Magazine Diario personale

Il signor “Piede dei monti”.

Da Michele Orefice @morefice73

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Qualche mese fa ho scritto del progetto Caritas. Dopo qualche settimana ho iniziato: mi hanno affidato di visitare una o due volte a settimana un signore che soffre di Parkinson e lo possiamo chiamare “piede dei monti”.
Lo visito quindi ciclicamente e gioco a scacchi con lui, andiamo a passeggiare o giochiamo a memory. La malattia gli sta rendendo sempre più difficili i movimenti e gli indebolisce la memoria. Sua moglie si è rivolta a Caritas perché lei deve lavorare e lui rimane a casa tante ore da solo. La solitudine quindi è la grande malattia che attraversa la Germania. Tutti o quasi qui stanno bene, hanno una casa ma invecchiando si accorgono di rimanere soli anche se magari hanno due o tre figli. Il tenere compagnia a questa persona mi piace ma mi sento inadeguato e poco utile. Non conosco bene la malattia e cerco di fare quello che penso sia giusto. Quindi giochiamo a scacchi un po’, poi ci muoviamo nella stanza e gli faccio muovere le gambe o le spalle che tiene sempre più ricurve. Sua moglie mi ha detto che gli fa molto bene…. Ulteriore disturbo che gli deriva da questa malattia è il sentirsi perseguitato o avere altri tipi di allucinazioni. Con me non ha mai avuto problemi ma è stato in ospedale diverse settimane per poter migliorare questa situazione. Quando sono con lui vorrei fare di più, in particolare per salvargli anche l’anima ma parlare in tedesco su questi argomenti è sempre un’operazione difficile. Come ogni persona che è invecchiata senza accorgersene, pensa sempre alla prossima fase, a rimettersi,a fare una terapia nuova, una ginnastica nuova. Con sempre in testa il prossimo gradini, il futuro, un futuro su un prato verde a godersi la vita. E invece non è così. Non c’è sempre la luce dopo il tunnel. Non è sempre vero che dopo il peggio non possa esserci qualcosa di ancor peggiore. Non interpretatemi male. Non sono una persona pessimista, anzi! Non riesco però a capire come si possa sedere sempre sul tapisroulant della vita, vedere le immagini che scorrono, vedere non tanto lontani che il tappeto è finito ma come nulla fosse , si continua a guardare intorno, ad occuparsi per cose vane.

Domenica 24 novembre, in una pese vicino a Koblenz.
Apre la porta il figlio che si presenta. Mi presento anche io. Di solito c’è solo lui: il signor “Piede dei Monti”. Suo figlio è biondo e più alto di m di l’ameno 10 cm, direi sui vent’anni.

Sta volta non sono però da solo. Ho portato anche il Tancri. Gli ho detto che andavamo a giocare a scacchi e lui , dopo un po’ di storie, è venuto con me. Forse incuriosito per capire cosa faccio con questo famoso signore.

Una volta entrati il figlio mi chiede cosa vogliamo da bere: acqua e un caffè. Si infila quindi in cucina per preparare la mia amata bevanda scura.

Io preparo la scacchiera e ci mettiamo a tavola. Il signor “piede dei monti” contro il Tancri e io guardo. Il figlio mi porge il caffè fumante, aggiungiamo latte e poi lui sparisce al piano superiore.

Il Tancri ha una pazienza incredibile! Abbiamo iniziato a giocare a scacchi e lui aspetta paziente di fare la sua mossa. Lo vede che gli cola la bava dalla bocca ma non gli importa. Riflette composto ancora e poi fa la sua mossa. Chissà che gli passa in mente, chissà se si chiede perché l’ho portato con me! O forse come solito sono solo stupidi problemi che mi metto in testa, che per un bambino di sette anni non sono problemi. I pezzi affollano la scacchiera senza un apparente ordine logico, le mani tremanti di “piede dei monti” fanno cadere qualche pezzo. Tancri gioca con le labbra aspettando il suo turno. La radio da una musica con ritmo improbabile per quella situazione.

Già perché ho portato mio figlio qui? Mi piacerebbe che capisse che aiutare gli altri basta davvero poco. Che è più facile rimanere in casa al caldo a giocare ma con un piccolo sforzo si può fare qualcosa per gli altri, qualcosa che scalda il cuore, che rimane.

Lui ci mette sempre più tempo a muovere. Ha il Parkinson. Non ho idea che malattia sia ma fa quando vengo a trovarlo è peggiorato. Volta per volta. Nei movimenti, nel tremore, nella postura. Sempre più curvo sulla sedia. Quando l’ho conosciuto abbiamo dibattuto se dovevamo darci del lei o del tu. Lui non è tanto vecchio ma in Germania esistono delle regole abbastanza ferree su come trattare gli sconosciuti e abbiamo patto per darci del lei anche se a lui poi , sopratutto quando giochiamo a scacchi, gli scappa di darmi del “tu”. Poco male. La volta scorsa gli stavo facendo fare degli esercizi con le spalle. Lui era tutto curvo, cercavo di mostrargli come raddrizzare le braccia, ma nulla. A un certo punto ho varcato l’aurea di cortesia tra estranei che avevamo instaurato e ho iniziato con forza a spostargli le braccia. Mi ha sorriso. Ha visto che quel movimento che sembrava precluso poi sfotteva fare. Non sono un esperto ma sembra quasi che i movimenti sia il cervello a non volerglieli fare e che se poi si mostra la strada , qualcosa riparte.

Più guardo la partita di scacchi e capisco che le persone anziane e i bambini vanno d’accordo, si rispettano , si accettano e sono sulla stessa linea d’onda.

Fuori il tempo è inclemente e la domenica pomeriggio scivola via dolcemente.


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