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Il cecchino – Recensione

Creato il 26 aprile 2013 da Oggialcinemanet @oggialcinema

Il “Romanzo criminale francese”. Così Michele Placido definisce la sua nuova fatica, Il cecchino (Le guetteur), coproduzione italo-franco-belga, girata interamente a Parigi con un cast internazionale d’eccezione. Dopo l’uscita d’Oltralpe, l’opera del regista pugliese arriva nelle nostre sale con qualche taglio rispetto alla versione presentata all’ultimo Festival di Roma, dove passò fuori concorso. Il risultato è comunque lo stesso: un film avvincente, senza sosta, dal ritmo serrato, che presenta un chiaro omaggio al classico polar francese per atmosfere e struttura narrativa e al contempo mescola diversi generi come thriller, noir e giallo. La sfida a distanza tra il commissario Mattei e il ladro-cecchino Vincent Kaminski, interpretati rispettivamente dai sempre convincenti Daniel Auteil e Mathieu Kassovitz, con l’ingresso anche del terzo incomodo Franck (Olivier Gourmet), un medico la cui oscura identità aggiunge materia all’intrigo, è portata sullo schermo con uno stile secco e realistico, che mette da parte ogni digressione negli ambiti intimi ed affettivi dei personaggi per puntare dritto sull’intreccio, sui colpi di scena e sullo spettacolo. E in questo Placido è sicuramente un regista superbo, un metteur en scene, per dirlo alla francese, che sa muovere perfettamente le sue pedine sullo schermo, creando uno spettacolo avvincente attraverso uno stile sempre coerente che non fa calare la velocità di marcia della narrazione. Sin dall’ottima e scoppiettante sequenza iniziale della rapina con conseguente sparatoria ed inseguimento per le strade parigine, Il cecchino si presenta allo spettatore come un ben congegnato prodotto di genere, come non se ne fanno più in Italia. Placido confeziona così un film che si lascia godere sino in fondo, ma che non ha molte pretese. Perché se per ritmo e atmosfere non si può additare nulla alla pellicola, non si può fare altrettanto per la storia che racconta. Nella cornice fotografica di una Parigi grigia e cupa, illuminata con effetti chiaroscurali dall’ottimo lavoro di Arnaldo Catinari, e dietro alla sua struttura ad orologeria costruita con esperienza dalla regia di Placido e dal montaggio di Consuelo Catucci e Sébastien Prangère, troviamo una trama troppo fitta, che pur rispettando le regole del polar mette troppi elementi sul tavolo, dalle conseguenze della guerra in Afghanistan alla violenza sulle donne, perdendo la bussola della narrazione, che si fa eccessivamente ramificata in tematiche e personaggi. Ma in fondo poco importa se la tensione, come in questo caso, rimane alta per tutta la dura del film, offrendo chiaramente la dimostrazione che i registi italiani sanno ancora realizzare ottimi film di genere. La speranza è che il pubblico possa gradire e che il cinema di genere possa tornare in auge anche in Italia, senza costringere i nostri registi ad oltrepassare il confine per realizzarli.

di Antonio Valerio Spera

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