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Gli italiani e la loro mutazione antropologica: scritti su Pasolini

Da Roberto Di Molfetta @robertodimo

Consumismo - La mutazione degli italianiIn questo scritto voglio affrontare il concetto presente nel pensiero di Pier Paolo Pasolini, quello della “mutazione antropologica degli italiani”.

Lo faccio con l’aiuto di un giovane docente universitario che si è prestato a fornirmi scritti suoi originali sul tema, il prof. Federico Sollazzo:

« Tra i testi che costituiscono il pattern dell’argomentazione dell’ultimo Pasolini si devono certamente menzionare, tra gli altri: Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia (sul «Corriere della Sera» il 10/06/1974 col titolo redazionale “Gli italiani non sono più quelli”), Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo (sul «Corriere della Sera» il 24/06/1974 col titolo redazionale Il Potere senza volto), Ampliamento del “bozzetto” sulla rivoluzione antropologica in Italia (su “Il Mondo” l’11/07/1974), L’articolo delle lucciole (sul «Corriere della Sera» il 1°/02/1975 col titolo redazionale Il vuoto del potere in Italia), Abiura dalla Trilogia della vita (sul «Corriere della Sera» il 9/11/1975) e Il genocidio. In essi sono delineate le direttrici fondamentali di una radicale trasformazione dell’uomo, veicolata da due fattori necessariamente e intimamente connessi: il consumismo e l’edonismo (tant’è, che si può parlare di edonismo consumistico).

Il consumismo è infatti un fenomeno che non potrebbe darsi (per lo meno, non con la pervasività che ha) senza una forza che spingesse le persone a conformarsi ad esso, ad aderirvi, a desiderarlo, a praticarlo, questa forza è appunto l’edonismo. Questo punto è di particolare importanza perché è così che viene a determinarsi, per la prima volta nella storia del genere umano, un Potere (con la maiuscola perché tanto impersonale quanto onnipervasivo) che non deve più andare verso i propri assoggettati ma li attrae, sono loro che vanno in cerca di lui. Questo è il tema attorno a cui orbita la produzione giovanile del cosiddetto periodo romano (cfr. Sollazzo 2012). Tutta questa dinamica non può che determinare l’evento della omologazione, che investe tutto e tutti.

Tale omologazione ha infatti investito la dimensione linguistica, da lmomento che “i centri creatori, elaboratori e unificatori del linguaggio, non sono più le università, ma le aziende” (Pasolini 1977a: 18), sicché non sarebbe affatto impensabile, anzi lo stiamo vivendo, un mondo “interamente occupato al centro dal ciclo produzione-consumo, che avesse come lingua la sola lingua tecnologica” e nel quale “tutte le altre lingue potrebbero essere tranquillamente concepite come ‘superflue’ (o come sopravvivenze folcloristiche in lenta estinzione” (Ivi: 37). Infatti “Il linguaggio dell’azienda è un linguaggio per definizione puramente comunicativo: i ‘luoghi’ dove si produce sono i luoghi dove la scienza viene ‘applicata’, sono cioè luoghi del pragmatismo puro”

“Se io oggi volessi rigirare Accattone, non potrei più farlo. Non troverei più un solo giovane che fosse nel suo ‘corpo’ neanche lontanamente simile ai giovani che hanno rappresentato se stessi in Accattone. Non troverei più un solo giovane che sapesse dire, con quella voce, quelle battute. Non soltanto egli non avrebbe lo spirito e la mentalità per dirle: ma addirittura non le capirebbe nemmeno.”

Questo perché l’omologazione consiste in un processo di reificazione, di riduzione della vita a cosa al fine di poterla maneggiare, controllare, amministrare: tutti gli aspetti peculiari della vita sono ridotti a oggetti dominio. Ed ovviamente, poiché il Potere che esercita tale dominio non lascia alcun margine di alternativa a se stesso, gli oggetti (ovvero, la vita) da esso e ad esso conformati sono di un unico tipo, omologato dal/al Potere che li produce. A ben vedere quindi, nel fenomeno dell’omologazione vi sono due nuclei problematici: da una parte la riduzione della vita a cosa, dall’altra l’univocità di tale cosa. E ciò determina due perdite fondamentali rispetto al passato: l’autenticità e la molteplicità.

In questo consiste la “mutazione antropologica”: dall’autenticità pluralistica all’oggettivazione univoca. Quel che Pasolini denuncia quindi è la scomparsa delle differenze autentiche, di una molteplicità di modi diversi di poter essere autenticamente uomini.

Ma come è potuta avvenire la mutazione antropologica? Per Pasolini c’è uno specifico vettore che veicola tale fenomeno: le cose. Questo, per almeno un duplice ordine di motivazioni, che propongo qui di definire, il primo, come “politico”, il secondo, come “ontologico”.

Bisogna tenere ben presente l’assioma primo e fondamentale dell’economia politica cioè che chi produce, non produce merce ma rapporti sociali, visto che il modo di produzione è totalmente nuovo, le merci prodotte sono totalmente nuove ed è totalmente nuovo il tipo di umanità che viene prodotto.

Ovvero, il modo in cui viene organizzata la vita dei membri di una società determina specifici rapporti sociali e relazioni interpersonali fra gli stessi, producendo così un certo tipo d’umanità.

Inoltre (e veniamo al complesso livello “ontologico”), va posta la massima attenzione nel rilevare un aspetto della vita abitualmente non valutato. Ovvero, non i genitori, non i maestri, non i mezzi di comunicazione, non i coetanei (benché questi ultimi siano più invasivi di tutti gli altri) sono gli educatori di un essere umano, ma gli oggetti, le cose sono gli educatori per eccellenza che a ciascun uomo insegnano. Questo perché ogni singola cosa è un segno linguistico che comunica o esprime qualcosa. L’intero mondo quindi è una dimensione semiologica nella quale le persone sono completamente e costantemente (e, spesso, inconsapevolmente) immerse, ricevendo quindi la lezione che tali simboli, le cose, impartiscono. E poiché tale lezione è ricevuta in maniera assoluta e incessante (e, spesso, inconsapevole), l’esposizione, inevitabile, ad essa fa sì che le cose siano gli educatori par exellance. Inoltre, la natura del discorso pedagogico delle cose è autoritaria e repressiva, le cose non ammettono repliche.

Le cose quindi (si badi bene) benché siano inerti e benché siano utilizzabili in vario modo, non sono affatto neutre: ciascun oggetto è depositario e ripetitore di una specifica forma di razionalità, con la quale si entra in contatto (il più delle volte assorbendola acriticamente) quando si entra in contatto con l’oggetto stesso.

Se questo avviene con le cose, evidentemente ciò avviene con tutte le cose, anche con quelle del mondo “preindustriale” e “paleoindustriale” e tuttavia solo ora, nella modernità, meglio, in questa modernità (cfr. Id. 2007: 177), le cose hanno cambiato radicalmente il loro linguaggio e dunque il contenuto della loro pedagogia, determinando una svolta epocale: Fino al Cinquanta, ai primi anni Sessanta (…) le cose erano ancora cose fatte da mani umane: pazienti mani antiche di falegnami, di sarti, di tappezzieri, di maiolicari. Ed erano cose con una destinazione umana, cioè personale. Poi l’artigianato, o il suo spirito, è finito di colpo (…) Non è cambiato, però, il linguaggio delle cose (…): quelle che sono cambiate sono le cose stesse.

Una vera e propria teoria della storia costituisce quindi lo sfondo che regge la concezione pasoliniana della mutazione antropologica: c’è una sorta di microstoria, caratterizzata da innumerevoli cambiamenti, tutti però contenuti all’interno di una sorta di macro-storia i cui confini (dato che “l’uomo è misura di tutte le cose”) sono dati dalla specifica antropologia di chi abita quel macro-tempo. Oggi, per i cambiamenti pedagogici di cui sopra, ci troviamo esattamente in una fase di transizione da una macro-storia a un’altra, quindi di fronte alla “fine del mondo” e all’alba di un altro.

Considero il consumismo un fascismo peggiore di quello classico, perché il clericofascismo in realtà non ha trasformato gli italiani, non è entrato dentro di loro. È stato totalitario ma non totalizzante. Solo un esempio vi posso dare: il fascismo ha tentato per tutti i vent’anni che è stato al potere di distruggere i dialetti. Non c’è riuscito. Invece il potere consumistico, che dice di voler conservare i dialetti, li sta distruggendo, per questo “il vero fascismo (…) [è] quello che i sociologi hanno troppo bonariamente chiamato ‘la società dei consumi’” e “prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo”.

Per questo la civiltà dei consumi non è un mero fenomeno sociologico, ma una questione personale: Il consumismo consiste in un vero e proprio cataclisma antropologico: e io vivo, esistenzialmente, tale cataclisma che, almeno per ora, è pura degradazione: lo vivo nei miei giorni, nelle forme della mia esistenza, nel mio corpo (…) È da un’esperienza, esistenziale, diretta, concreta, drammatica, corporea, che nascono in conclusione tutti i miei discorsi ideologici (Id. 2007: 107). Questa sofferenza, derivante dalla delusione di un amore tradito, quello verso l’uomo che è stato e verso l’uomo che potrebbe essere, non può quindi che portare ad un’abiura di quell’amato, “Il crollo del presente implica anche il crollodel passato” (Id. 2003: 73). Ma la morte di quell’amato, in verità, segna anche la scomparsa del Poeta: “la morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più essere compresi” (Id. 1993: 746). Per questo afferma: “Non ho un destinatario. Non so più a chi mi rivolgerei”.

Il possibile macroscopico fraintendimento, assai semplice da illustrare, consiste in questo: poiché Pasolini in tutta la sua Opera ha sempre criticato la modernità e ha sempre apologizzato il passato, ciò significherebbe che egli è un nostalgico del passato, un conservatore, forse finanche un reazionario, che come soluzione ai mali da lui diagnosticati proporrebbe un ritorno al passato, il ripristino del passato13, “quasi che un mutamento antropologico fosse reversibile” (Pasolini 2003: 74). Da questa distorsione si può uscire solo se tiene presente che la critica di Pasolini alla modernità e la fascinazione per il passato non si riferiscono affatto alla modernità e al passato in quanto tali, ma rappresentano invece una critica a questa specifica modernità e una fascinazione per quello specifico passato. Pertanto il focus della sua argomentazione non è costituito dalle categorie temporali, passato, presente, futuro, ma dai contenuti di tali categorie.

Insomma, la nostalgia di Pasolini è nostalgia per quell’uomo che è in grado di generare un mondo che alberghi costantemente in sé la nostalgia del possibile. Ma poiché il discorso di Pasolini non è un conservatorismo, quest’uomo non è esclusivamente il passato sottoproletario delle periferie romane (proiettato poi nel Terzo mondo) ma può essere anche il presente e il futuro uomo della modernità, ma di un’altra modernità, di un altro sviluppo.

Tratto da Federico Sollazzo, ‘Pasolini e la mutazione antropologica’, in “Discorso, identità e cultura nella lingua e nella letteratura italiana”, Atti del conveglio internazionale di Craiova, (a cura di) Elena Pirvu.

Pier Paolo Pasolini non era contro la modernità, non voleva un mondo antico immutabile, uguale a sé stesso e bloccato nella storia passata: viveva su di sé, fisicamente, con il proprio corpo, il peso di una omologazione consumistica ed edonistica che questo sviluppo, questo progresso comportano.

Egli non accettava questa modernità: la vedeva come perdita di possibilità, di autenticità, di diversità ricca e feconda di una migliore umanità. Egli anticipava il mondo attuale, già lo vedeva,  lo profetizzava negli anni ’70: un mondo dove il ciclo economico-consumistico rende gli uomini uguali e schiavi di fronte alle cose prodotte, meno liberi  di quanto pensino ma allo stesso modo schiavi se non di più del passato in cui regnavano monarchi per diritto divino. Perché oggi essere liberi vuol dire essere omologati verso certi modelli consumistici, esibire ed esibirsi, essere attratti da sirene che fanno naufragare il nostro modo di essere per assimilarci al ciclo produttivo capitalistico.
Nel linguaggio, nelle cose, negli stili di vita, nei modelli di comportamento, siamo assimilati, tendiamo verso una conformità che Pasolini vedeva più pericolosa del fascismo, perché pervadeva la nostra cultura, ci ha cambiati antropologicamente. Siamo diversi dal passato, ma non migliori; siamo uguali tra di noi, ma non per scelta ma per uniformarci, senza raziocinio personale, a quei modelli che ci vengono proposti, senza considerare a quali costi umani, culturali, estetici, emozionali.

Siamo alla fine della storia, in un’altra storia: tendiamo all’infinito progresso figlio della razionalità, ma per Pasolini questo sviluppo ci toglie umanità, bellezza, sentimenti alternativi a quelli imperanti per volere finalizzato degli ingranaggi dello sviluppo stesso.


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