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Il volto del ’900. Da Matisse a Bacon. I grandi capolavori del Centre Pompidou

Creato il 03 settembre 2013 da Roberto Milani
A Milano...
Il volto del ’900. Da Matisse a Bacon. I grandi capolavori del Centre Pompidou

Il volto del ’900. Da Matisse a Bacon. I grandi capolavori del Centre Pompidou
a cura di Jean-Michel Bouhours Catalogo SKIRA 

PALAZZO REALE
24 settembre 2013 - 9 febbraio 2014
Piazza Del Duomo 12 (20122) Milano
+39 02875672
www.comune.milano.it/palazzoreale/
Attraverso una serie strepitosa di icone della pittura e scultura del XX secolo, viene raccontato un periodo fondamentale per l’evoluzione del concetto stesso di ritratto e autoritratto, messo in discussione e trasformato dai più celebri maestri dell’epoca, in seguito ai grandi cambiamenti della società e alle tragedie della storia umana.

Matisse, Gino Severini, Francis Bacon, Maurice de Vlaminck, Robert Delaunay, Constantin Brancusi, Max Ernst, Joan Mirò, Fernand Leger, Giorgio De Chirico, Georg Baselitz, Francis Bacon, Picasso, Alberto Giacometti, Tamara di Lempicka, Errò, Elizabeth Peyton


La storia della rappresentazione della figura umana dall’antico impero egiziano ad oggi è al tempo stesso lunga e complessa e la selezione di opere provenienti dal Centre Pompidou di Parigi, esposte nel piano nobile di Palazzo Reale, racconta, attraverso una serie strepitosa di icone della pittura e scultura del XX secolo, un periodo fondamentale per l’evoluzione del concetto stesso di ritratto e autoritratto, messo in discussione e trasformato dai più celebri maestri dell’epoca, in seguito ai grandi cambiamenti della società e alle tragedie della storia umana.
“L’invenzione della psicoanalisi, la negazione dell’individuo con i regimi totalitari, l’annientamento dell’identità nei campi di sterminio nazisti, la generalizzazione della fotografia, l’immersione dell’Io da parte di uno pseudo-immaginario collettivo creato dai media: a questo contesto sociale – scrive Jean-Michel Bouhours, conservatore del Centre Pompidou e curatore di questa imperdibile mostra – occorre aggiungere il ruolo dell’arte, la spinta all’astrazione, la perdita del soggetto nell’ideale collettivo delle avanguardie: tutto sembra concorrere all’idea dell’arrivo di un mondo senza più volti.” E nonostante questo, “cresce all’epoca una sorta di frenesia a farsi fare il ritratto, come – scrive ancora Bouhours – per far entrare se stessi in una vertigine di ubiquità e di istantaneità dettate dai media contemporanei: l’immagine della propria immagine si è imposta”.
La mostra, promossa dal Comune di Milano - Cultura, prodotta da Palazzo Reale con MondoMostre e Skira editore in collaborazione con il Musée National d’Art Moderne - Centre Pompidou di Parigi e curata appunto da uno dei suoi conservatori, Jean-Michel Bouhours, presenta oltre ottanta straordinari ritratti e autoritratti, capolavori assoluti di artisti celebri come Matisse, Bonnard, Modigliani, Magritte – il cui celeberrimo Lo stupro con il volto-nudo femminile è l’immagine della rassegna – Music, Suzanne Valadon, Maurice de Vlaminck, Severini, Bacon, Delaunay, Brancusi, Julio Gonzalez, Derain, Max Ernst, Mirò, Leger, Adami, De Chirico, Picasso, Giacometti, Dubuffet, Fautrier, Baselitz, Marquet, Tamara de Lempicka. Accanto a loro, nomi meno noti al grande pubblico: Kupka, Raoul Dufy, André Masson, Max Beckmann, Henri Le Fauconnier, Emile Othon Friesz, Jacques Villon, Joseph Csáky, Henri Laurens, Juan Gris, Martial Raysse, Henry Manguin, Boris Grigorieff, Auguste Macke, Marie Laurencin, Cassandre, Erro, autori anch’essi di opere magistrali, spesso mai esposte in Italia, di eccezionale qualità pittorica e artistica, che entrano a pieno titolo nella rappresentazione di quella evoluzione del genere ritratto avvenuta nel corso del Novecento.
Dopo la prima rivoluzione moderna rappresentata dai ritratti umanistici di Dürer, Van Eyck o Frans Hals, dopo lo spartiacque dell’Impressionismo che pretende autonomia per il pittore, l’artista moderno pratica il ritratto andando al di là dello scopo di illustrare il modello, passando attraverso il soggetto per trovare il suo “Sé interiore” e le sue personali intenzioni artistiche. Al tempo stesso, l’artista libera se stesso dai vincoli che fino a quel periodo erano connaturati al ritratto, fissati dai committenti, che erano soliti aspettarsi non soltanto un dipinto lusinghiero ma anche di essere visti in una certa posizione sociale, grazie ad alcuni simboli attentamente codificati.
Ma vediamo la mostra in dettaglio nelle sue cinque sezioni che non sono ordinate per cronologia, ma per assonanze sul modo di trattare la figura umana da parte dei vari artisti.
1. Il mistero dell’anima
Questo è il titolo usato dal regista tedesco G.W. Pabst per uno dei primi film che presero la psicoanalisi come soggetto. Tra la teoria psicoanalitica, per cui i sogni sono visti come un percorso nel nostro inconscio, e altre scienze o pseudo-scienze, come la fisiognomica, che cercano i dati oggettivi della personalità nell’espressione o nella morfologia del volto, c’era, all’inizio del Novecento, una certa convergenza nel tentativo di leggere quella che l’Uomo considerava la parte oscura di se stesso. Due movimenti artistici, il Fauvismo e l’Espressionismo, divennero gli echi della fragile soggettività individuale: i segni sotto gli occhi delle donne di Chabaud o Kupka sembrano simbolizzare la loro oscurità, donne fatali o angeli caduti, presi come nuovi idoli di un nuovo mondo urbano ed elettrico. La malinconia di Dédie, lo sguardo precario e deforme di una pittura inflessibilmente realista, i lineamenti non definiti di Jacques Villon o André Masson enfatizzano la magica presenza del mondo interiore del modello.
La mostra parte con opere importanti che colpiscono subito e ci immergono nella nuova pittura di soggetto femminile di inizio secolo. Yvette con vestito a quadri (1907-1908) di Auguste Elysée Chabaud, Il rossetto (1910) di Kupka, Odalisca con i pantaloni rossi (1921) di Henri Matisse, La camicetta rossa (1925) di Pierre Bonnard, Ritratto di Dédie (1918) di Amedeo Modigliani sono potentissimi ritratti di donne che rimangono nella memoria, per la loro forza espressiva e una intensa valenza psicologica. Accanto, ritratti maschili anch’essi innovativi per la posizione del soggetto, l’indefinitezza dei tratti o la postura come Ritratto di Roland Tual (1921-1922) di André Masson, Ritratto di un francese (1933) di Max Beckmann, Ritratto di Fernand Fleuret (1907) di Emile Othon Friesz, Il dottor Robert le Masle (circa 1930) di Suzanne Valadon.
2. Autoritratti
Leon Battista Alberti nel De Pictura pubblicato nel 1435, in cui descrive le origini della pittura, scrisse di Narciso innamorato della propria immagine. L’artista diviene lo strumento, e usa un riflesso per riprodurre la sua immagine allo specchio, tratto dopo tratto. In questa ricerca di se stessi, che prende la forma di un incontro con la propria immagine, molti artisti affrontano il tema con un ritratto introspettivo, sapendo che il Sé è indubbiamente il modello più complesso e più resistente all’analisi. Beckmann usava dire: “Il Sé è il più grande segreto del mondo; credo nel mio Sé Interiore, nella sua forma eterna e indistruttibile”. Questa difficoltà, caratteristica di una ricerca introspettiva attraverso l’auto-rappresentazione legata alla questione del “doppio”, genera un manifesto metafisico e pittorico per ciascuna opera.
Gli autoritratti esposti in questa sezione sono opere indimenticabili: da quello provocatorio di René Magritte, Lo stupro (1945), immagine della mostra, al volto quasi cancellato di Donna in rosso (1937) di Jacques Villon, a quello ieratico e ironico di Maurice de Vlaminck (1911), da quello scomposto e futurista di Gino Severini (1912) a quello cubista di Francis Bacon (1971), da quello cupo e severo di Robert Delaunay (1909) a quello angoscioso di Zoran Music (1988), emerge fortemente la ricerca degli artisti di scardinare il consueto ritratto per portare alla luce qualcosa di pregnante della propria differente personalità.
3. Faccia e forme
Un nuovo uomo? Un superuomo nietzschiano? Isolare il volto dal resto del corpo, semplificare la morfologia umana per una forma con nessun tratto morfologico, allontana l’atto di scolpire l’immagine dall’involucro esterno del modello. È un’affermazione di anti-mimica che si manifesta, in Brancusi, da un concetto platonico di scultura come una Idea. Per i cubisti, è stato spesso evocato il riferimento al primitivismo della maschera rituale o a espressioni antiche del volto, e i loro dipinti hanno spesso causato il disgusto del pubblico che vedeva in essi un oltraggio all’essenza profonda dell’essere umano, o persino li considerava blasfemi verso la parte umana che Dio ha creato a sua immagine. La somiglianza, concetto per secoli connaturato al ritratto, viene definitivamente rifiutata. In ogni caso, anche se siamo lontani dall’esercizio di copiare tratto dopo tratto, il processo di analisi e sintesi dell’apparenza facciale del modello da parte dell’artista, non solo permette una grande espressività, ma consente anche spesso di tradurre la personalità del soggetto in un linguaggio visivo.
Qui sfilano teste-scultura di particolare bellezza, dove il volto umano emerge da forme decisamente insolite, ma di grande impatto visivo come Testa (1915) di Jacques Lipchitz, Testa appuntita (1930 circa) di Julio Gonzalez, L’imbecille (1961) di Max Ernst, le due Maschera (dopo il 1939) di André Derain, la scultura in bronzo Jeannette IV (1911) di Henri Matisse, la splendida Musa dormiente di Constantin Brancusi, Testa e Testa di donna (1914 e 1922) di Joseph Csáky, Personaggio (1970) in bronzo di Joan Mirò. E ancora pitture dove la figura umana è scomposta, duplicata, smontata come nel Ritratto di Madame Heim (1926-1927) di Robert Delaunay, Contadino con ombrello (1914) di Alberto Magnelli, Thorwaldsen (1980-1981) di Valerio Adami, Donne in un interno (1922) di Fernand Léger, Ritratto di Madame V.d.K (1962) di Martial Raysse.
4. Chaos e disordine
I lavori di questa sezione condividono una pazza gioia nell’imperfezione, l’esatto opposto degli standards di bellezza perfetta ereditati dal classicismo dell’Antica Grecia.
Sia Bacon che Giacometti producono figure sempre sul punto di rompersi, fatiscenti o destrutturate. “Collasso dell’essere”, come ha sottolineato Jean Clair.
Nell’impressionante ritratto di Giacometti, la miniaturizzazione della testa, che pare essere collocata sullo sfondo dell’intero corpo, trasmette l’intero potere e autorevolezza del modello: “un piccolo ammasso di vita, pesante come un sassolino, pieno come un uovo”, come ha scritto lo scrittore Jean Genet. La faccia universalmente umana di Giacometti è anche l’espressione della battaglia senza senso della vita.
Ed ecco infatti le figure rarefatte e scomposte, sintesi purissime della figura umana, Diego (1954) e Isaku Yanaihara (1956) di Alberto Giacometti, Il sorvegliante (1972) di Jean Dubuffet, Donna con cappello (1935), Ritratto di donna (1938) e Il cappello a fiori (1940) di Pablo Picasso, Testa d’uomo (1935) di Joan Mirò, Ralf III (1965) di Georg Baselitz, Ritratto di Michel Leiris (1976) di Francis Bacon, tutti capolavori dove gli artisti portano alle estreme conseguenze il dissolversi della figura umana, al tempo stesso infondendovi la drammaticità e la finitezza del vivere.
5. Il ritratto dipinto dopo la fotografia
In contrasto con il progressivo sviluppo del ritratto accademico attraverso lunghe sedute, alla metà dell’Ottocento la fotografia offrì il miracolo, ma forse anche la dittatura, dello scatto istantaneo. Fare un ritratto significa ora rivelare il soggetto in un istante, dando una garanzia di naturalezza e obiettività. Mentre la fotografia ha imitato e riprodotto le convenzioni della pittura, specialmente nel campo del ritratto, la pittura ha seguito un sentiero identico ma simmetrico, adottando il principio di posa con scatti improvvisati (Cassandre), con prospettive abbassate o sommerse (Beckmann, Derain), affermando nello stesso tempo le qualità del dipingere, sia nei materiali che nel soggetto (Marquet o Derain). La pittura del XX secolo ha superato la fotografia e rifiutato il principio di obiettività a favore dell’affermazione di una situazione pittorica.
La sezione finale della mostra è un eccezionale colpo d’occhio su alcune opere di grande perizia formale, dove gli artisti fanno a gara nel far emergere la personalità del soggetto.
Tra i più importanti dipinti ricordiamo: Ritratto di Erik Satie (1892-1893) di Suzanne Valadon, André Rouveyre (1904) e Nudo su divano (1912) di Albert Marquet, Kizette al balcone (1927) di Tamara de Lempicka, Ritratto della Baronessa Gourgaud (1924) di Henri Matisse, Ritratto di Lucie Kahnweiler (1913) di André Derain sino ai più recenti Stravinsky (1974) di Erro, Arne (1999-2000) di Chuck Close.
In questa sezione si fanno anche vere scoperte, dipinti di autori meno conosciuti, ma di una fortissima potenza espressiva, quali: Pierre-Jean Jouve (1909) di Henri Le Fauconnier, Ritratto di Chaliapine (1921-1922) di Boris Grigorieff, Ritratto di Maurice Ravel (1902) di Henri Manguin, L’attrice Paulette Pax (1928) di Kees Van Dongen, Ritratto di Guynemer (1922) di Roger de La Fresnaye, Ritratto della baronessa Gourgaud con mantilla nera (1923) di Marie Laurencin, Ritratto di Pierre Reverdy (1943) di Cassandre.
Una carrellata di volti, figure, posture di un’intensità straordinaria, attraverso la quale la mostra raggiunge quindi lo scopo di raccontare l’evoluzione del genere ritratto nel XX secolo, con capolavori assoluti di grandi maestri e opere di grandissimo livello di artisti meno noti, che è un vero piacere scoprire e apprezzare.
Il catalogo dell’esposizione, edito da Skira, contiene il saggio del curatore Jean-Michel Bouhours e un testo di Flaminio Gualdoni sul Novecento e le ragioni del ritratto, nonché le illustrazioni di tutte le opere esposte.

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