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Giovanni fontana …che digerisce l’anima

Creato il 24 marzo 2012 da Vsgaudio @vuessegaudio


GIOVANNI FONTANA …CHE DIGERISCE L’ANIMALamberto PignottiFONTANA …CHE DIGERISCE L’ANIMA
È un viaggio al termine del corpo, è un’Odissea allascoperta delle esteriorità e delle interiora anatomiche triturate da uncontesto globalizzato e omologato di ciò che ancora ha la parvenza umana, è un controcantoverbovisivo e sinestetico che richiama e intreccia i miti ulissiaci della tramadi Circe e del canto delle Sirene.“Circe canterellava con leggiadra voce / ed un’ampiatessea, lucida, fina, / meravigliosa, immortal tela…”. Si sa come va a finireper gl’incauti che abboccano agli inviti della seducente riccioluta maga, chese la bevono la pozione esiziale. Rinchiusi nel porcile con testa, corpo,setole e voce di maiale. La trama della maga può apparire concettualmentefinalizzata ad anticipare quella capricciosa performance oggi messa in atto dalcontesto socio-culturale.
Nell’abituale rapporto tra figura e sfondo, oggil’aggressivo sfondo sfonda la figura, la ben collaudata trama prorompe intrauma. I corpi, violentemente reali, oscenamente iperreali, rivelano che laloro struttura è in crisi: le loro malattie, le loro decomposizioni, il lorocoma vegetativo è presentato con macroscopica evidenza.“Ci sono corpi che non tornano. E qui i rifiuti. Restiingombranti. Troppo. Ormai. Troppi. E disperati. Placcati dall’ingiuria delmercato. Corpi di scarto. Oggetti. Con difetto di tempo. Rigetti. Ghetti… Direivolti sconvolti. In risvolti subumani. Reperti trascritti da residui stravolti.Cui non è possibile dare un nome. Distratti. Che sfuggono”: così scriveGiovanni Fontana evocando scandite, assordanti, Questioni di scarto, che preludono alla presente serie di lavori, …che digerisce l’anima, allestita allaGalleria Marcantoni di Pedaso. Fontana, proseguendo l’indagine verbovisiva iniziatacon la serie delle Sirene nel 2007-2008, si insinua nel rapporto traumatico instaurato tra il corpo – soprattuttoquello femminile – come identità ordinariamente riconosciuta e il suo consumoche ne fa la comunicazione mediatica, si insinua mettendo intenzionalmente incrisi la centralità dello sguardo della cui disgregazione aveva già indagatoLacan, proprio perché lo sguardo è il modo con cui si soggettivizza un mondovisivo, oggettivo, gerarchizzandolo ai nostri valori.Lo sguardo tende consapevolmente o meno a compiacerecolui che guarda. Per abitudine si vede il previsto. Interrompendo una talepacifica e pigra convenzione Fontana mira a mettere in crisi non solo ciò che si guarda ma anche chi guarda, dando origine a una diversamessa in scena del corpo che infrange il confine tra soggettivo e oggettivo.Per contiguità viene in mente un certo Merleau-Ponty quando ci avverte che ilcorpo non è solo un oggetto nel mondo, bensì il nostro punto di vista sulmondo.Se il corpo, per via dei richiami reiterati e suadentidelle Sirene mediatiche può assumere e prospettare un significato distorto,esso non può essere descritto e raffigurato in modo pigro, usuale,consolatorio: si deve abbandonare di conseguenza il punto di vistarassicurante, l’adescamento delle sirene, e imparare a sovrapporre sguardidiversi e visioni simultanee, creando mappe inedite, in continuo aggiornamentoe divenire.Proprio dall’adescamento delle sirene “che affascinanchiunque i lidi loro veleggiando tocca”, Circe aveva messo in guardia Ulisse,avvertendolo che “le Sirene […] mandano un canto dalle argute labbra, / chealletta il passeggier, ma non lontano, / d’ossa d’umani putrefatti corpi / e dipelli marcite un monte s’alza”. Facendo tesoro di siffatto ancestrale avvertimentoFontana se ne avvale non tanto per girare al largo da quel canto, quanto percoglierne il senso ai fini del superamento di un complesso di inferiorità neiconfronti dell’ottica prevaricante e di un accrescimento di conoscenzanell’ordine della plurisensorialità: “La voce delle sirene”, egli scrive nelcontesto della sua recente monografia pubblicata dalla Fondazione Berardelli,sotto il titolo Testi e pre-testi,“ci attrae finché non abbiamo avuto la forza di ascoltarla. Il loro incanto, laloro seduzione irresistibile, la potenza della fascinazione sono sprigionatidal mito delle voci, dall’ascolto della descrizione delle loro qualità; e lapaura di naufragare sulla barriera di scogli ne sostiene l’immagine terribile;ma in realtà lo sguardo e l’ascolto nel tentativo di superare l’ostacolosegnano sinesteticamente il coraggio della conoscenza”.Fontana si misura qui con l’immagine del corpo,prevalentemente quello della donna, evidenziando i suoi particolari,soffermandosi sugli spazi convenzionalmente più nascosti, passando dallasuggestione erotica a uno sguardo clinico, cinico, gelido. Anatomici dettaglidi carne, brandelli di biancheria intima, armamentari bellici, ossessiveapparizioni di occhi, dirompenti spezzoni di stampa, residui di punteggiatura,incalzano e spingono verso il momento della deflagrazione, dell’implosione,dell’evento traumatico: da una parte il trauma denuncia una rottura dellacorporeità, dall’altra esso tende a restituire una testimonianza disopravvivenza.Su questo specifico franoso crinale Fontana allestisceun cantiere di sperimentazione che si avvale o presume molteplici linguaggiverbovisivi e plurisensoriali – l’immagine, la parola, l’ammiccamentoscultoreo, tattile ed erotico… – prospettando una eterografica narrazione checorre sul filo in un equilibrio studiato, in un caos attentamente governato,   avvalendosi   di una  serie di de-contestualizzazioni e   ri-contestualizzazioni, di stratificazioni einterferenze, originando un’operazione semiologica in cui l’immaginarioinfrange le logiche spaziali per dar vita a un codice comunicativo ammiccante,fra disastri e ironie, fra edonismi e inquietudini, fra bulimie e anoressie,fra appetiti e indigestioni, fra limitatezze ed eccessi, fra spostamenti esovrapposizioni e interazioni, fra articolazioni e aggregazioni edisgregazioni, – tutti processi incentrati sul corpo – a una sorta non piùoltraggiosa e sanguinolenta di body art contestualmente intermediale.“Eccola l’intermedialità, appunto”, scrive MarcelloCarlino in un preciso passo del saggio introduttivo alla monografia citata diGiovanni Fontana, “intermedialità di cui un precedente e un ganglio teorico èil montaggio, caro a tutte le più grandi avanguardie […]: non è l’allineamentoo la contaminazione di taglio postmoderno, non il concorso a gerarchiaprestabilita e a graduatoria chiusa […], l’intermedialità è convegnosinestetico in cui flussi plurilinguistici e polisemiotici circolanoscambiandosi valenze e proprietà, è fittissima interlocuzione di codici e diforme espressive, è per ciò uso della tecnica non nel verso di unasemplificazione del testo e di una rastremazione del messaggio, ma nel verso diuna complicazione, di un rinforzo polisenso, di una protesi mobilizzante e diuna amplificazione della performatività delle scritture, di un coadiuvantedella espressività e della gestualità e dunque della concretezza materiale, ‘organica’,dell’evento artistico restituito come ‘corpo’ pulsante e vitale”.Dunque la nuova serie di lavori di Giovanni Fontana, …che digerisce l’anima, procedendo sullavia dell’intermedialità, avvalendosi di una segnaletica plurilinguistica,metabolizzando il montaggio e l’aggregazione nell’accezione sinestetica, muovedecisamente verso quel genere di dilatazione e accrescimento della semiosi asuo tempo prospettato da Umberto Eco – penso al suo Trattato di semiotica generale ma anche al suo “romanzoillustrato”, La misteriosa fiamma dellaRegina Loana, narrazione verbovisiva, non per caso la meno compresa eapprezzata dal sistema critico ufficiale – dilatazione e accrescimento in gradoappunto di giocare il sistema (globale, politico, culturale, mediale,artistico…) che ci sta giocando. Già, un gran bel gioco… che una calca ansiosa direplicanti morirebbe dalla voglia di conoscere le regole e il nome, e a cui,giocando di anticipo e di rimando si può (e lasciateci divertire…) giocosamenterispondere: “Aspetti; ce l’ho sulla punta della lingua…”                                              ·  [ dal catalogo della mostra ]  ·


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