, Un silenzio particolare, 2004, di Stefano Rulli. E solo qualche settimana fa Arlorio  ha finito di interpretare se stesso nel docufilm di Mimmo Calopresti Anch’io sono stato comunista, 2011.

Ma la scelta di diventare sceneggiatore Giorgio Arlorio l’ha maturata dopo l’esperienza in moviola come operatore al montaggio, nel cinema degli anni sessanta. Dice Arlorio: “mi sono accorto che attaccando la pellicola in realtà io facevo un lavoro di estrema ricerca delle immagini, quello che ho sempre creduto necessario fare, soprattutto, per scrivere una radicale e profonda sceneggiatura”. Arlorio parla subito chiaro, ammette che la sceneggiatura non è mai un’opera definitiva e che il lavoro di sceneggiatore si può prestare, per questo, a decise insoddisfazioni.

Dice Arlorio: “la sceneggiatura deve contenere sicuramente un immaginario visivo, questo anzi deve esprimerlo fino in fondo, ma deve essere pronta e disponibile per la seconda scrittura che ne fa il regista con la macchina da presa. Lo sceneggiatore deve poi trovare le sue oneste motivazioni all’interno di questa situazione, che, ti assicuro, per me non ha nulla di diminutivo, di diminuente”. Va da sé che con questa convinzione sulla mansione dello sceneggiatore Arlorio non è mai rimasto scontento del lavoro poi operato dal regista sul suo copione. Dice Arlorio: “la cosa più importante per una sceneggiatura è senza dubbio l’inchiesta, la ricerca. Il mio dovere di sceneggiatore deve avere questi obiettivi di partenza”. Racconta che il film di StenoLa patata bollente, una commedia divertente in definitiva, è nato dopo una ricerca estenuante e meditatissima dentro il mondo operaio torinese, soprattutto nel mondo degli operai omosessuali, che ancora si nascondevano, e, in qualche maniera, vivevano ancora soffocati dal moralismo del partito comunista italiano. È molto soddisfatto Arlorio del film di Steno,  perchè riconosce ancora oggi che è un film giustissimo, fatto soprattutto al momento giusto. L’idea de La patata bollente è nata in Giorgio Arlorio assistendo ad una trasmissione televisiva del periodo, condotta dal giornalista scrittore Aprea, che trattava il tema della vecchiaia. Una lunga intervista ad un operaio omosessuale, comunista, già in pensione, lo colpì molto.

Dice Arlorio: “questo operaio raccontava la sua vita, la condizione della sua omosessualità, la difficoltà di una vita, perchè la verità è che che la sinistra, tanto  progressista in altre cose, sull’argomento omosessualità non era progredita affatto. Questa storia, ripeto, mi colpì molto, da lì è nato il soggetto per La patata bollente”. All’inizio il film era pensato per Nanni Loy, grande amico di Arlorio sin dai tempi della bellissima trasmissione televisiva Specchio Segreto e del grande film che fu Il padre di famiglia, sicuramente uno dei primi film, una vetta per la commedia all’italiana, in cui si affrontava un tema  (quasi incredibile all’epoca ma che poi la storia recente ha reso decisamente attuale)  come quello della corruzione di una certa cultura di sinistra, travolta dal boom economico. Il padre di famiglia era un film in cui Arlorio aveva lavorato appassionatamente, accumulando un trattamento di ben settecento pagine, ricco di materiali e di documentazioni storiche, una pre-sceneggiatura come non se ne fanno più, assolutamente congeniale e specifica in ogni dettaglio.

Tornando a La patata bollente Arlorio ci ha ricordato che il film fu preparato da Loy sulla scia di una sceneggiatura a due episodi (l’altro episodio era quello che poi sarebbe diventato un ulteriore film di Loy, Cafè express, scritto da Elvio Porta)  e che dovevano trattare il tema della diversità. Quello di Arlorio, come episodio, si chiamava all’origine Fa male mischiar, e Loy lo aveva preparato proprio autenticamente, in ambienti assolutamente reali, un grandissimo casamento a Sesto San Giovanni, i veri circoli operai, un reale festival dell’Unità. Poi il contrordine, il soggetto di cinquanta minuti doveva essere gonfiato, doveva diventare più commedia e doveva diventare soprattutto un film autonomo di cento minuti. A questo punto nasce la decisione di passare il progetto da Nanni Loy a Steno.

Dice Arlorio: “Steno era davvero una persona di valore, un uomo intelligentissimo e colto come pochi, ma doveva fare giustamente il suo cinema. Quindi nella sceneggiatura subentrò anche il figlio, lo sceneggiatore Enrico Vanzina, e questo per meglio  adattare i personaggi al loro tipo di cinema”. Infatti così trattato il film ebbe un tale successo che rilanciò definitivamente l’attore protagonista, Renato Pozzetto, che allora era reduce da alcuni insuccessi al botteghino. Infatti da  La patata bollente in poi Pozzetto dominò, si può dire completamente, tutta la commedia comica italiana degli anni ottanta.  Nanni Loy invece ripiegò sull’altro episodio, che diventò anche questo un film autonomo  ed importante: Cafè express, interpretato, con la maestria e la saggezza di sempre,  da Nino Manfredi.

Le linee guida della carriera di sceneggiatore di Arlorio, le linee che negli anni gli hanno consentito una robusta carriera, pensiamo siano quattro: il lavoro oscuro, continuato per due anni, alle dipendenze del produttore-distributore Goffredo Lombardo alla Titanus, dove Arlorio era chiamato a sistemare e ad intervenire per sanare sceneggiature di quella produzione popolare, che era il perno dell’industria del cinema negli anni cinquanta e sessanta, e che fece proprio la fortuna economica e culturale della Titanus, perchè grazie al grande successo ottenuto la Titanus è riuscita a mettere in cantiere progetti più ambiziosi: a questo proposito pensiamo a pellicole come Il Gattopardo, 1962, di Luchino Visconti, ed anche alle pellicole di esordio di Elio Petri ed Ermanno Olmi.  Arlorio racconta di essere intervenuto a rivedere film del genere almeno una ventina di volte, divertendosi, ed imparando, tra l’altro, moltissimo. Arlorio, sollecitato, cita per l’occasione i film di Sergio Corbucci, interpretati da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, come I figli del leopardo, 1964, e Il giorno più corto, 1965.  Poi c’è stato l’incontro, fatidico, con lo sceneggiatore Franco Solinas e, di conseguenza, il  grande cinema civile scritto per Gillo Pontecorvo, ed anche, nel frattempo, il grande percorso nel genere della commedia all’italiana, (Crimen, Il padre di famiglia, La patata bollente) ed, infine, l’idea, sempre serena, di non sottrarsi e di non stigmatizzare il grande cinema di genere (Zorro, Il soldato di ventura).

A questo punto, quasi chiamati in causa, confessiamo ad Arlorio quello che, ancora oggi, è un nostro vezzo: quello di amare spudoratamente il miglior cinema di genere degli anni sessanta e settanta. Spieghiamo che, senz’altro, ci aiuta in questo un fatto assolutamente generazionale: eravamo proprio bambini nel periodo di massimo furore del cinema di genere, proprio quando nei cinema impazzavano i migliori film western, i migliori thriller, i comici farseschi ed i musicarelli, i primi gialli impossibili di Bava e di Argento, i primi fantastici di Margheriti e tutta la serie peplum; poi con la commedia boccacesca e con il poliziottesco, con l’horror più splatter di Deodato, di Lenzi e di Fulci, eravamo già più uomini, ma ormai troppo sentimentalizzati nelle scelte cinematografiche. Questi sono, in fin dei conti, tutti film visti davvero con il cuore, anche per il solo piacere di stare al cinema, tra le sedie di legno e nella sala fumosa. Arlorio ricorda che anche Pontecorvo voleva moltissimo, all’epoca, girare un film western, girare finalmente per il grande pubblico, cosi come Giuseppe De Santis, ma poi la cosa non ebbe un seguito.

Spiega Arlorio che proprio  la sceneggiatura de Il mercenario, il film che è diventato in seguito un grande successo di Sergio Corbucci, in realtà era stata scritta per Pontecorvo, proprio da Arlorio e da Franco Solinas.. Poi il progetto, visti i mille dubbi che Pontecorvo aveva per la realizzazione, passò nelle mani abilissime di Corbucci, ed il primo trattamento di Arlorio e Solinas scivolò nelle mani dell’altrettanto abile sceneggiatore Luciano Vincenzoni, che ne aggiustò il tiro, lo modellò sulle tracce fornite ormai da Corbucci e nacque Il mercenario, un bellissimo western interpretato, tra l’altro, da Franco Nero, Toni Musante, Jack Palance e Giovanna Ralli.

Dice Arlorio: “Pontecorvo, che si autodefiniva un caca dubbi, non ebbe il coraggio di confondersi nel genere, anche se la sceneggiatura de Il mercenario, secondo il mio punto di vista, la avevamo trattata con il medesimo senso civile dei film precedenti del regista, quali Kapò e La battaglia di Algeri”. Poi aggiunge: “Gillo Pontecorvo è stato il regista italiano più ricercato dagli americani. Ma per questi suoi mille dubbi che affollavano la sua intelligenza di autore, alla fine non ha mai accettato nessuna proposta oltreoceano”. La rinuncia di Pontecorvo a realizzare Il mercenario porterà Arlorio e Solinas, proprio in tempi brevi a proporre un nuovo progetto, e scrivere quello che sarà, nel 1968, un capolavoro eterno per la filmografia di Gillo Pontecorvo (ed anche un manifesto importante per i giovani idealisti che cercavano forti testimonianze alle loro lotte), Queimada,  interpretato superbamente da Marlon Brando e Trevor Howard.

Dice Arlorio: “infatti con Queimada l’imperativo era di andare alle origini, anzi proprio alle radici sanguinose del colonialismo, di capire gli esiti imperialistici e neocolonialistici della presenza bianca nel terzo mondo”. Oggi Arlorio riconosce che, rispetto al passato, nel cinema italiano non esiste più quell’interscambiabilità di idee e di progetti che c’era tra gli sceneggiatori, tra i registi, i produttori, gli attori, e che questa tendenza era senz’altro una delle punte massime, e più felici, per l’autenticità del loro cinema, “oggi non si fa più bottega”, o, ancora,  “oggi non ci si guarda più negli occhi”, per usare le terminologie di Giorgio Arlorio. Ieri, racconta, c’era l’Osteria da Menghi, c’era anche la trattoria di Otello alla Concordia, tutti momenti extracinematografici in fondo, dove potersi incontrare e dove, in fin dei conti, nascevano i progetti, e non solo cinematografici. Perchè questa era una cultura di lavoro e per stare insieme, che avvicinava praticamente le varie arti, ed anche il giornalismo. Infatti tante inchieste giornalistiche, anzi le più scottanti, nascevano proprio in questi luoghi.  Dove possono avvenire, oggi, questi scambi culturali, queste comunanze di idee e di progetti, che eppure erano fondamentali per capire fino in fondo il percorso da compiere per riuscire a scrivere la parola fine ad un copione, sembra domandarsi Giorgio Arlorio, che ricorda:  “proprio da Otello alla Concordia, ci siamo incontrati per la prima volta, io, Pontecorvo e Franco Solinas”.  Come dire: chi poteva sapere che, da un semplicissimo incontro in trattoria, sarebbero poi nate opere che avrebbero caratterizzato il cinema italiano nel mondo. Noi non lo sappiamo se, nel cinema italiano di oggi, esiste ancora questa tendenza, questa radice, questa familiarità, questa cultura, proprio antropologica, per fare il cinema e per comunicare. Ma pensiamo proprio di no. Ma pensiamo anche che solo la strada rimane il percorso più autentico, deciso e poetico, per esprimersi attraverso l’arte e la cultura.

Giovanni Berardi


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