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Internet in ufficio: come combattere i “Lavativi 2.0”

Creato il 20 marzo 2017 da Propostalavoro @propostalavoro

Internet in ufficio: come combattere i “Lavativi 2.0”Quanto tempo trascorri sul web? Molto più di quanto pensi. Ti do un consiglio, fai un giro sul web. Troverai persone come te, come me, che confessano: “Da non credere! Sei ore e mezza vivevo attaccata allo smartphone! Stavo buttando via almeno un quarto della mia giornata, su Whatsapp, Facebook, Youtube… E non me ne rendevo conto!”. Ascoltare queste parole è come guardarsi allo specchio. Ti fischiano le orecchie? Ti riconosci?

E soprattutto: quanto tempo perdi su Internet nel posto di lavoro?  Sei entrato anche tu nel club dei Cyberloafing? Non sai cosa vuol dire? Apri il dizionario! Cyberloafing significa “Ozio telematico”, significa “Usare il computer dell’ufficio per scopi estranei al lavoro”. Stiamo parlando di “Lavativi 2.0”, guarda i numeri! Il 65% segue siti web di News e notiziari, il 58% invia email personali, rigorosamente dalla posta elettronica aziendale, il 36% prenota viaggi e vacanze, il 35% si dedica a Chat e messaggistica istantanea (Skype, tanto per intenderci), il 4% segue siti porno (un numero, questo, largamente sottostimato). Nei casi più gravi, poi, pornografia, shopping, gioco online, se compulsivi, possono rivelare una grave malattia, l’Internet Addiction Disorder.

Quanti sono in Italia i "Lavativi 2.0"? Non lo sappiamo esattamente. A fatica, conosciamo il numero dei lavoratori che ricorrono alle ASL locali per guarire da Internet Addiction. Ma ciò non basterebbe a dirci quanti lavoratori fanno Cyberloafing nell'orario di ufficio. Fare Cyberloafing non vuol dire essere “malati di Internet”. Spesso chi fa Cyberloafing, non è malato, è solo un "Lavativo 2.0".

E quanto tempo perdono mediamente gli italiani in ufficio su Internet? L’Università di Verona nel 2010 ha intervistato in via anonima 200 Lavoratori. Il 39% degli intervistati ha dichiarato di fare Cyberloafing circa 14 ore mensili e 140 ore annuali. Il 27%, addirittura, ha dichiarato di fare Cyberloafing per 5 ore alla settimana. I numeri sono certamente sottostimati, ma sono comunque giganteschi!

E sono ore lavorate, quindi ore retribuite, letteralmente buttati via! A far due conti “della serva”, l’azienda, in questi casi, butta via all’anno l’equivalente di due “tredicesime” lorde! Proprio così, fai due conti. La paga oraria di un impiegato del Terziario, contributi compresi, è di almeno € 15. 14 ore mensili di Cyberloafing sono € 210 di paga mensile. 140 ore annuali di Cyberloafing sono € 2.100 di paga annuale. Cifre enormi! Immagina cosa può significare in termini di fatturato perso. Immagina, poi, se in Azienda i Lavoratori Cyberloafing sono più di uno!

E tutto questo solo per l’Italia! Per un Paese, tra l’altro, notoriamente arretrato dal punto di vista digitale. Non abbiamo parlato dell’Europa, degli USA, dove il problema è noto da almeno 20 anni, dagli albori di Internet.

Il problema c’è ed è grave. Cosa si può fare?

Io rispondo: per prima cosa, il Professionista delle Risorse Umane deve capire perché questi fatti si verificano nella sua azienda.

Lo so, direte che faccio del “buonismo”: direte Voi, l’Azienda deve difendersi, deve reprimere. Molte aziende italiane, del resto, hanno bloccato i siti web di gossip, social estranei al lavoro (“Sei Aziende su dieci”, secondo la stima approssimativa del Dott. Federico Tonioni del 2013).

Anche io dico, la repressione serve! Se la causa del problema sono le “regole” che non vengono fatte rispettare (come dicono Blanchard e Henle), allora la repressione serve. Sgrida il Lavoratore per il tempo che perde su Internet, vedrai che la smetterà! Del resto, si sa “patti chiari, amicizia lunga”.

Ma la repressione non serve, quando l’Azienda il Cyberloafing se lo va a cercare! Può darsi, cioè, che in un’Azienda ci sia Cyberloafing, perché i carichi di lavoro tra i Lavoratori sono irrazionali! In questi casi, azioni disciplinari, licenziamenti possono diventare per l’Azienda un vero e proprio boomerang. In questi casi, l’Azienda potrebbe addirittura essere condannata per aver causato al Lavoratore la “Dipendenza Internet” (Internet Addiction Disorder). Al danno, si aggiungerebbe la beffa, anche per colpa della nostra legge italiana, barocca e confusa. Certo, in questi casi, vale il detto chi è causa del suo mal pianga sé stesso! Per questo, contro il Cyberloafing  in Azienda, non basta reprimere, occorre prevenire!

Come per il cancro, anche per il Cyberloafing serve la “diagnosi precoce” del problema.

Talvolta, ad esempio, l’ “ozio telematico” del Dipendente può cessare con un semplice cambio dell’orario di lavoro. Se l’ “ozio telematico” del tuo lavoratore è concentrato nel pomeriggio, se al mattino il tuo lavoratore rende di più, non c’è storia: il lavoratore deve lavorare il mattino! In altri casi, una soluzione possibile potrebbe essere il “telelavoro”, il lavoro da casa, oggi chiamato smart working.

Servono, poi, contratti chiari e mansioni definite. Evita di affidare gli stessi compiti a più lavoratori! Questi si pesteranno i piedi a vicenda, bisticceranno continuamente e quello che soccombe, frustrato, più facilmente si rifugerà nel Cyberloafing. L’Università di Verona ce lo dice! Il Cyberloafing diminuisce tra lavoratori a tempo indeterminato e con compiti chiari, ma cresce notevolmente tra lavoratori “precari” o con compiti non chiari. Pare di capire che imprese dalle organizzazioni barocche, con lavoratori dai compiti confusi e duplicati sembrano il miglior “brodo di coltura” del Cyberloafing. Pensiamoci!

Contro i “lavativi 2.0” serve pugno di ferro, ma anche molta pratica.

E tu cosa ne pensi? Cosa dovrebbe fare un’Azienda contro i “lavativi 2.0”? Qual è la tua esperienza? Lascia un commento (educato)! Mi interessa molto il tuo punto di vista. Grazie in anticipo.


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