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Il rischio del Congresso Cgil

Da Brunougolini
Il rischio é quello che il Congresso della Cgil annunciato a inizio maggio e che già impegna centinaia di luoghi di lavoro, non tenga fede al bel titolo scelto: "Il lavoro decide il futuro". Un'occasione storica, nel bel mezzo di una crisi assordante che sta spazzando via, appunto, il futuro di milioni di persone. Con una Cgil che, pur assalita da tante parti, ha saputo mantenere una sua forza e identità e potrebbe, come in altre occasioni, far sentire non solo la disperazione di tanti, ma anche proposte innovative capaci di alimentare la sterzata necessaria. Perché c'è un Paese che appare in ginocchio e avrebbe bisogno di ritrovare fiducia. Invece il rischio é quello di alimentare, come già avviene, titoli e titoli di giornali che non parlano dei drammi sociali ma di uno scontro tra Maurizio Landini e Susanna Camusso. Dimenticando che quell'accordo sulla rappresentanza che alimenta il dissidio non é stato sostenuto solo dalla segretaria generale ma anche dalla stragrande maggioranza del Comitato direttivo della Cgil e dai segretari delle tante categorie del mondo del lavoro. E par difficile sostenere che si tratti di una massa di burocrati tutti asserviti a miraggi carrieristici, disposti a sacrificare i capisaldi del diritto del lavoro che, secondo i contestatori, sarebbe stato ulteriormente dilaniato, dopo i colpi assestati dal centrodestra.
Non é facile, comunque, entrare nei vari aspetti dell'accordo. Leggiamo però l'autorevole commento di un giuslavorista come Piergiovanni Alleva che elenca, certo, quelli che considera gravi pericoli insiti nell'intesa. Con, peró, un'importante premessa: "nulla toglie al fatto positivo che l’ accordo volta pagina rispetto al sistema antidemocratico precedente, dove un sindacato minoritario poteva concludere con questa un contratto gradito alla controparte datoriale, che sarebbe divenuto di fatto l’unico applicato, anche se i lavoratori fossero stati contrari". Però si sarebbe passati, spiega Alleva entrando nei dettagli, dalla sconfitta "dittatura della minoranza" a una nuova  "dittatura della maggioranza". Sarebbe, insomma, un accordo lesivo dei diritti anche delle minoranze interne ai sindacati, come la Fiom. Tanto che, con un approccio che ricorda altre eclatanti discussioni di questi giorni, a proposito della riforma elettorale cara al Pd di Renzi, si ipotizza da parte di Alleva, addirittura un intervento della Corte Costituzionale. E c'è da dire che tali sottolineature circa le minoranze private di diritti rimbalzano così davvero facilmente dal terreno politico a quello sindacale. Con Renzi in qualche modo appaiato paradossalmente alla Camusso.
Ora la speranza é che, come auspica lo stesso Alleva, tali accuse siano ascoltate e si giunga a un chiarimento. E che l'ascolto sia reciproco. Ovverosia che anche la Fiom tenga conto di eventuali precisazioni. Lo stesso svolgimento dei congressi può essere l'occasione di un ragionamento, senza per questo fare della questione il fulcro dell'assise. Certo forse si poteva giungere (ammesso che non lo si sia fatto) a una consultazione reciproca, prima della fatidica firma dell'intesa.  Proprio per evitare quei rischi che dicevo all'inizio e che forse si potevano immaginare. Certo si é difronte ad un fatto inedito. 
Non ricordo precedenti simili, con ipotesi di pesanti sanzioni per infrazioni allo Statuto, impartite non dalla Camusso bensì dagli organismi preposti alla gestione dei conflitti interni e capaci di coinvolgere un'intera categoria. I metalmeccanici hanno una storia gloriosa fatta anche di dissensi. Uno fra tutti? Quello sulla scelta dei consigli di fabbrica unitari contrapposti alle vecchie commissioni Interne. Interveniva, in quelle occasioni (negli anni Settanta) il Pci e io ricordo bene una tormentata riunione con i dirigenti sindacali ad Ariccia, alla presenza di Giorgio Amendola ed Enrico Berlinguer.  Ma la battaglia per convincere la Confederazione fu lunga e ostinata, senza colpi di testa. Soprattutto fu unitaria, con una Fiom che concordava le scelte con Fim e Uilm. Altri tempi, si dirà anche se allora le ragioni delle divisioni avrebbero dovuto essere ben più forti.  Fatto sta che ricordo altrettanto bene  Bruno Trentin quando arrestò la marcia unitaria dei metalmeccanici, obbedendo alle scelte assunte dalla maggioranza della Confederazione. Magari andando incontro alle rampogne di Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto. Avevano giurato di bruciare i vascelli alle spalle, ma ripresero la rotta. Perché l'importante era non aiutare più grandi separazioni.
Il rischio del Congresso Cgil

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