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Il Bollettino di Capitan Vinile – Maggio 2013 – A ciascuno la sua

Creato il 02 maggio 2013 da 79deadman @79deadman

Per chi temesse che il Capitano parli di cinema: non temete! E’ la solita tirata su dischi impolverati. Buona lettura
Il Bollettino di Capitan Vinile – Maggio 2013 – A ciascuno la sua
Viviamo in tempi complessi; tempi comici. I famosi "tempi comici" che sono così rari da trovare negli umoristi e non solo. I Grandi Ottimisti pretendono di governare con un tweet. Tempi frammentati. Anche musica frammentata. Dal basso. Da sotto. Come in un bicchiere di acqua minerale che sprigiona bollicine, sono decine, decine le "piccole band indipendenti", i "domestici artisti alternativi" che sfruttando le potenzialità di questa tecnologia pratica. Si autoproducono, si autodistribuiscono, si autopromuovono, si autoincidono. Bene! Più difficile avere uno sguardo d'assieme, forse. Più difficile per lo storico o il memorialista; ma tutto sommato meglio per l'ascoltatore, no? Una frammentazione dal basso; e d'altronde in questi tempi complessi pure la democrazia, la votazione, la scelta, si pretende debba venire sempre dal basso. Nelle remote epoche del vinile vigeva al contrario una tacita oligarchia di placidi controllori che fu per un momento intaccata da una morbidissima e reazionaria rivoluzione che veniva dai vertici stessi di quelle torri d'avorio. E' successo quando i grandi gruppi rock hanno scoperto di non essere solo leader d'opinione, di moda, di costume (anche di musica, magari) ma vere e proprie macchine-da-soldi Macchine-da-soldi con una contabilità talmente spropositata che la contingenza forniva loro l'occasione di "mettersi in proprio".
Mi costruirò un Luna Park tutto mio con black jack e squillo di lusso!  Anzi, senza black jack.  E anche senza Luna Park! Bender B. Rodriguez
Gruppi che si autoproducono? Possibile? Etichette discografiche non più nelle mani di qualche scafato/astuto/avveduto/conscio manager o talent scout. Ma direttamente dipendenti dalle firme di tre o quattro capelloni decisi a gettarsi nell'agone musicale a tutto tondo. Ma perchè fare questo balzo - in realtà molto più tutelato e paraculistico di quanto si possa credere, intendiamoci? Varie risposte; molte assai nobili...
Per avere controllo TOTALE sulle proprie produzioni. Praticamente una forma di TOTALITARISMO artistico
Per potersi occupare direttamente del design delle copertine, della distribuzione e promozione, della gestione della propria immagine e dei propri prodotti (roba in cui i rockettari sono noti cervelloni...)
Per dare la possibilità a giovani artisti di avere contratti facili e lancio garantito su vaste piazze; sempre sotto l'ala protettrice dei Grandi Numi Rock. Altruismo mirabile, si direbbe.
Per curare progetti individuali, pur sotto un ombrello comune e condiviso.
Per autocompiacimento.
Per AUTOCOMPIACIMENTO.
Poi anche per autocompiacimento.
Sia chiaro:
nessuna “Grande Rockstar” ha veramente voglia di trovare la “Nuova Grande Rockstar”.
Anzi, fosse per lei si mangerebbe i figli come faceva Saturno. Quindi inutile sperare in atti eccessivi di altruismo, finanziamento, scouting... Almeno ai livelli altissimi.
Ma ora basta coi giudizi tout-court. Lasciamo che qualche fatto parli da solo; vediamo un po' queste “Etichette delle Star” come hanno funzionato/funzionano. Vi meravigliereste di quante ce ne sono! Io mi limiterò a quelle dell’ Epoca Eroica della “Vanity Press”, le prime, le mitiche.
Apple - The Beatles (distribuzione EMI – Parlophone)
Oggi è la seconda mela più famosa del mondo. E questo dopo aspre battaglie legali con i guru di Cupertino... I Fab Four fondarano la casa discografica nel 1968. Musicalmente erano avviati ad diventare morti deambulanti. Ma fecero in tempo a pubblicare l'album bianco, almeno. La distribuzione rimase a carico di EMI e Parlophone, ma col tempo la mela si garantì diritti su ristampe, compilation, clip... Si giovò di una pletora di progetti di John-e-Yoko, di Harrison e perfino di Ringo. Ebbe il merito di pubblicare i Bandfinger da Magic Christian Music (SAPCOR 12) ad Ass (SAPCOR 27) – tutti bei pezzi da collezione -  ma anche la colpa di dare voce ai Wings... Bello il logo stile Magritte, o Beck Olà se preferite. Resta comunque una delle poche "vanity label" ad alto contenuto collezionabile...
The Rolling Stones Record - indovinate un po'...(distribuzione Atlantic)
Il Bollettino di Capitan Vinile – Maggio 2013 – A ciascuno la sua
Nome originale. Logo con lingua e labbroni; cool! Gli Stones la misero su nel 1970 alla scadenza del contratto con la Decca. Due grandi album: Sticky Fingers ed Exile, poi parecchia routine. Qualche puntata nel reggae di Peter Tosh quando Jagger andò in fissa per la Giamaica. Non fece a tempo a conoscere l'epoca d'oro delle ristampe in CD chiudendo i battenti nel 1984. Scarsi applausi
Manticore (brrrr..) - Emerson, Lake & Palmer (brrrrr...) (distribuzione Island)
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La manticora era una leggendaria fiera indiana descritta dai naturalisti classici: testa umana, corpo leonino, coda da scorpione. Una bestiaccia Bestiaccia che si ritaglia un ruolo nel linearissimo Lato A di Tarkus degli ELP. dal 1973 ha curato le ultime uscite di ELP (per esempio Brain Salad Surgery K 53501) e una valanga di ristampe. Fu una manna per la PFM per cui pubblicò un paio di album e diversi singoli a metà '70, garantendo al gruppo di Di Cioccio e Mussida lo status di band italiana più famosa in terre anglosassoni. Beati loro!
Swan Song - Led Zeppelin (distribuzione Atlantic...comoda eh?!)
“Perchè il canto del cigno morente è il suono puù dolce in natura.” Più che una casa discografica, la curatrice fallimentare di quello che fu enorme gruppo, e che almeno centrò il doppio di Physical Graffiti (SSK 89400). Logo mistico, icareggiante. E tutto sommato un bell'impegno nel cercare di mettere sotto contratto altri gruppi: i vecchi Pretty Things con Silk Torpedo e Savage Eye non fecero furore (non erano poi malissimo…), ma i nuovi Bad Company esplosero in maniera clamorosa... Fiuto per il vil denaro del buon Peter Grant? I successi furono comunque  prettamente commerciali, giova ricordarlo. Peggio andò sul tanto agognato versante blues e folk con Maggie Bell e Roy Harper, ma in quell'ambito Jimmy Page aveva già copiato tutto il copiabile.
Purple record - Deep Purple (distribuzione EMI)
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Come abbia fatto una squadra così litigiosa a gestire una propria azienda resta un mistero. Però i Purple potevano contare su un ottimo produttore come Roger Glover... che presto infatti fu estromesso dal gruppo. La label potè però gestire gli innumerevoli pruriti solisti dei membri della band, oltre che dare voce a due interessanti gruppi dell'underground come Silverhead e Hard Stuff (Bulletproof TPSA 7505, oggi leggenda!).
Grunt - Jefferson Airplane/Starship (distribuzione RCA)
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Sulla carta pareva una delle operazioni più realistiche intraprese da un manipolo di capelloni: poteva essere, più che l'etichetta di un singolo gruppo, quella di un'intera metropoli e di tutte le sue innumerevoli famiglie rockettare. Ma il decennio dell'IO aveva definitivamente preso il sopravvento sugli ideali comunitari, e Hot Tuna a parte, la Grunt fu il cortile della coppia Slick/Kantner. I maligni potranno dire, a torto o a ragione, che ha dato voce alla decadenza della Baia.
Threshold - Moody Blues (distribuzione Decca-London)
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Dannatamente autoreferenziale, ripiegata su sè stessa come un origami, l'etichetta dei soporiferi Moody Blues vive della “Visione” unitaria del gruppo: post-psichedelia a tinte prog color pastello. Catalogo limitatissimo, che pur si giova dei Trapeze di Medusa (THS 4), un pezzo addirittura da collezione.
Bizarre Records - Frank Zappa (distribuzione Warner)
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Bel progetto. Si parte dopo alcuni problemi di "inadempienza" della Verve, che consentono a Frank e Herb Cohen di dare vita a questa label che si concentrerà sul catalogo zappiano. Ma ancor meglio fece la gemella (o opposta?) Straight, che si impegnò a diffondere artisti "indiffondibili" come l'ultimo Tim Buckley e Captain Beefheart; oltre al prediletto Alice Cooper...
e poi, perchè no
Clan Celentano - Adriano Celentano (...perchè alla fine ne resterà uno solo)
Vicenda esaurita malamente (chiedere a Don Backy) e cominciata in maniera un po' ribalda (chiedere alla Jolly), ma decisamente "progressista" per la scena italiana dei primi anni '60. Perchè, bisogna ammetterlo, all'inizio il Clan cercò veramente di far sfondare i suoi membri migliori. Che purtroppo portavano i nomi di Pilade, Milena Cantù, Cerruti, Ricky Gianco. Quello che veramente avrebbe potuto sfondare era proprio il buon Don… Ma in effetti vale la vecchia regola: nessuna grande star si impegnerà veramente per trovare la nuova grande star.
Bene; questo era un elenco parziale. Per cui non scomodatevi a telefonarmi o mandarmi e-mail elencando tutte le mie omissioni. Lo so. Alla fine, qual è la morale? Boh.. Potrei azzardare che forse certi limiti di competenze sarebbe giusto rimanessero, qua e là. Certi settori, certi spazi delimitati, non condivisi. Altrimenti diventa realmente tutto dannatamente liquido. Una certa specializzazione, una certa gerarchia. Perchè no, un certo rapporto di fiducia che tra operatori di ambiti diversi è necessario, ed è un collante che consente ad un prodotto di funzionare. C'è chi suona, chi produce il suono, chi sa come distribuirlo nei giusti canali. Mica è facile essere editori di sè stessi. E forse è anche un po' presuntuoso. Certo a volte la presunzione produce capolavori. Volendo cercare un comune denominatore, sia pur generico e forse superficiale, a queste storie, emerge chiaramente che la tendenza è di fondare la propria etichetta discografica nel momento economicamente più forte del gruppo (o del singolo). E' ovvio; lo stabilisce il mercato. Si scende in borsa quando si è abbastanza solidi per reggere il colpo... Peccato che raramente (mai?) il momento di massimo potere economico di un gruppo rock corrisponda al suo massimo valore artistico. C'è sempre una inevitabile latenza tra  questi due punti di picco. E allora ecco label che pubblicano 1, massimo 2 grandi album, e poi si accontentano di gestire l'esistente, curando l'ennesima ristampa, sfornando l'ennesimo remaster, ristampando gli inevitabili inediti. Curatori fallimentari. Ma, ripeto, è un giudizio generico e forse ingeneroso. Lasciamo che chi ne ha la possibilità si diverta come gli pare: sfasciando camere d'albergo, stuprando ragazzine ingenue, sniffando talco e zucchero, collezionando aerei della II Guerra Mondiale. E producendo dischi in proprio. Noi mica dobbiamo comprarli per forza.
Capitan Vinile alza la puntina, vi ringrazia della pazienza e vi saluta!
Capitan Vinile

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