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"italia, cresci o esci!": quali strade per il futuro?

Creato il 30 settembre 2012 da Alessandro @AleTrasforini


Il primo buon motivo per interessarsi alla lettura del libro scritto a quattro mani da Roger Abravanel e Luca D'Agnese è contenuto sin dalla prefazione, nella quale viene chiarito il "target" a cui questa opera è rivolta: "[...]E' proprio ai giovani italiani che è diretto questo libro. Per coinvolgerli. Per spiegare loro ciò che sta veramente succedendo nel loro Paese e quanto tutto ciò è diverso da quello che sentono ripetere tutti i giorni.  Per convincerli che la trasformazione, ancorchè epocale, è davvero possibile.  E per dare loro suggerimenti concreti su ciò devono fare per crescere e non 'uscire'.[...]" Suggerimenti concreti per arginare tutti i fallimenti (economici, sociali, ambientali, [...]) a cui sembra (inevitabilmente?) destinata questa Italia. Il titolo dell'opera è il primo investimento da poter fare: crescita od uscita. Il concetto di "crescita" è una voce generica che può racchiudere al suo "interno" una larghissima serie di provvedimenti su cui è urgente fare affidamento.  Capire le mancate occasioni italiane significa anche, a conti e fatti, svolgere un'analisi dettagliata "attorno" alle cause che hanno portato il nostro Paese ed una parte del mondo ad avviarsi verso un periodo storico fatto di parole chiave quali "crisi" e "recessione": quali motivi si nascondono oltre questa "cronologica discesa"? Il ragionamento svolto dagli autori è ulteriormente esteso a concetti trasversali della parola "crisi":  "[...]Il termine 'crisi' indica in genere un momento di passaggio [...] da una fase economica a un'altra.  Nel passaggio, molti subiscono perdite di denaro e riduzioni del reddito, calano i posti di lavoro, ma poi[...] la crisi finisce. Molti non ritornano alle condizioni iniziali, ma l'economia nel suo complesso ritrova una sua stabilità. La crisi attuale appare 'diversa': dura da quasi quattro anni e non accenna affatto a finire, alternando alti e bassi, momenti di panico a periodi di relativa calma. E' dunque un errore continuare a chiamarla 'crisi', visto che sta diventando uno stato semipermanente che caratterizza le nostre vite? [...]" L'inaffidabilità e l'inadeguatezza del sistema Italia nel fronteggiare questo periodo sono divenute realmente manifeste d'improvviso?  A cosa è realmente dovuta questa perdita di credibilità nei confronti di un Paese che, come quello italiano, risulta da anni al palo in moltissimi campi?  E' possibile trovare risposte a domande come queste nell'opera in questione:  "[...]In questi mesi abbiamo capito, tutti noi italiani, che la situazione del Paese è grave e dobbiamo tutti impegnarci per uscire da questa crisi. Ancora fatichiamo a capire, però, che per risolvere il 'caso Italia' non bastano i tagli e le imposte.  Per salvare noi stessi e assicurare un futuro ai nostri figli, la regola deve essere la crescita: senza svilppo sarà impossibile riconquistare la fiducia dei mercati internazionali, ridurre il debito pubblico e la pressione fiscale, creare nuovi posti di lavoro.  Perchè questo accada, dobbiamo liberarci dei vecchi pregiudizi [...] e rendite di posizione.  E' necessario superare il tradizionale immobilismo della società italiana, per abbracciare la 'cultura della crescita'.  Serve una rivoluzione, fondata su meritocrazia e rispetto delle regole: non solo perchè è moralmente giusto, ma soprattutto perchè è più conveniente per tutti. [...] un manifesto per la crescita, con proposte concrete e spesso radicali su lavoro, tasse, giustizia civile, scuola, spesa pubblica.[...]"
Serve davvero una "trasformazione" di cui ancora non si è compresa la portata?  Senza questo cambiamento, quali "uscite" rischierebbero di prefigurarsi per l'intero "sistema Italia"?  Quali (ulteriori) tracolli rischierebbero di concretizzarsi per il popolo italiano nella crisi infinita che sta alterando peso e consistenza delle economie reali?  Che peso possono avere le riforme politiche in una questione tremendamente complessa come questa?  Questa crisi ha un "qualcosa" di pilotato e/o controllato?  A domande come queste non viene data alcuna soluzione all'infuori di provvedimenti afferenti al realizzare la parola "crescita": attraverso quali provvedimenti e consapevolezze poterla declinare ed articolare in termini specifici? Su queste tematiche il libro sembra essere, per molti tratti, chiarissimo: 

  • "Perchè l'Italia non cresce";
  • "In Italia manca la cultura della crescita"; 
  • "La fine del welfare familiare: mettere in pratica la 'flexsecurity' in Italia";
  • "Le liberalizzazioni che funzionano"; 
  • "La vera lotta all'evesione fiscale";
  • "Non basta la 'spending review', servono leadership e trasparenza";
  • "Una giustizia civile per la crescita";
  • "Il consumerismo dell'istruzione";
  • "Full Monti": quanto è stato 'funzionale' al raggiungimento degli scopi il "caldeggiato" Governo presieduto da Mario Monti? 
  • "Nuova politica, nuovo capitalismo e giovani per ricominciare a crescere";
  • "Un manifesto per i giovani italiani".

Bastano tuttavia pochi capitoli per definire come oggettivamente valide ed inattaccabili le soluzioni definite dagli autori come necessarie ed inevitabili?  E' veramente necessario adoperarsi per abbandonare definitivamente miti etichettati come falsi od obsoleti?  Su questi frangenti, purtroppo, molti suggerimenti degli autori finiscono per abbracciare quell'unica via "riformatrice" costruita sull'incertezza perenne che dovrebbe caratterizzare i tempi futuri: dall'addio al posto fisso alla necessità di "precarizzare eternamente" le esistenze degli uomini di domani.  E' solamente ed inevitabilmente questo il futuro che ci attende?  Altre caratteristiche negative del testo sembrano essere, purtroppo, quelle concentrate attorno ai cosiddetti "suggerimenti" presentati nel manifesto per i giovani. I punti più criticabili sono esposti nel seguito:

  1. 'Fare tutto il possibile per raggiungere al più presto l'indipendenza economica dalla famiglia': è proprio necessario definire questo come il primo suggerimento da dare in eredità ai giovani di un Paese nel quale la disoccupazione "di categoria anagrafica" viaggia ormai su cifre prossime al 33-35%? Suggerimenti come questo rischiano di esulare, purtroppo, in una dimensione percepita come tremendamente lontana dalla realtà;
  2. 'Iniziare a 'restituire'': come poter restituire nel più breve tempo possibile in uno Stato dove le (attuali) garanzie per i giovani sembrano essere purtroppo ridotte al lumicino? E' prioritario restituire "qualcosa" o lottare per garantirsi un futuro meno nascosto?
  3. 'Non avere paura dei fallimenti. Anzi, accettarne i benefici nascosti.': in un sistema dove spesso rischiano di mancare anche le occasioni per produrre fallimenti o vittorie, esortare il giovane a seguire questa strada rischia di essere un atto teso all'illusione;
  4. 'Ricercare incessantemente la meritocrazia e il rispetto delle regole': guardando allo stato del "sistema Italia", purtroppo, non è più probabile la possibilità di essere cambiati e/o disillusi dall'assenza totale di meritocrazia e mancato rispetto delle regole? Ricercare incessantemente fattori come questi rischia, purtroppo, di essere una mortalmente inutile lotta contro i mulini a vento.

Parte di questi "suggerimenti" sono fortunatamente incanalati in una ricerca che, fra merito e regole, deve lasciare il giovane libero di cercare e porsi domande funzionali al miglioramento del sistema:
"[...] I giovani italiani incontrano ogni giorno diverse trappole, pericolose per il loro sviluppo personale: un insegnante che da' un voto non meritato, un amico che vuole aprire una piccola impresa dove si evade l'IVA, un lavoro con uno stipendio decente nell'aziendina dello zio [...]. Tutti questi piccoli tranelli finiscono per comporre una trappola più grande: 'Se nessuno rispetta le regole, perchè mai devo farlo proprio io?' E ancora: 'Se in Italia la meritocrazia non esiste, anche io, per trovare un lavoro, sarò costretto ad accettare una piccola raccomandazione?' Eppure non è così dappertutto nel nostro Paese. Esistono 'isole di regole' e 'semi del merito'.  I giovani italiani interessati [...] devono identificarli e cercare di farne parte.  E' facile identificarli, basta osservare chi li guida. [...]"
Cosa è possibile dedurre, invece, guardando la "salute" di chi guida (da troppo tempo?) questa malata Italia?  Da questa domanda si dipartono, fra proposte e proteste, riflessioni sullo stato di una classe politica per molti tratti percepita come trasformata in una sorta di "Dorian Gray" che costringe il proprio "ritratto-Italia" ad invecchiare mortalmente al posto suo.  Senza crescita, anche su questo campo, l'uscita dell'Italia rischia di essere più veloce del previsto. 


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