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L’infernale Quinlan

Creato il 27 ottobre 2014 da Nehovistecose

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Regia di Orson Welles

con Charlton Heston (Mike Vargas), Janet Leigh (Susan Vargas), Orson Welles (Hank Quinlan), Joseph Calleia (sergente Pete Menzies), Akim Tamiroff (zio Joe Grandi), Marlene Dietrich (Tanya), Dennis Weaver (portiere del motel), Joanna Moore (Marcia Linnekar), Ray Collins (procuratore), Valentin de Vargas (Pancho), Zsa Zsa Gabor (padrona dello strip-club), Mort Mills (Al Schwartz), Mercedes McCambridge (capo gang).

PAESE: USA 1958
GENERE: Noir
DURATA: 95’ (112′)

In una cittadina di frontiera tra Messico e USA un ricco possidente salta in aria con la sua auto. In due indagano: il procuratore messicano Vargas, integerrimo e onesto, in viaggio di nozze con la moglie americana, e il malandato capitano Quinlan, poliziotto dal fiuto infallibile ma dai metodi piuttosto ambigui…

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Ultimo, grande noir americano ed ennesimo capolavoro di Welles, che tornò a Hollywood dopo dieci anni di “esilio” inglese. Chiamato dalla Paramount, che non nutriva grandi aspettative verso il film ma non voleva tuttavia rinunciare alla presenza di Charlton Heston, Welles riscrisse la sceneggiatura di Paul Monash senza neanche leggere il romanzo (di Whit Masterson) e trasformò un non brillantissimo racconto poliziesco in uno dei noir migliori di sempre, costruito intorno ad un affascinante conflitto ideologico e cucendosi addosso “un personaggio di tragica levatura shakespeariana, malato di assolutismo” (Mereghetti), uno “sporco” poliziotto dall’intuito infallibile ma dai metodi decisamente deprecabili. Forse non è sbagliato dire che L’infernale Quinlan è il primo film pulp della storia: personaggi, situazioni, atmosfere, stile, tutto viaggia sull’orlo del paradosso, tutto è esagerato, barocco, esasperato. Un vero e proprio incubo notturno, allucinato e afoso, intriso in un clima morboso e drogato. Welles riprende il suo ambiguo personaggio o in primo piano o dal basso, sottolineandone il titanismo e l’ingombro non solo fisico ma anche psicologico, (im) morale, mentale. Quinlan è l’ingenua ottusità del male operato per perseguire il giusto, è l’obesità del potere, è una metafora del dualismo umano tra bene e male, è un deus ex machina malvagio che prende forma nello squallore di una cittadina di frontiera metafisica ed espressionista (a questo proposito, magnifico il lavoro del direttore della fotografia Russell Metty) in cui il peccato sembra essere l’unica certezza rimasta.

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Quarto potere (1941) era ormai quasi maggiorenne, ma ciò nonostante Welles dimostrò ancora a tutti che profondità di campo e piano sequenza (da lui reintrodotti e resi espressivi proprio con Citizen Kane) erano le vie giuste da seguire per raccontare la vita nel suo divenire. Lo dimostra il celeberrimo, complicatissimo, inarrivabile long take iniziale, in cui con una sola ripresa di ben 4 minuti, Welles presenta l’intera vicenda e i personaggi che ne prenderanno parte. Come a dire che la via più semplice per raccontare una storia, al cinema, non sempre è quella che va più di moda, ma quella che meglio sa sfruttare il cinema stesso. Non c’è un solo personaggio sfocato, nemmeno tra quelli che appaiono per pochi secondi (la maitresse di Zsa Zsa Gabor) o che addirittura non erano nemmeno presenti in sceneggiatura (la cartomante di Marlene Dietrich fu aggiunta perché l’attrice, amica di Welles, passò a trovarlo sul set). Touch of evil è probabilmente il testamento in piedi di un genio che, come Quinlan (seppur in ambiti differenti), riuscì a fare dell’arte infischiandosene della procedura e, anzi, ascoltando solo l’istinto. Quasi sempre, comunque, azzeccandoci. In Quinlan c’è molto Charles Foster Kane, ma c’è anche senz’altro moltissimo Welles.

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Film dallo stile originalissimo, unico e inconfondibile, diversissimo da qualsiasi altro noir made in Hollywood: inquadrature storte, angolature sghembe, primi piani esasperati, raccordi fittizi, tutto atto a far respirare un clima di follia e disagio che, secondo lo stesso Welles, è il clima tipo della società USA. Persino la musica, ovvero il jazz di Henry Mancini, non è quella che ci si aspetterebbe da un noir. Eppure, a distanza di 50 anni, rimane un film perfetto, geniale, incredibilmente innovativo. Ma anche oggetto di infinite vicissitudini produttive: poco prima dell’uscita nelle sale, nel 1958, la produzione tolse il film di mano al regista, tagliò una ventina di minuti (ad esempio sparì il personaggio di Mills, importantissimo perché rappresenta la dimensione morale del film) e fece rigirare alcune inutili sequenze da Harry Keller, per un totale di 95′ di visione. Nel 1976 fu rinvenuta una versione di 108′, ma è solo nel 1998, grazie all’interessamento del produttore Rick Shmidlin, che il film venne restaurato filologicamente (nientemeno che da Walter Murch) e finalmente presentato col montaggio voluto dall’autore quarant’anni prima. Tutt’ora, questa versione da 112′ è la più fedele alla sceneggiatura di Welles.

Film immenso.

Voto



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