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Intervista a Paolo Zardi

Creato il 29 maggio 2015 da Temperamente

(intervista ripresa dal blog di Upspringer.com)

Neanche un mese fa alla NEO edizioni, piccola casa editrice abbruzzese, s’è svegliata con una grande notizia: uno dei suoi libri, il romanzo dell’ingegnere Paolo Zardi, XXI secolo, era tra i finalisti del Premio Strega 2015, promosso dagli amici scrittori Valeria Parrella e a Giancarlo De Cataldo.

Per chi conosce un po’ le regole del gioco, capirà lo stupore e la piacevole sorpresa della candidatura: a questo premio concorrono le più grandi case editrici, che, quasi a turno, di anno in anno, vincono il premio – bizzarra coincidenza che ha lasciato perplessi ben più di un critico e di un lettore.

Ecco perché vedere un piccolo editore partecipare al Premio Strega fa un certo effetto. Ed ecco perché siamo stati felici di intervistare Paolo.

Com’è stato il giorno in cui diventasti scrittore?
Ho scritto il mio primo racconto a sette anni, in seconda elementare, una mattina in cui la maestra era assente e la supplente ci aveva lasciato due ore libere. Era la storia patetica di un pulcino che doveva affrontare mille avventure – una storia verso la quale, con il senno di poi, provo un certo imbarazzo.
Ho continuato a scribacchiare fino ai vent’anni; poi, un silenzio assoluto per i successivi quindici, durante i quali ho scritto qualche poesia, due tesi di laurea, relazioni tecniche e molte, molte email di lavoro. Il 5 gennaio del 2006 ho aperto, senza un progetto specifico, un blog; nel giro di qualche mese mi sono reso conto che scrivere era ciò che più di ogni altra cosa mi definiva. La pubblicazione di un libro, e tutto quello che ne consegue, sono un effetto collaterale della scrittura, ma non ne costituiscono l’essenza. Se dovessi scegliere un giorno preciso, penso a un pomeriggio di maggio del 2006, mentre, tornando in treno da Belluno, scrivevo un post: è stato in quel momento che ho capito di essere, al di là di qualsiasi fatto contingente, di essere uno scrittore. E posso assicurare che è stata una bella sensazione!

Come hai accolto la notizia della candidatura al premio Strega? Cosa ne pensi dei premi letterari?
Penso che i premi letterari funzionino come un faro puntato sui libri: anche quando producono polemiche, e forse soprattutto in questi casi, finiscono per aiutare il mondo dell’editoria. La notizia della candidatura allo Strega, e ancor di più quella del passaggio alla fase finale del premio, mi ha colto di sorpresa: il mio romanzo è uscito per la Neo Edizioni, una piccola casa editrice che, paragonata alle altre, sembra David di fronte a Golia. Ma questo risultato, comunque inaspettato, non arriva per caso: la Neo ha avuto il merito di aver seguito, nel corso degli anni, un percorso esemplare, attraverso scelte chiare, coerenti e coraggiose, e sono felice che l’editoria si sia accorta di questa realtà. E anche se conciliare il lavoro, la famiglia, e i numerosi impegni che questa candidatura pretende, richiede molto impegno, cerco di vivere questa avventura con la spensieratezza che hanno gli outsider quando arrivano a traguardi prestigiosi.

E’ partita un’iniziativa molto “social” e originale relativa al tuo romanzo: i lettori mandano foto e suggeriscono colonne sonore ispirate al tuo libro e alla loro vita. Chi ha avuto quest’idea?
La Neo Edizioni è una piccola casa editrice che però può contare su uno splendido ufficio stampa, portato avanti con intelligenza e fantasia da Francesca Fiorletta. L’idea delle foto e della colonna sonora è sua e parte da un principio fondamentale: il libro non è di chi lo scrive, ma di chi, leggendolo, lo fa suo. Questo flusso di ritorno, questo feedback così originale, ci gratifica e, credo, gratifica anche i lettori, che possono contribuire a definire un’idea più generale del XXI secolo.

Qual è il tuo rapporto con i social network? E come pensi che dovrebbe interagire uno scrittore con essi?
Ho aperto un blog all’inizio del 2006, ho account su Twitter nel 2007, e un profilo Facebook dal 2008: posso dire, quindi, di aver sempre partecipato attivamente al mondo del social network, con soddisfazione, ma anche con gli inevitabili episodi di rigetto. La maggior parte delle mie amicizie legate al mondo dell’editoria è nata grazie ai social, che mettono in contatto persone non sulla base di criteri geografici ma, piuttosto, su interessi comuni. Funzionano, funzionano bene, e posso tranquillamente dire che senza Internet non sarei mai arrivato alla pubblicazione – probabilmente, non avrei mai neppure iniziato a scrivere.
Sui social network uno scrittore dovrebbe provare a produrre contenuti, lasciando la promozione dei libri all’editore o all’’ufficio stampa. Personalmente seguo alcuni profili davvero notevoli, da questo punto di vista – penso a Fabio Viola, il cui ultimo romanzo “I dirimpettai”, candidato allo Strega con Baldini e Castoldi, è nato su Facebook, e a Stefano Sgambati, i cui status hanno, in molti casi, un indiscutibile valore letterario: entrambi dimostrano che FB non è solo gattini e razzismo alla Salvini. Continuo comunque a credere che è verso i blog che gli editori e i lettori dovrebbero puntare il loro sguardo – dopo anni di sbronza collettiva, dove chiunque ne aveva uno, sono sopravvissuti i migliori, che nel frattempo hanno acquisito ancora più consapevolezza.

Se non avessi trovati un editore, avresti mai valutato l’autopubblicazione?
Il tema dell’autopubblicazione è complesso e ha molte sfaccettature. La distinzione fondamentale da fare è tra “editoria a pagamento” e “self publishing”. Nel primo caso, una casa editrice, o una tipografia che si presenta come tale, chiede un contributo all’autore per la pubblicazione di un libro. Il problema di questo approccio sta nell’equivoco che ci sta sotto: l’autore è convinto che questa operazione porterà il suo libro in tutte le librerie d’Italia, ma non è affatto così. In Inghilterra questo tipo di pubblicazione ha un nome molto eloquente: vanity press. E’ un approccio che non mi piace, e che mi sento di sconsigliare vivamente, perché si basa su false aspettative. Pragmaticamente, non solo la pubblicazione del libro passa inosservata, ma in futuro questa scelta può rappresentare una piccola macchia sul proprio curriculum.
Diverso è il discorso del self publishing. In questo caso un autore decide di stampare un proprio libro, o di renderlo disponibile in formato digitale, senza avvalersi di intermediari. E’ un atto coraggioso, e pieno di dignità che può produrre, in taluni casi, risultati davvero interessanti – penso a La centesima finestra di Morena Fanti, un romanzo pienamente riuscito, e forse un po’ superficialmente trascurato dalle case editrici, che senza l’autopubblicazione probabilmente non avrebbe mai visto la luce.

Sinossi de XXI Secolo:
In un imprecisato futuro del ventunesimo secolo, un uomo percorre le strade di un’Europa assediata dalla crisi e dalla povertà. Vende depuratori d’acqua porta a porta fissando appuntamenti da desolati centri commerciali. Ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione e rigore avendo come unica ragione di vita sua moglie e i suoi due figli. Che sia un’intera società ad essersi illusa o un singolo individuo, la forza d’urto di una certezza che crolla dipende da ciò che si è costruito sopra.
Guardando dritto negli occhi un Occidente in declino, Paolo Zardi racconta il tentativo struggente di un marito di capire quali verità possano nascondersi sotto le macerie delle proprie certezze, lo sforzo commovente di un padre di proteggere la sua famiglia quando tutto sembra franare.
Opera al contempo intima e universale, XXI Secolo è una domanda fondamentale sull’identità e sulla capacità dell’animo umano di sondarne le profondità più nascoste; è il tentativo di comprendere quale significato possano ancora avere, negli anni che ci attendono, la parola “amore” e le sue molteplici forme.


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