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“Il diavolo in corpo” di Marco Bellocchio, il terrorismo della follia e la follia del terrorismo

Da Cremonademocratica @paolozignani

La colonizzazione commerciale e politica della critica cinematografica trova numerosi esempi. Alcuni sono riportati in fondo a questi articolo, così come li ha citati http://forum.tntvillage.scambioetico.org/?showtopic=238845.

Il film non fu un successo e non poteva esserlo: troppo erotismo, troppo invadente, abbagliante la bellezza della Detmers e di alcuni suoi sguardi folgoranti. Parlare ancora di terrorismo senza odio e disprezzo viscerale nel 1986 era impossibile senza essere maltrattati, figurarsi oggi.
Il terrorista pentito, fidanzato della Detmers (Giulia Dozza, figlia di una vittima dello stesso terrorista) aspira alla normalità, si converte, sembra, diventando cattolico, elogia la mediocrità.
Che invece non è possibile. Giulia si innamora dello studente liceale Andrea. Tra i due si scatena una passione incomprensibile ai genitori, un sentimento che li lancia fuori dalla storia.
Il passato che in Italia non passa mai e sempre incombe, nemmeno sfiora la mente dei due giovani. L’amore folle cancella le relazioni sociali, familiari, rende insensato il contesto. Andrea si arrampica su una corda di notte, sale nel liceo classico che frequenta, lo attraversa, cammina sui tetti, arriva sul balcone di Giulia. Allo stesso modo i due giovani attraversano la contemporaneità storico-sociale senza esserne impressionati. Giovani di cui nessuno, nè famiglia nè istituzioni, comprende nulla.
Il padre di Andrea, uno psicanalista, curava Giulia e la teme, come la madre del terrorista pentito teme Andrea, anzi lo terrorizza. Di nuovo il terrorismo non muore, non si normalizza, quella storia non si lascia assimilare dal tempo presente. La follia del terrorismo e il terrorismo della follia restano intrecciati e non si lasciano fagocitare dalla normalizzazione che rende tutto uguale e banale.
È l’uomo l’essere terribile. Due citazioni – della teoria del libero arbitrio in Dante e dell’Antigone – sembrano rimarcarlo.
Giulia, come Ofelia, è fidanzata con l’assassino di suo padre. La pazzia alimenta l’amore per un’altra forma di “pazzia”, l’innamoramento di Andrea, che si comporta senza criterio a scuola, anche se supera molto bene l’esame di maturità. Il tema dell’uccisione del padre – metaforica nel caso del disubbidiente Andrea – accompagna costantemente il film. Uccisione impossibile, che non riesce se non nella follia. Il passato resta in agguato, nascosto e temibile.

Fidanzata con un terrorista pentito che, forse, è responsabile dell’uccisione di suo padre, commissario di polizia, Giulia Dozza, nevrotica depressa, vive l’amore come una sfida, una sofferenza o una rassegnazione, anche quello col liceale Andrea, figlio del suo psicanalista. 1° film sull’Italia del post-terrorismo, è disarmonico e claudicante, diviso tra l’inseguimento personale di sogni e ossessioni e la spinta a fare i conti con la realtà sociale. Ricco di momenti inquietanti (la sequenza d’apertura) e cadute di tono, fu un mezzo fiasco di pubblico e critica. È ricordabile per la presenza fisica dell’olandese M. Detmers (1962), doppiata da Anna Cesarini che, però, le lascia gemiti erotici, sospiri, risa e pianti, e per la fellatio, eliminata nell’edizione TV e oscurata in quella in videocassetta. Scritto dal regista con Enrico Pelandri ed E. De Concini. Musiche di Carlo Crivelli, funzionali come le luci e la fotografia di Beppe Lanci, premiata con un Ciak d’oro.

“L’ultra Marco Bellocchio, ispirato dall’analista di fiducia Fagioli, filosofeggia e declama, poi, messo alle strette dai produttori, pensa agli incassi. Infatti la sensuale olandesina Maruschka Detmers nel primo tempo si limita a vellicare il suo ganzo, nel secondo è sempre nuda”.
(Massimo Bertarelli, ‘Il giornale’)

C’è una sequenza che ha reso famoso questo film. Ha fatto scandalo, ha indignato i benpensanti, ha segnato un altro slittamento progressivo del comune senso del pudore. Proprio come fu per la famosa scena di Ultimo tango a Parigi. Qui Maruschka Detmers e Federico Pitzalis si uniscono in una fellatio, solo intravista tra ombre sapienti. Ma tanto bastò.
(Walter Veltroni)

Diavolo in corpo è l’ultima tappa di un’ideale “storia psicologica dell’Italia contemporanea” che Marco Bellocchio percorre con indubbia coerenza dai tempi del suo primo lungometraggio, l’indimenticabile I pugni in tasca. Espressamente dedicato dall’autore al proprio analista Massimo Fagioli, di cui sono note le teorie in aperto contrasto con la psicanalisi tradizionale, il film narra dell’”amour fou” di Giulia (Maruschka Detmers) e Andrea (l’esordiente Federico Pitzalis). Lei è una ricca e bella ragazza borghese, promessa sposa di un terrorista pentito che sta per uscire di prigione lui è uno studentino alle soglie della maturità classica, figlio di uno psicanalista (nel cui studio anche Giulia, dal carattere particolarmente instabile, è passata)
(Paini, “Sole 24 ore”)

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