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I LIBRI DEGLI ALTRI n.25: Scheletri, pettegolezzi e vecchi orsacchiotti. Francesco Recami, “Gli scheletri nell’armadio”

Creato il 03 gennaio 2013 da Retroguardia

Francesco Recami, Gli scheletri nell’armadioScheletri, pettegolezzi e vecchi orsacchiotti. Francesco Recami, Gli scheletri nell’armadio, Palermo, Sellerio, 2012

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di Giuseppe Panella

 

Tutto sembrerebbe essere rimasto immutato nell’edificio milanese in cui era ambientata l’azione tragicomica che aveva avuto luogo nel precedente La casa di ringhiera. Dopo il colpo di genio (o di fortuna?) che aveva permesso ad Amedeo Consonni, tappezziere in pensione e vedovo (non più troppo affranto) con un nipotino, Enrico, che la figlia gli appioppa quotidianamente utilizzandolo come baby-sitter, di risolvere il complesso caso poliziesco della Sfinge di Lentate (Brianza), tutto sembrerebbe essere tornato alla normalità.

 Il non più giovane investigatore si è ripromesso di non cimentarsi mai più in investigazioni troppo azzardate e di rinunciare alla sua attività di “collezionista di crimini”. La sua nuova fiamma (nel romanzo precedente quest’ultima pare alimentata da un po’ di Viagra), Angela Mariotti, un’insegnante di Lettere divorziata in pensione, invece, ha qualcosa che vorrebbe comunicare al suo non più giovane “amoroso” ma che risulta molto difficile da dire, imbarazzante e doloroso (ma non sapremo mai cos’è). Infatti, l’annoso confidente, quando il racconto della signora comincia ad addentrarsi nel meandro dei particolari più interessanti della vicenda, cade prima vittima di una sonnolenza inarrestabile, poi, travolto dai problemi che gli si sono addensati sul capo, si distrae e chiede che la signora sua amica gli ripeta ciò che ha detto facendola indignare. Gli altri abitanti della casa di ringhiera continuano nelle loro specifiche attività. La signorina Mattei-Ferri, pettegola insopportabile e spiona accanita nel suo vizio segreto, continuerà ad occuparsi degli affari altrui con una pertinacia degna di miglior causa. Ma anche lei avrà il suo bel daffare visto che la sua richiesta di aggravamento delle proprie condizioni fisiche con conseguente richiesta di assegno di accompagnamento sarà funestata prima dalla paura di una perentoria visita fiscale da parte della ASL e, successivamente, dalla consapevolezza che tutto il mondo rappresentato da Facebook potrà sapere delle sue brillanti attività di ballerina perpetrate a Salsomaggiore durante la sua annuale settimana di vacanze insieme all’amica Magda che l’ha ripresa e squadernata sul social network più popolare del mondo. Luis De Angelis, appassionato cultore di automobili che non potrebbe permettersi, si vede affidare una poderosa e stratosferica BMW Z3 3.2 24 valvole dal suo mefistofelico nipote Daniel che vuole che gliela custodisca in attesa di venderla. Il vecchio autista non saprà resistere alla tentazione di guidare il mezzo affidatogli “in conto vendita” e parcheggerà in strada la sua vecchia Opel Vectra cedendo il preziosissimo posto macchina in cui essa veniva alloggiata al nuovo bolide da custodire.

Dopo un giro di prova accompagnerà Consonni nel corso della sua nuova indagine e subirà la sottrazione della macchina, fatto per il quale il nipote vorrebbe imporgli l’esborso del suo valore in euro per compensarlo della perdita. Ma la minaccia dell’infido nipote gli si ritorcerà contro quando il vero proprietario del mezzo, cui l’automobile era stata riportata dal parente malefico, approderà nel cortile della casa di ringhiera per altri motivi (restituire un taccuino di appunti perso dal Consonni). De Angelis comprerà la BMV Z3 a buon prezzo e scaccerà trionfalmente e in malo modo il nipote acquisito, accompagnando la sua fuga con una ben assortita sequela di contumelie.

L’alcoolista Claudio Giorgi, sequestrato nel romanzo precedente dai suoi figlioli per costringerlo a disintossicarsi, inizierà una sorta di percorso di redenzione dopo che la moglie Donatella è andata via di casa minacciando separazione legale e richiesta di alimenti. Nonostante il campo di battaglia domestico sia ormai sgombro dai fastidiosi affini e consanguinei, Giorgi capirà che è necessario cercare di emanciparsi dal demone alcolico e in questo lo aiuterà, forse senza volerlo, Erika, la vicina di casa il cui marito Antonio, manesco e prepotente, è sparito nel corso della narrazione precedente. La notte d’amore tra i due non sarà granché soddisfacente, va detto, ma il fatto che la moglie Donatella li sorprenda insieme in casa costringerà sicuramente il bevitore ora non più tanto accanito a considerare la necessità di un cambiamento di stile di vita e di una ripresa dell’attività lavorativa. Anche Erika, sempre alla ricerca di un lavoro che le permetta di mantenersi e priva di una qualsiasi professionalità adeguata allo scopo, annuncia, in fine di romanzo, che lascerà il mini-appartamento che occupa per qualcosa di meno caro a Sesto San Giovanni.

E Consonni? Sarà preso tra tre fronti e saprà cavarsela benissimo.

Preso tra la nuova fiamma Angela che vorrebbe averlo tutto per sé e far convergere convenientemente sui suoi problemi la sua attenzione in modo più vigile e la figlia Caterina che teme che la donna si sia messa con il padre per lucrare la proprietà del prezioso appartamento di quest’ultimo (la donna fa l’agente immobiliare e queste cose le sa bene), dovrà subire anche le pressioni del suo vecchio collega di lavoro Carlo Barzaghi che gli chiederà di occuparsi del mistero degli scheletri che ha trovato nell’intercapedine murata di una sua casa di montagna che sta ristrutturando. Per convincerlo a iniziare delle investigazioni adeguate alla sua fama di investigatore dilettante, l’uomo gli regala un bel mobile ad angoliera che Consonni prefigura già come dono di Natale per Angela che possiede una cospicua collezione di tazzine di caffè cui vorrebbe dare un’ospitalità confacente alla loro bellezza e rarità. Ma in quest’armadio, Barzaghi ha riposto i tre scheletri interi (due di uguale altezza e un altro più piccolo) che ha trovato nella casa da ristrutturare. La ricerca di chi siano i tre ritrovamenti ossei occuperà tutto il corso del romanzo: prima identificati con quelli dello scomparso ingegner Viganò, transfuga per via di Tangentopoli e scomparso da tempo e di due ignoti, saranno poi identificati con sicurezza nelle strutture ossee di due gemelli scout, Ivan e Yuri Cavenaghi e della loro amichetta e amore segreto, Raffaella, scomparsi durante un’escursione montana culminata in una tempesta di acqua e vento in alta montagna (nonostante il sottotema tragico del testo, qui Recami si diverte giustamente a prendere in giro l’ottusità burocratica e la pratica ideologica dell’autonomia assoluta predicata dai seguaci un po’ fasulli e ridicoli di Sir Baden Powell). Consonni è sicuro dell’identificazione con gli scheletri proprio perché due di essi sono uguali (i gemelli) e il terzo è più piccolo (la ragazzina) e, dopo una commossa quanto imbarazzante visita ai signori Cavenaghi in cui alcune verità sull’animo umano vengono asseverate (e cioè che le sciagure non rafforzano la solidarietà tra i simili ma l’allentano, se non la distruggono del tutto e che le comunità tanto sono più piccole tanto più sono popolate da individui poco disposti ad aiutare chi è in difficoltà), il pensionato-investigatore decide di dare alle fiamme i corpi dei tre reperti ossei per mettere fine alla penosa vicenda. Ma… il nipotino Enrico aveva già risolto il mistero. Il bambino era stato turbato in maniera forse eccessiva dalla scomparsa del suo orsacchiotto di pezza Bubu, ormai sporco e pullulante di germi, che la madre aveva lavato in lavatrice e, di conseguenza, distrutto irrimediabilmente. Il piccolo aveva fatto un casus belli della scomparsa di Bubu (Enrico “capiva che è meglio la morte di una scomparsa, che è un po’ il tema di questa storia che vi sto narrando” – annota imprudentemente l’autore con tono un po’ sentenzioso e certo ironico). Il nonno cercherà di distrarlo facendogli compiere una ricerca attenta dell’orsacchiotto mancante per occuparlo in pensieri più eccitanti ma il nipotino reagirà male e somatizzerà con un po’ di febbre. Lasciato a riposare nella camera da letto del nonno, Enrico troverà gli scheletri e li farà danzare (non si capisce se sul serio o solo nella sua mente offuscata dalla temperatura alta). Uno di essi, stretto con troppa foga, perderà alcuni segmenti di un dito che il bambino conservare in una tasca del suo cappottino. L’assenza della falange, però, se farà pensare al nonno di essere sulla giusta strada (la ragazza scout Raffaella mancava di una parte del mignolo anch’essa !), porterà il lettore a conoscenza della verità: l’ossicino detenuto da Enrico era di plastica e dunque lo erano anche gli scheletri. Ma questo segreto non sarà rivelato a Consonni: la figlia non saprà degli scheletri e il nonno non rifletterà mai sulla natura plasticata di essi. Ma ovviamente non finisce qui: la nuova avventura del nonno detective sotto veste di una indagine per conto della ricchissima signora Kakoiannis-Sforza, bersaglio preferito delle storie di squallidi rotocalchi come Chi, incombe come terza puntata.

Recami utilizza come esergo una frase inquietante di Paul Ricoeur (da Tempo e racconto 2. La configurazione del racconto di finzione): “Un modo di terminare non conclusivo s’addice ad un’opera che volutamente solleva un problema che l’autore considera insolubile”.

Ma io preferisco pensare che l’autore degli Scheletri… abbia recepito la lezione dei grandi autori ottocenteschi del feuilleton (come pure ha fatto Stephen King in Il miglio verde del 1996) e abbia voluto sviluppare come a continuing story, una storia a puntate, la sua narrazione delle vicende della “casa di ringhiera”. Solo che, scrivendo oggi e non due secoli fa, ha dovuto accordare il proprio registro stilistico all’ironia del postmoderno e farne un’opera dal sapore agrodolce e falsamente rassicurante – un’operazione quest’ultima che gli è riuscita benissimo…

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I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)


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