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I film dimenticati. “White bird in a blizzard” il lavoro più intimista di Gregg Araki

Creato il 21 marzo 2015 da Fabio Buccolini

L’assenza è uno dei temi cinematografici più sfruttati, al copioso numero di autori affascinati da questo tema si aggiunge anche Gregg Araki che firma la sceneggiatura e la regia di “white bird in blizzard”, la sua opera più intimista.
White bird in a blizzard

“White bird in a blizzard”, dopo Mysterious skin”, è forse il film più ambizioso del talentuoso regista cult Gregg Araki (di cui già vi avevo parlato in questo articolo https://fabiobuccolini85.wordpress.com/2014/01/30/gregg-araki-un-genio-ai-limiti-della-follia/). Per cominciare, questa volta dirige un cast formato da grandi nomi: l’astro nascente Shailene Woodley (“Divergent”), la bella e brava Eva Green e, in una parte secondaria, Thomas Jane (“The Punisher”).
Un bel salto in avanti per un autore di titoli underground ma dal grande valore artistico come “Kaboom” e “Doom Generation”.
Come per “Mysterious skin”, qui Araki non scrive di proprio pugno la sceneggiatura, ma adatta l’omonimo romanzo di Laura Kasiscke.
Sono gli anni ottanta e la famiglia Connors se la cava bene. Bella casa, bel quartiere e una figlia, Kat, che sta maturando senza molti problemi. I suoi genitori non si stimano più: non parliamo neanche lontanamente d’amore. La mamma, casalinga perfetta e disperata, cerca i segreti dell’orgasmo nei libri. Il padre, lavoratore indefesso e uomo buono, non guarda più con quegli occhi una moglie ancora splendida e sbava sui giornali porno, in cantina. Finché la donna di casa sparisce. Non dice addio. Iniziano le ricerce e nei due anni successivi, quella Kat che aveva scoperto il sesso e l’amicizia, la trasgressione e lo stordimento, tenterà di fare i conti con il vuoto che le ha lasciato in eredità. Ogni tanto la sogna. Nuda e infreddolita, nella bufea, cosa significherà? Presto la verità verrà a galla…
Quello di “White bird in a blizzard” è un Araki intimista, molto distante dalle sue solite produzioni.
Abbandona le esplosioni pop che hanno contraddistinto i suoi lavori più famosi e gioca con sentimenti più intrinsechi come l’assenza. Racconta un dramma familiare tinto di venature thriller seguendo un filo semi logico preso in prestito dai vecchi noir anni 50. La mano del regista si vede molto, e non lascia da parte del tutto le sue origini da cineasta indie, infatti il film viene raccontato attraverso frequenti flashback (le parti migliori di tutta la pellicola)dove si ritrova in pieno il visionario talento di Araki: la trattenuta concessione agli elementi mystery, rimane espresso attraverso gli sporadici e visionari sogni della sua protagonista.
Chiariamoci, non è un capolavoro e nemmeno il miglior film del registo nippo/americano, ma la sua costruzione ambigua che strizza l’occhio al teen movie, lo rendono esteticamente perfetto.
Grazie alla bellezza di alcune immagini e l’ottima performance di Eva Green, “White Bird in a Blizzard” nonostante una partenza fiacca riesce a trascinare lo spettatore fino al classico colpo di scena finale.
Gregg Araki è sempre Gregg Araki e dandogli in mano anche un prodotto commerciale come questo riesce a imprimergli spessore senza cadere mai nel banale.
Alcuni fan resteranno sbalorditi perché non troveranno tutti i tratti distintivi del cineasta, ma che a dir si voglia Araki è sempre Araki…benvenuti nel suo mondo.

FABIO BUCCOLINI



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