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Indignarsi non basta

Creato il 26 dicembre 2012 da Tabulerase

Indignarsi non bastaAd un passo dallo stesso default che ha colpito la Grecia, l’Italia ormai è sprofondata in una drammatica crisi recessiva la cui gravità è stata deliberatamente occultata dalla nostra classe politica da sempre guidata da ideali e tensioni generate tutte dal grande male del nostro Paese: il familismo amorale. Un male che pervade l’intera società italiana, e segnatamente quella meridionale, che all’interno del sistema politico si declina nell’avidità come ideale politico condiviso, nella menzogna come forma privilegiata di comunicazione, nella mistificazione eretta a strategia di governo, e nel compromesso inteso come metodo necessario di azione. Un male che, come racconta Federico Rampini in Non possiamo permetterci uno Stato sociale. Falso (2012), è generato da un modello culturale “… segnato dall’evasione fiscale record, dalla mancanza di spirito civico, dal nepotismo che esclude la meritocrazia … disvalori che a loro volta sono alimentati dall’inefficienza dello Stato, dalla corruzione, dal collasso della giustizia”.

La classifica mondiale 2012 dei paesi più corrotti pubblicata da Transparency International, colloca l’Italia in una posizione peggiore rispetto al 2011. Il nostro Paese è scivolato di ben tre posizioni, passando dal 69° posto del 2011 al 72° attuale, rivelando un trend che pare essere in sintonia con la spregiudicata tendenza del sistema politico al mantenimento di privilegi arcaici e prebende antidemocratiche, come conferma la storia infinita e controversa del ddl anticorruzione definito dall’Associazione nazionale dei magistrati e dal Consiglio superiore di magistratura come “… l’ennesima occasione mancata”.

Il dumping etico e politico si è ormai tradotto in un disastro sociale di dimensioni preoccupanti i cui costi pesano tutti sulle spalle dei cittadini che assistono, purtroppo inermi, al peggioramento inarrestabile delle condizioni di vita generato da una politica ambigua e populista, ammorbata da antichi rancori ideologici e ispirata ad un libertarismo di reaganiana memoria. Una politica che, da un lato, ha imposto la filosofia devastante del positive thinking (che nega la crisi e millanta un benessere diffuso) e, dall’altro, ha avviato una spregiudicata strategia di austerità ed aumento delle tasse, particolarmente attenta alle esigenze di risanamento dei conti pubblici ma insensibile ai bisogni delle persone. Tutto questo ha prodotto un bilancio sociale nefasto che, secondo Barbara Spinelli in Lo spirito del tempo di qualche giorno fa, su la Repubblica, origina da una situazione in cui “… l’occhio fissa lo spread, dimentico del nesso fatale tra disoccupazione, miseria, democrazia”.

I dati disponibili forniti da Bankitalia, Istat, Federconsumatori e CGIA di Mestre in questo scorcio di fine 2012 sono inquietanti e raccontano di un progressivo impoverimento generale e di un aumento inarrestabile delle disuguaglianze sociali, superiori alle medie europee: il 28,4% della popolazione italiana è a rischio povertà o esclusione sociale, il tasso complessivo di disoccupazione è pari all’11,1% (con la prospettiva, secondo l’Ocse, di un incremento nel 2013 fino al 13%), il tasso di disoccupazione dei giovani, con età compresa tra 15 e 24 anni, si attesta intorno al 36,5% ed il potere d’acquisto delle famiglie si è ridotto del 4,1% rispetto al 2012. Una crisi confermata dalle analisi di Nouriel Roubini che nell’articolo The eurozone’s delayed reckoning (2012) non scorge nel breve periodo nessuna prospettiva di superamento dello “shock fiscale”.

Nonostante ciò, continuiamo ad assistere a scelte che incidono pesantemente sui redditi e sulla crescita del Paese e che tra il 2011 ed il 2012 si sono tradotte in un incremento di imposte, tariffe e tasse, locali e centrali, che pesano sulle famiglie italiane mediamente per duemila euro. Basti pensare all’introduzione dell’Imu (figlia della scellerata decisione di cancellare l’Ici) poi estesa dalla seconda alla prima abitazione, con un aumento delle rendite catastali fino al 60% o alla successione convulsa di incrementi delle addizionali Irpef, regionali e comunali; o ancora alla moltiplicazione delle accise sulla benzina che solo nel periodo 2011-2012 sono aumentate per ben otto volte, con un incremento pari al 16%.

A ciò va aggiunto quanto previsto dalla Legge di stabilità 2013, dalla recente Tares, la tassa sui rifiuti e servizi che sostituisce la Tarsu, alle nuove addizionali Irpef previste per il 2014, dal taglio imponente dei trasferimenti alla Sanità pari a 1,6 miliardi di euro nei prossimi due anni, alla riduzione drammatica di risorse alle Università che, già provate dai tagli superiori a 520 milioni di euro nel periodo 2009-2012, si vedranno cancellare ulteriori 300 milioni circa a fronte dei 400 richiesti. Misure di austerità queste già ampiamente criticate nell’ambito del dibattito economico internazionale che, a fronte del fallimento del capitalismo finanziario, auspica politiche progressiste di regolamentazione dei mercati e delle attività finanziarie ed un intervento dello Stato capace di liberare risorse per promuovere la crescita e restituire centralità alle persone. Proprio lo scorso ottobre, l’economista Jeffrey Sachs, nell’articolo The lost generation, ha bocciato libertarismi ed austerità affermando che “il successo economico di un paese dipende dalla qualità del suo sistema scolastico, dalle competenze dei suoi cittadini e dalla salute della sua popolazione”.

Come se non bastasse, manca ancora una vera tassa sui patrimoni e sui redditi di quegli italiani che, pari circa al 20% dei più ricchi, da soli detengono il 37,4% della ricchezza totale del Paese (contro il 20% dei più poveri che detiene appena l’8% del reddito complessivo). Così come manca una politica industriale che, superando il nefasto teorema Marchionne, animi le risorse migliori del Paese incentivando la ri-localizzazione delle imprese ed il riequilibrio del rapporto tra reddito da forza lavoro e capitale, fortemente sbilanciato a favore di quest’ultimo come sostenuto dal Nobel per l’economia Paul Krugman qualche giorno fa nel suo articolo Robots and robber barons.

Tutto questo mentre Barack Obama ha avviato negli USA un piano di risanamento del Paese, fortemente progressista, aggressivo nei confronti dei cosiddetti “Padroni dell’universo” (i grandi CEO degli istituti di credito ed assicurativi del Financial forum service che sono all’origine della recessione attuale), nel tentativo di ridare respiro a quel sogno americano distrutto da una politica negletta fortemente libertaria che con George W. Bush ha avuto la sua massima espressione. Ma anche per ridurre quelle disuguaglianze sociali che, parzialmente arginate in sanità col precedente mandato, sono ancora forti in ambito occupazionale, fiscale e scolastico. Queste scelte politiche hanno consentito ad Obama di essere indicato dalla rivista Time per la seconda volta person of the year per la sua capacità, come afferma Vittorio Zucconi, di porsi come il “… garante di una nuova stabilità … che tiene faticosamente assieme le pezze a colore dell’inquieto arlecchino americano”, diventando protagonista della riappropriazione del ruolo dello Stato nella vita delle persone e della crescita del paese.

Non sorprende, quindi, che Salvatore Settis, intellettuale critico e severo, da anni impegnato sui temi della difesa del bene pubblico, abbia sottolineato in Azione popolare. Cittadini per il bene comune (2012) che “… i problemi del Paese e le sue potenzialità escono dall’orizzonte della politica … una nuvola di cinismo e di trucchi verbali oscura i nostri bisogni evocando dal nulla l’ectoplasma di una dimensione fittizia, non aderente al vero, ma presentata come la sola realtà … una minuta trama di leggi, norme, decreti, prassi di governo e sottogoverno che in crescente inaderenza alle esigenze del Paese ha creato la deriva che viviamo, contraria allo spirito e alla lettera della Costituzione”. Insomma, una politica che abdicando al proprio ruolo di tutore e garante del bene pubblico e di principi come libertà, giustizia, uguaglianza, rappresenta una vera antinomia configurandosi essa stessa come la più autentica negazione di se stessa. L’unica, vera antipolitica.

È la stessa politica emersa dalle macerie della Prima Repubblica da cui ha ereditato i tratti peggiori, che ha sdoganato quel sistema di potere eversivo, pervasivo e radicato nel Paese, svelato già a partire dal 1981 sia dall’inchiesta giudiziaria di Gherardo Colombo e Giuliano Turone sul caso Sindona e sulla Loggia P2 che dalla successiva Commissione Anselmi. La Seconda Repubblica ha restituito vigore ad una politica storicamente associata ad una realtà istituzionale definita da Giuseppe Carlo Marino, in La Repubblica della forza (1995), come “… un’occulta repubblica … criminale, opposta alla repubblica dell’esperienza democratica”. Le inchieste giudiziarie in corso sulla Loggia P3 e sulla Loggia P4 fino all’inchiesta G8 che ha coinvolto i vertici della Protezione civile e del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, indipendentemente dagli esiti, ne sono una testimonianza agghiacciante.

Ma il vero scandalo cui siamo costretti ad assistere, scontando il prezzo altissimo di un’ignavia atavica che ci ha resi complici del potere di turno, è la sistematica distrazione dai problemi più autentici del Paese con vicende che restituiscono una immagine di grande miseria culturale e politica della nostra classe dirigente. Basti pensare alla vicenda delle primarie del PD (un partito irrisolto, privo di idee chiare e coerenti, nato per puro opportunismo strategico) e di quelle mai realizzate dal PDL (un vero partito artificiale, personalistico, di ispirazione demagogica e populista), al dibattito sull’opportunità di una legge elettorale per ripristinare il principio della democrazia rappresentativa (che rievoca la menzogna di una legge comoda a tutti i partiti), al ritorno in campo di Silvio Berlusconi (che celebra il male politico dell’ultimo ventennio: il conflitto d’interessi) ed ai conflitti tra la Presidenza della Repubblica e le Procure che si occupano delle inchieste sulla trattativa Stato-mafia (che distorcono la realtà istituzionale e negano ai cittadini il diritto ad una giustizia compiuta).

Tutto ciò contribuisce all’immagine di un sistema istituzionale e politico privo di credibilità, di autorevolezza e di proposte, a tratti ostile allo spirito democratico della lettera costituzionale, che dovrebbe evocare sentimenti di indignazione generale e costringere le coscienze ad un giudizio politico stringente e indifferibile. Invece, genera una frustrante e avvilente sensazione di impotenza nei cittadini depredati ormai definitivamente della sovranità popolare e della possibilità di affidare le proprie speranze ad una rappresentanza eletta democraticamente. Nei fatti il nostro sistema politico ha attivato meccanismi di selezione del personale e di rappresentanza politica discutibili e ostili al cambiamento che perpetuano il vecchio e impediscono un vero ricambio culturale. Con buona pace per gli auspici di Pietro Ingrao che, in Indignarsi non basta (2011), esortava le nuove generazione a non fermarsi alla sola indignazione, ma alla riappropriazione concreta della politica attraverso la militanza attiva per cambiarne dall’interno pratiche e metodi. Porcellum docet.

foto senatore macro-lab


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