di Matteo Menghini
Se Gesù avesse fratelli e sorelle di sangue o meno, nati cioè dall’unione di Giuseppe con Maria, rappresenta uno dei problemi più grandi per gli storici e i biblisti. Si tratta di una vera e propria polemica teologica, che ha impegnato i cristiani sin dai primi secoli. Offrire una soluzione definitiva della questione è attualmente impossibile. I dati in nostro possesso sono infatti troppo pochi e confusi. Tuttavia intendiamo condurre un’onesta e attenta analisi delle testimonianze neotestamentarie e patristiche a riguardo, per dimostrare che, da un punto di vista storico e non dottrinale, Gesù avrebbe potuto avere fratelli e sorelle più giovani di lui.
In Matteo 1,25 leggiamo:
«E non ebbe rapporti coniugali con lei finché (ἕως) ella non ebbe partorito un figlio».
Chi legge questo versetto in traduzione italiana, dedurrà che Giuseppe e Maria ebbero rapporti sessuali dopo la nascita di Gesù. L’originale greco non è però così chiaro. La congiunzione ἕως non implica che si verifichino dei cambiamenti rispetto a quanto detto nella frase principale (cfr. Sal 110,1; 1 Tm 4,13; Mt 12,20). Tuttavia l’evangelista Matteo adopera ἕως anche quando la proposizione temporale indica un cambiamento:
«Restaci (in Egitto) finché (ἕως) io non te lo dico» (2,13).
Non ci sono quindi ragioni filologiche o letterarie per sostenere necessariamente la virginitas post partum di Maria. Un’idea che sembra per di più estranea all’interesse di Matteo.
Lo stesso autore in 13,55 c’informa che la madre di Gesù si chiamava Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda. Se confrontiamo Mt 13,55 con Mc 6,3, noteremo alcune differenze. Matteo riferisce anzitutto l’osservazione circa l’occupazione del padre di Gesù (falegname). Poi, formulando un altro interrogativo, separa da Giuseppe – nominandoli insieme – Maria e i fratelli di Gesù. Egli decide dunque di collocarli con la madre biologica e non con il padre putativo. Risulta perciò difficile pensare che l’evangelista concepisse Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda come fratellastri o cugini.
La madre e i fratelli di Gesù compaiono anche in un’altra pericope che l’autore del secondo vangelo desume da Marco (Mt 12,46-50 = Mc 3,31-35). Si tratta dell’episodio in cui Maria e i fratelli cercano di parlare con Gesù mentre è circondato dalle folle. Il fatto che Matteo li descriva in modo così unitario («sua madre e i suoi fratelli») per tutto il racconto, fa pensare ad un legame consanguineo. Inoltre, diversamente da Marco, riferendo il pronome possessivo αὐτοῦ ad entrambi, accentua ancor di più la loro unione. La battuta conclusiva di Gesù (v. 50) acquisisce poi tutta la sua importanza soltanto se si pensa ad un reale rapporto di consanguineità fra lui e i suoi fratelli/sorelle.
Alla testimonianza di Marco e Matteo va aggiunta quella di Paolo e degli Atti. In 1 Cor 9,5 l’apostolo parla genericamente di «fratelli (ἀδελφοὶ) del Signore», mentre in Gal 1,19 designa Giacomo come «il fratello (ἀδελφὸν) del Signore». In entrambi i casi ci si riferisce a figure di rilievo nell’ambito della comunità delle origini. L’autore degli Atti annota che fra i membri della primitiva chiesa di Gerusalemme compaiono Maria, la madre di Gesù, e i suoi fratelli.
L’autore del Quarto Vangelo accenna ai fratelli di Gesù in tre circostanze: è in compagnia della madre, dei fratelli e dei discepoli che egli si reca a Cafarnao (Gv 2,12); sono i suoi fratelli ad esortarlo a partire per la Giudea (Gv 7,3); neppure i suoi fratelli gli credono e salgono a Gerusalemme per la Pasqua (Gv 7,5.10).
Più tardi lo storico giudeo Giuseppe Flavio, ignorando le attestazioni del Nuovo Testamento, racconta la condanna a morte di Giacomo «τὸν ἀδελφὸν Ἰησοῦ» da parte del sommo sacerdote Anano il Giovane (cfr. Ant. 20,200).
I testi citati dimostrano che già nel I sec. autori cristiani e non erano pienamente convinti del fatto che Gesù avesse avuto quattro fratelli e alcune sorelle. A questa convinzione si oppose ben presto la credenza della virginitas Mariae post partum, testimoniata sin dal II sec. nel Protovangelo di Giacomo. Questo vangelo apocrifo narra che Giuseppe, vedovo e padre di alcuni figli, sposò Maria.
Verso la fine del IV sec. Girolamo, nel trattato Adversus Helvidium, sostenne che i fratelli e le sorelle di Gesù erano in realtà cugini e che non solo Maria, ma anche Giuseppe era stato vergine in perpetuo. Secondo Girolamo il sostantivo ἀδελφός è usato nel Nuovo Testamento nell’accezione di cugino e non di fratello di sangue. Per avvalorare la sua tesi egli ricorse all’ebraico ‘āḥ, che significa fratello, ma anche nipote o cugino (cfr. Gen 14,14.16; 1 Cr 23,21-22). In questi passi, la Settanta ha reso l’ebraico ‘āḥ con il greco ἀδελφός. In realtà, come ha giustamente rilevato J. P. Meier, l’ebraico biblico non possiede un termine specifico per cugino e in un solo passaggio dell’Antico Testamento ‘āḥ indica un cugino. Bisogna inoltre tener presente che il Nuovo Testamento non è la traduzione di un originale ebraico o aramaico, come invece la LXX. Quando Paolo in Gal 1,19 e in 1 Cor 9,5 ricorre al sostantivo ἀδελφός per designare il fratello/i del Signore, non intende certo parlare di cugino/i del Signore. Il greco neotestamentario conosce infatti la distinzione tra ἀδελφός, fratello di sangue, e ἀνεψιὸς, cugino (cfr. Col 4,10).

San Girolamo nell'omonimo celebre dipinto del Caravaggio
I primi padri della Chiesa non sembrano però concordi con l’interpretazione di Girolamo. Egesippo (II sec.), citato nella Storia ecclesiastica di Eusebio, raccontando l’uccisione di Giacomo il Giusto, «fratello del Signore», menziona anche uno zio e un cugino (ἀνεψιὸς) di Gesù (4,22 § 4). In un altro passaggio Egesippo c’informa di Giuda, il fratello del Salvatore «secondo la carne» (3,19.20 § 1). Egli sa dunque distinguere tra fratello (ἀδελφός) e cugino (ἀνεψιὸς). Il solo padre della chiesa latina ad affrontare il problema è Tertulliano. Nell’Adversus Marcionem, commentando la pericope di Mt 12,46s., parla di
«et vere mater et fratres eius» (4,19).
L’affermazione di Tertulliano risulta ancora più significativa se si pensa al suo atteggiamento fortemente rigorista. Sostenere che Gesù avesse avuto fratelli e sorelle di sangue era per lui una buona argomentazione contro il docetismo di Marcione.
Infine anche Ireneo di Lione sembra condividere l’opinione di Egesippo e Tertulliano. Nel trattato Adversus haereses egli accosta il racconto della creazione e del peccato dei progenitori al concepimento e alla nascita di Gesù da Maria vergine. In questo raffronto Ireneo sembra affermare che Maria avesse avuto altri figli dopo aver dato alla luce Gesù (cfr. 3,21,10). In modo analogo in 3,22,4 egli confronta Eva con Maria:
«Eva fu disobbediente quando era ancora [adhuc] una vergine, benché avesse già un marito. Maria fu obbediente quando aveva già un marito scelto e ciò nonostante era ancora [adhuc] una vergine»[1].
Benché il significato delle affermazioni di Ireneo sia meno chiaro di quelle di Egesippo e Tertulliano, è comunque possibile che egli pensasse che Maria avesse perso la verginità per la nascita di altri figli dopo il concepimento di Gesù.
Mauro Pesce e Adriana Destro, nella loro recente pubblicazione L’uomo Gesù, ricordano la testimonianza del Vangelo degli Ebrei a proposito di Giacomo. Si tratta di un frammento riportato da Girolamo nel De viris illustribus:
«Dominus autem cum dedisset sindonem servo Sacerdotis, ivit ad Jacobum, et apparuit ei. […] Rursusque post paululum: “Afferte – ait Dominus – mensam et panem”. Statimque additur: Tulit panem et benedixit, ac fregit, et dedit Jacobo justo, et dixit ei: “Frater mi, comede panem tuum, quia resurrexit Filius hominis a dormientibus”» (II).
Sebbene non si possa giungere ad una certezza assoluta, data la scarsità della documentazione, tuttavia lo storico o il biblista, sulla base delle fonti citate, deve necessariamente ammettere che è molto probabile che Gesù abbia avuto fratelli e sorelle di sangue, nati dall’unione carnale di Giuseppe con Maria. Concludiamo il nostro approfondimento con la felice espressione dello studioso protestante Maurice Gougel, ripresa dal biblista Giuseppe Barbaglio:
«Per la storia non esiste affatto il problema dei fratelli di Gesù: esiste solo per la dogmatica cattolica»[2]
[1] J. P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, vol. 1, Queriniana, Brescia, 2008, p. 323.
[2] G. Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea. Indagine storica, EDB, Bologna, 2002, p. 128.










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