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I capolavori della Valnerina e le opere d'arte finite altrove

Creato il 16 settembre 2013 da Berenice @beneagnese

                postignano valnerina umbria

Chi conosce a fondo la Valnerina sa che per vedere tutti i capolavori e le opere d’arte che questa area montana dell’Umbria ha prodotto e commissionato nel tempo, dovrà guardare anche fuori. Gallerie, musei, magazzini-deposito chiusi e impolverati contengono e nascondono, infatti, centinaia di manufatti provenienti da questa terra. Spesso si tratta dei pezzi migliori.

Preziosità finite altrove, migrate per motivi vari, per furti e incuria, per terremoti o vendite incaute, sono collocate lontane dai luoghi per cui erano state prodotte e, per la maggior parte di essi, l’oblìo sembrerebbe ancora garantito a lungo. Solo dopo i terremoti del 1979 e del 1997 dai centri della Valnerina sono state asportate più di mille opere, non ancora restaurate né restituite. Un destino che colpisce il nostro Paese e non solo da queste parti, ma che ha bisogno di qualche soluzione concreta.

La quantità ingente di capolavori, opera di artisti celebri, spesso racconta anche storie singolari.

Alcune di queste le ha presentate Vittoria Garibaldi, già Soprintendente ai beni culturali e artistici dell'Umbria, in una conferenza che si è tenuta a Postignano (PG) nella chiesa dell'Annunziata.

Postignano, è un piccolo paese dell'Umbria frazione di Sellano, antico castello di pendìo appena ristrutturato dopo anni di abbandono e dopo gli eventi sismici del 1997. Gli architetti Matteo Scaramella e Gennaro Matacena alias società Mirto s.r.l. proprietaria del villaggio, da questa postazione hanno animato una stagione estiva di appuntamenti culturali, consapevoli che il linguaggio delle arti favorisca la conservazione dei luoghi e la loro sopravvivenza.

Le storie raccontate hanno il sapore di epoche floride e di decadenze, di trasformazioni strutturali dell’economia e della società, di traslochi forzati, di legami spezzati, di ingenuità e scarsa consapevolezza e, ancora, di tempi che cambiano soprattutto nelle sensibilità. I quattro capolavori narrati sono oggi esposti alla Galleria Nazionale dell’Umbria, protetti ma lontani da quella intraprendenza e dal misticismo che le aveva voluti tra le volute di boschi o in cima agli altipiani. popolati da molte persone.

forsivo

Il polittico di Forsivo di Norcia. L’opera attribuita agli ultimi anni di attività del pittore senese Luca di Tommè (1355-1389), seguace di Pietro Lorenzetti e Simone Martini, fu acquistata per la chiesa di Sant’Apollinare di Forsivo dagli abitanti del castello nursino che erano soliti emigrare stagionalmente in Toscana per svolgere le più svariate attività: doganieri, norcini, tintori. La devozione veniva talvolta espressa con gesti di magnificenza e di orgogliosa partecipazione che contribuivano a testimoniare agli occhi della collettività il successo sociale ed economico raggiunto. Il raffinato polittico di Tommè, dal valore altissimo, ha cinque cuspidi argentate, è dipinto su fondo oro e reca al centro l’immagine della Madonna col Bambino, ai lati San Giovanni Battista, i Santi Pietro e Paolo e Sant’Apollinare, sormontati nelle lunette da altrettante figure devozionali. Tutto bene fino agli inizi del Novecento quando una visita ispettiva raggiunse Forsivo e segnalò la strana collocazione delle tavole dipinte. Il polittico era stato smembrato e mentre le assi laterali erano appese alle pareti della chiesa, quella centrale fu trovata in un armadio, non si sa se nascosta per proteggerla dai ladri o se adattata funzionalmente a sostituire un fondale mancante. L’opera venne dichiarata di interesse artistico e ne fu decretata l’inscindibilità, cosicché quando nel 1943 gli abitanti di Forsivo decisero di venderla per ricavarne soldi il Ministero acquistò il capolavoro e nel 1951 lo destinò alla Galleria di Perugia dove attualmente è visibile.

predella poggio di croce

La predella di Poggio di Croce (Preci). Questa è la storia di un furto, di una restituzione misteriosa e di un sequestro giudiziario. L’opera è parte di una pala d’altare di cui non si hanno notizie certe, ma di per sé ugualmente preziosa. Dipinta nel 1425 da Rossello di Jacopo Franchi che operava a Firenze, rientra anch’essa nella tradizione durata fino al XVII secolo di importare splendori dalle migliori botteghe toscane. Da sinistra a destra vi sono raffigurate la Natività e l’Adorazione dei Magi, San Giovanni Battista e Sant’Antonio abate. Nel 1923 la predella fu rubata da una delle chiese del paese, gli abitanti non ricordano se da Sant’Egidio o dall’Annunciata (che conserva ancora un affresco di Giovanni del Biondo). Dodici anni dopo, nel mese di luglio, un uomo sulla trentina e vestito di turchino (come si legge nella relazione del Prefetto) si presentò misteriosamante al Parroco di Biselli, altro paese del Nursino, chiedendogli di accettare un involto. Il parroco di Biselli rifiutò il pacco portato dallo sconosciuto ma l’uomo lo lasciò ugualmente ripartendo a bordo di una motocarrozzetta. L’involucro conteneva una predella che dopo settimane di indagine fu riconosciuta come quella sottratta a Poggio di Croce, nonostante al momento del furto non fosse stata sporta neppure la denuncia ai Carabinieri. L’opera fu sottoposta a sequestro giudiziario e da allora destinata anch’essa alla Galleria Nazionale dell’Umbria. 

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La Pietà di Abeto (Preci). Il fiorentino Piero di Cosimo o Piero di Lorenzo, che lavorò anche nella Cappella Sistina, è l’autore della notevole Pietà dipinta a olio su tavola tra il 1506 e il 1510 commissionata per la chiesa di San Martino di Abeto.  Nel pregevole quadro la Madonna sostiene il corpo del Cristo con accanto San Giovanni e la Maddalena, mentre sullo sfondo San Martino dona il mantello al povero.

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Ad Abeto la famiglia Cesqui aveva lo jus patronato dell’altare ove era collocata l’opera e, tra fine Ottocento e inizi Novecento, i suoi membri ne rivendicarono la proprietà insieme al diritto di vendita. Nel 1855 il quadro venne traslocato dalla chiesa al palazzo di famiglia e Angelo Antonio Cesqui, dopo aver invitato il Ministero ad acquistarlo per cento mila lire, nel 1910 tentò di venderlo all’estero. Il Ministero, iniziando le procedure di verifica della proprietà, ricollocò la Pietà a San Martino e poi la trasferì a Trevi per installarla definitivamente, nel febbraio successivo, a Perugia dove ancora è visibile nella Sala dei tessuti.

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La Madonna col Bambino di Sellano. Non sono riuscita a reperire una foto della delicata immagine attribuita a Giovanni di Pietro detto Lo Spagna, pittore allievo del Perugino (nella foto un'altra Madonna dipinta dal pittore). L’affresco di Sellano fu realizzato nel 1520 circa per un’edicola votiva presente sulla facciata di un’abitazione privata. Nel 1872, quando la miseria si faceva sentire soprattutto in montagna e l’abbondanza di ‘pitture’ mitigava il dolore del distacco, la famiglia Patrizi lo vendette al Comune di Perugia per settantacinque lire. Lo strappo dalla muratura provocò anche qualche lacuna sulla superficie del dipinto. Sei anni dopo, nel 1878, la Madonna fu esposta nella pinacoteca Vannucci. 

      (Le foto in bianco e nero sono prese dal catalogo della Fondazione Federico Zeri)


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