Magazine Economia

Inflazione e moneta endogena. (3) Domanda e offerta di moneta

Creato il 21 marzo 2013 da Keynesblog @keynesblog

Banks

Siamo arrivati al terzo appuntamento della serie “Inflazione e moneta endogena”. In questo articolo esamineremo come il credito bancario possa essere individuato quale causa della crescita delle masse monetarie.

[articoli precedenti]

4. Domanda e offerta di moneta

Se, come abbiamo visto nelle scorse puntate, l’aumento dei costi guida a breve termine dell’aumento dei prezzi, possiamo ora ipotizzare l’effetto che questo processo avrà sulle masse monetarie: un incremento dei prezzi P richiederà un aumento della moneta M per rappresentare i medesimi beni prodotti (Q) dall’economia. Servirà più moneta anche nel caso in cui l’economia sia in una fase di crescita (cioè quando Q aumenta), a prescindere dall’inflazione, perché vi saranno investimenti crescenti, più persone lavoreranno, aumenteranno i consumi e i beni e servizi acquistati: vale a dire l’aumento della domanda aggregata, la quale guida la crescita economica tanto nel breve quanto nel lungo periodo, secondo il principio keynesiano della domanda effettiva, .

Ci si chiede a questo punto dove il settore reale (imprese, famiglie) prenda la moneta aggiuntiva rispetto al periodo precedente. La risposta più immediata è che essa proviene dalle banche, attraverso i prestiti. Una conferma dovrebbe venire dal confronto tra la crescita delle masse monetarie (offerta) con la crescita dei prestiti (domanda):

credit-m2

Credito totale Banche commerciali [blu] – Moneta (M2) [rosso], Stati Uniti

Si noti che il “ciclo” del credito anticipa quello della massa monetaria M2.

Il grafico seguente mostra l’andamento dell’aggregato monetario M3 e dei prestiti nell’area euro

Fundamental4_20120328132952

Gli andamenti sono molti simili e ravvicinati. Si tenga presente che l’anomalia tra il 2001 e il 2003 è spiegata dalla BCE come un’elevata preferenza per le attività liquide da parte degli operatori (che comunque è anch’esso un fenomeno che riguarda la domanda e non l’offerta della moneta). Depurando la serie M3 da tale preferenza, l’andamento torna simile a quello dei prestiti (si veda a pagina 30 di questo working paper della BCE [link])

Possiamo ora quindi avanzare l’ipotesi opposta a quella della TQM: la massa monetaria non dipende dall’offerta di moneta “esogena”, sotto il controllo della banca centrale, ma dalla domanda di moneta da parte dell’economia e dalla “propensione al prestito” (o meglio propensione al rischio) delle banche.

Se così è, allora un’eventuale crescita dell’offerta di moneta da parte delle banche centrali (base monetaria) che vada oltre la domanda da parte dell’economia, ad esempio attraverso i cosiddetti “quantitative easing” (l’acquisto di grandi quantità di titoli da parte delle BC in cambio di nuovo denaro), non dovrebbe causare né un sensibile aumento della quantità complessiva di moneta né un corrispettivo aumento dell’inflazione. Il grafico seguente mostra la crescita della base monetaria (la moneta “stampata” dalla banca centrale) in confronto con l’aggregato monetario M2 e l’indice dei prezzi, negli USA.

m2-mb-cpi

Base monetaria [blu], M2 [verde], inflazione [rosso], Stati Uniti, 1980=100

Queste sono invece le variazioni delle stesse tre variabili:

m2-mb-cpi-var

Si tenga conto che l’aumento della base monetaria nel 2008 (a cui sono seguiti ulteriori Quantitative Easing) è stato di proporzioni enormi. Anche volendo ipotizzare che tale liquidità aggiuntiva abbia influenza sull’inflazione solo nel lungo periodo, siamo ormai a 5 anni dal primo grande QE e nel frattempo altri ne sono seguiti. Eppure l’inflazione si è sempre mantenuta estremamente modesta, anche quando l’economia è tornata a crescere (negli USA) dopo il 2009.

Non solo, anche la moneta M2 non ha seguito l’andamento della base monetaria, diversamente dagli anni precedenti, in cui, almeno per alcuni periodi, questa relazione sembrava stabile. 

mb-m2

Base monetaria [blu], M2 [rosso], Stati Uniti

Cade quindi l’idea che il moltiplicatore monetario abbia rilevanza nel processo di creazione della moneta. La relazione base monetaria/quantità di moneta, insomma, sembra “rompersi” se la banca centrale decide di “stampare in eccesso” rispetto alle esigenze dell’economia.

Vi sono diversi modi per spiegare la mancata esplosione dell’inflazione e delle masse monetarie. Keynes sosteneva ad esempio che la velocità della moneta (numero di transazioni in un dato tempo) precipita durante una crisi perché la gente tende a non spendere, ma a detenere scorte liquide di moneta in risposta all’incertezza. Inoltre sappiamo che grande parte della liquidità aggiuntiva è rimasta nei depositi delle banche commerciali presso le banche centrali, cioè le banche stesse hanno usato la moneta come riserva di valore (si veda l’articolo sulla preferenza della liquidità delle banche).

In ogni caso l’ipotesi di una relazione causale del tipo:

Base Monetaria → M → P

non sembra in grado di dar conto in modo soddisfacente di una serie di fenomeni che accadono tanto in periodo di crisi quanto in periodo di espansione.

Serve probabilmente qualcosa di più solidamente poggiato sui reali meccanismi della creazione monetaria: una teoria della moneta “endogena”, cioè un modello in cui le masse monetarie dipendono dalla domanda e dalla creazione di moneta da parte delle banche, piuttosto che dall’offerta “esogena” sotto il controllo della banca centrale.

[continua]


Archiviato in:Economia, moneta endogena, Teoria economica Tagged: masse monetarie, moneta endogena, prestiti

Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :