di Matteo Urru

Manifestanti Alcoa
Le manifestazioni dei lavoratori e dei vertici delle organizzazioni sindacali per protestare contro la chiusura dello stabilimento della multinazionale Alcoa a Portovesme, nel Sulcis Iglesiente sardo, si susseguono ormai da diverse settimane, purtroppo per ora senza una soluzione.
L’Alcoa è una grande multinazionale, tra le prime al mondo per la produzione di alluminio: il giro d’affari si aggira attorno ai 25 miliardi (in aumento rispetto al 2010), e fin dal 1967 è presente in Italia. Forse non tutti ne sono a conoscenza, ma questa azienda vive e guadagna anche dalle nostre bollette, grazie al cosiddetto decreto “salva-Alcoa” varato due anni fa che scade, guarda a caso, proprio adesso. Il decreto fu varato dopo le pressioni dell’industria americana che minacciava di andarsene dal nostro Paese se non gli fossero garantiti ulteriori e ingenti sussidi, arrivati puntualmente nel marzo 2010 col suddetto decreto, in un secondo momento poi esteso a diverse altre aziende energetiche vista la norma europea che priva finanziamenti pubblici ad una singola impresa privata. Tutto ciò da un lato ha fatto risparmiare enormi somme ad Alcoa sulle spese energetiche, e dall’altro ha gonfiato le bollette dei poveri cittadini italiani.
Ora la decisione di chiudere lo stabilimento sardo perché ritenuto tra i più costosi, senza nessuna preoccupazione per i posti di lavoro e le famiglie che si mandano in miseria. A rischiare la disoccupazione non sono solo i 501 dipendenti direttamente assunti da Alcoa, ma anche 350 lavoratori dell’indotto, la centrale dell’Enel che produce quasi esclusivamente per quell’impianto, gli autotrasportatori e i dipendenti del porto dove arrivano le navi cariche di alluminio. Un vero e proprio dramma umano, già assaporato nell’isola con il fallimento di Eurallumina nel 2009, ed economico, per tutto il Paese visto che perderemmo l’unico produttore di alluminio presente in Italia, con il conseguente totale affidamento alle importazioni dall’estero. La situazione nella provincia di Carbonia-Iglesias è davvero critica: il tasso di disoccupazione cresce a ritmi vertiginosi, sforando il tetto del 20% (senza considerare i lavoratori in cassa integrazione). La Sardegna e il Meridione pagano più di tutti il conto salatissimo di una crisi mondiale che ha costretto piccole imprese a chiudere e grandi multinazionali ad operare cinici tagli sul personale e massicci disinvestimenti, ed in principio di un mercato che si fa sempre più globale e complicato, che richiede sempre maggiore flessibilità e velocità di cambiamento per adattarsi al nuovo che avanza.
In questa bellissima isola, la crisi si sta portando via tutto e sta distruggendo tutto ciò che con fatica era stato creato, dall’edilizia all’artigianato, la cui lavorazione e i prodotti sono fiore all’occhiello per l’Italia intera, ed ora anche le industrie. A pagare per tutti sono sempre loro, i lavoratori, i padri di famiglia che con sacrifici enormi mantengono i figli disoccupati o costretti a cercare fortuna al nord o all’estero. Le molteplici chiusure degli ultimi anni stanno creando un effetto domino devastante per il territorio e i suoi abitanti, la cui economia risulta in caduta libera.
Le proteste, i sit-in e le contrattazioni tra le parti sociali per il caso Alcoa proseguiranno in questi giorni, nella speranza di trovare un accordo che tuteli lavoratori e famiglie allo sbando. In ogni caso, risoltasi nel bene o nel male la situazione, sarebbe bene che la Regione Sardegna presupponesse un adeguato piano di sviluppo, non solo turistico, per il territorio, le cui sorti risultano sempre di più in balia della crisi e degli eventi







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